Teatro

Gifuni si sdoppia – INTERVISTA

Gifuni si sdoppia

Dopo cinque anni di cinema (con una parte anche ne «La meglio gioventù»), Fabrizio Gifuni si sdoppia, e torna sulle scene da protagonista con un affondo nell’opera di Pasolini. In un gioco di doppi, di opposti che si incontrano…

Fabrizio Gifuni è protagonista assoluto di Na specie de cadavere lunghissimo affondo nell’opera di Pier Paolo Pasolini, realizzato con la complicità registica di Giuseppe Bertolucci.

Spinto dalle suggestioni del «Progetto Petrolio» ideato da Mario Martone per lo Stabile di Napoli, lo spettacolo – che si avvale della produzione del Teatro delle Briciole di Parma e della Fondazione Edison – è un gioco di doppi, di opposti che si incontrano.

Citando un estratto del filosofo Giorgio Colli, che riflette su Eraclito, Fabrizio Gifuni presenta il lavoro come una indagine sullo sdoppiamento, sulla complessità, sul sacro nel contemporaneo e sulla forza di una scrittura ancora oggi assolutamente insuperata.

 

Gifuni si sdoppia: le domande

Gifuni si sdoppia insomma. Allora, Gifuni, perché il tema del doppio?
«Il rimando a Eraclito, alla sua riflessione sull’incontro degli opposti, lungi da essere una frase a effetto, è piuttosto l’indicazione di qualcosa che mi ha profondamente toccato, sin da quando, in questi ultimi anni, mi sono dedicato all’opera di Pasolini. Quando ho iniziato a riflettere su questo spettacolo, cercavo una chiave per riassumere e collegare tutto il materiale, assolutamente denso, che avevo scelto.

Ho pensato che il tema dello sdoppiamento, delle opposizioni, fosse congeniale e interessante. Soprattutto era un tema che mi corrispondeva: cercavo qualcosa di significativo per me, perché questo spettacolo segna anche il mio ritorno al teatro, dopo cinque anni di lavoro per il cinema.

Ho pensato, allora, che fosse giusto chiudere, simbolicamente, questo primo ciclo di lavoro: dunque un percorso lungo dieci anni, divisi esattamente a metà, cinque anni per il teatro e poi cinque per il cinema. E adesso, per tornare sul palcoscenico, ho cercato qualcosa che mi corrispondesse pienamente.

Il tema dello sdoppiamento mi affascina: un solo corpo e una sola voce in scena per raccontare uno scontro tra padre e figlio, tra natura e opera d’arte, tra vittima e carnefice… Tra un dottor Jeckyll e un Mister Hyde, figure emblematiche cui lo stesso Pasolini fa spesso riferimento in alcuni dei suoi articoli…».

Uno «sdoppiamento» che non è, però, contraddizione ma confronto e dialettica…
«L’apparente contraddizione svela un enigma, e dietro l’enigma c’e lo scioglimento in un senso dell’unità e del sacro, del mistero che Pasolini affronta con tanto coraggio nella sua vita…».

L’esperienza ne “La meglio gioventù”

Viviamo in una stagione di bisogno di memoria, di ritorno a un confronto dialettico con la stagione complessa degli anni Sessanta-Settanta. Anche ne «La meglio gioventù», il bellissimo film di Marco Tullio Giordana che la vedeva tra i protagonisti, si riflette sulla storia recente d’Italia. Come spiega questa tendenza?
«Cinema e teatro hanno sempre cercato un confronto con la realtà. Il cinema, soprattutto fino agli anni Settanta, ha sempre raccontato cosa eravamo e cosa stavamo diventando. Poi qualcosa è successo ed è come se questo “specchio” si fosse appannato, come se questo rapporto tra cinema, teatro e realtà fosse venuto meno.

Prima avevamo vissuto il neorealismo, la commedia all’italiana, il cinema di impegno politico: poi c’è stata una interruzione. Forse solo oggi si cerca di recuperare quel filo, quel dialogo interrotto: come se ci si rendesse conto che non è più possibile capire cosa siamo e cosa siamo diventati se non si ristabilisce un legame con quanto avvenuto negli ultimi trenta anni; una stagione che è il grande nodo irrisolto della nostra storia recente.

La paura di guardarsi allo specchio

È come se, a un certo punto, si avesse avuto paura di guardare nello specchio, anche per capire l’orrore di certi avvenimento del nostro Paese e del nostro popolo. Questa paura, questa grande difficoltà, poi, credo derivino dal fatto che non esiste più una memoria storica condivisa. Fino a un certo momento nessuno metteva in discussione che il nostro Paese fosse nato dall’Antifascismo, dalla Resistenza, che fosse un paese sostanzialmente povero, poi attraversato dalle grandi trasformazioni del boom economico. Erano tutti elementi che facevano parte di un vissuto e di un immaginario condiviso. Invece questa memoria comune si è persa, si è spezzata. E adesso è difficilissimo raccontare il reale senza cadere in una visione assolutamente soggettiva: come si fa a raccontare fenomeni storici o politici, anche importanti, del nostro Paese se non c’è una memoria condivisa? Ancora ci dobbiamo domandare se la P2 sia stato un pericoloso fenomeno eversivo o un club di gentiluomini? Se non ci si mette d’accordo nemmeno su un fatto così eclatante, poi come possiamo raccontare tante altre cose?».

Lo sguardo di Pasolini

E Pasolini, invece, è ancora uno specchio privilegiato: un profeta o un testimone?
«Leggendo i testi di Pasolini si avverte quello che Giuseppe Bertolucci chiama “effetto speciale”. Ossia, chi legge i testi, pensa che certe opere siano state scritte oggi, o addirittura “domani”! Ci si chiede, allora, se Pasolini fosse una sorta di profeta, un auruspice del suo tempo, o se fosse, semplicemente, una persona capace di leggere con assoluta lucidità quello che accadeva. Credo sia sostanzialmente questo: Pasolini diventa una sorta di auruspice semplicemente perché sapeva leggere i segni del suo tempo. Aveva strumenti a disposizione – come l’antropologia o la sociologia -, ma non era un profeta: sapeva leggere gli esseri umani, e poi gli oggetti, il paesaggio, l’urbanistica… Si guardava intorno, e cercava di capire cosa l’Italia fosse diventata: la sua analisi, poi, è assolutamente straordinaria.

Basti pensare alla sua teoria dell’avvento del “nuovo fascismo”, della vittoria della società dei consumi: nel 1974 diceva alla Dc che era già stata sostituita da un nuovo potere. Un nuovo potere che non sapeva cosa farsene né della Dc né della Chiesa, né dell’ideologia né del Vangelo. Un nuovo potere laico che si era avvalso delle conquiste mentali dei laici come Pasolini, allo scopo di liberarsi di un passato giudicato ingombrante…».

Gifuni si sdoppia: il rapporto col modello pasoliniano

Come avete affrontato il «mare magnum» dell’opera di Pasolini? Come avete lavorato con Bertolucci all’allestimento?
«Avevo già fatto, da solo, un grande lavoro di raccolta materiale, scegliendo dei brani da Scritti corsari, da Lettere Luterane e dall’ultima, straordinaria, intervista rilasciata a Furio Colombo sei ore prima di morire. E ho attinto anche da alcuni versi della nuova forma de La meglio gioventù e una pagina dalla bozza di sceneggiatura per il film su San Paolo mai realizzato.

Poi, l’anno scorso, quando abbiamo iniziato a lavorare con Giuseppe Bertolucci allo spettacolo, ci siamo trovati subito d’accordo, anche perché venivamo da diverse esperienze di lavoro fatte assieme, sia al cinema che alla radio. Abbiamo messo a fuoco meglio tutta la materia, e abbiamo cercato una forma teatralmente significante».

Cioè?
«Credo che questo spettacolo sia uno strano oggetto, con molte chiavi di lettura e di interpretazione possibili. Inizia in una dimensione completamente antiteatrale, quasi una sorta di orazione civile, socratica, che vive soltanto in una dimensione di contatto diretto con il pubblico. Per noi è molto importante che i corpi degli spettatori siano ad una distanza minima dall’attore. Poi, lentamente, con una graduale aggiunta di elementi teatrali, ci si addentra in una diversa dimensione, cui si arriva compiutamente nel finale.

Per quel che riguarda i materiali, poi, l’unica parte in cui non c’è un testo di Pasolini è quando entra in scena il figlio-assassino, il momento in cui c’è la trasformazione: qui usiamo un poemetto inedito di Giorgio Somalvico, che conosco da molti anni. Un amico e un poeta straordinario, che ha scritto questo poemetto in endecasillabi che ha una curiosa caratteristica decisamente pasoliniana: è scritto in un romanesco reinventato, seguendo la stessa operazione fatta da Pasolini con il friulano o il bolognese.

Il lessico

Giorgio ha inventato questa scrittura, utilizzando il “glossarietto” che Pasolini poneva in chiusura di Ragazzi di vita. Il lessico di una lingua che non esiste più: Giorgio Somalvico dà così voce, con grande fedeltà ma anche con grande tradimento, alla figura di Pelosi. Una figura evocata, e non ricreata in modo mimetico o naturalistico… Continuo dunque a pensare a questo spettacolo come a un agone tragico, ad uno scontro tra padre e figlio.

Un immaginario che rimanda anche alle Danze di Narciso, al tema del labirinto, in una riflessione fatta dallo stesso Pasolini nella prima delle Lettere luterane, mai pubblicata, che si chiama I giovani infelici. La lettera muove da una riflessione sul teatro greco: una frase, in particolare, sulla predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Da qui Pasolini parte per un’analisi spietata e violenta, in cui si identifica nel ruolo di “padre storico” e che condanna una generazione di “figli”, prima oggetto di speranza, di illusione e di amore fisico, e poi diventati mostri…». (6 febbraio 2004)

Na specie de cadavere lunghissimo

Na specie de cadavere lunghissimo è in scena fino al 6 febbraio 2004 a Napoli, Teatrino dell’Accademia di Belle Arti, nell’ambito di «Petrolio». Il 13 e il 14 febbraio sarà a Parma, Teatro al Parco. Poi andrà in tournée.
Nella foto, Fabrizio Gifuni (© Luigi Bussolati)

Oltre a Gifuni si sdoppia, vedi anche: l’ingegner Gifuni va alla guerra

Articolo del 6 febbraio 2004

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