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TUTTO TARANTINO: I 10 FILM DEL REGISTA RACCONTATI DA MAM-E

TUTTO TARANTINO: I 10 FILM DEL REGISTA RACCONTATI DA MAM-E

Speciale 10 film Quentin Tarantino: una carrellata sull’intera carriera del vulcanico regista americano attraverso le recensioni tratte dal Dizionario del Cinema di Mam-e

Ha cambiato il volto e il significato del cinema d’autore del nuovo millennio, ha riabilitato e portato alla notorietà film, registi (e idee) perduti tra i calcinacci delle videoteche, ha mescolato generi e oltrepassato con stile e genialità gli steccati impliciti ed espliciti posti dalla censura e dai soloni del politicamente corretto. Quentin Tarantino è sempre un regista che merita un discorso a parte: è la dimostrazione, a ormai 25 anni dal suo esordio cinematografico, che l’artigianato unito alla passione per il feticcio basso e popolare può portare in alto. Tarantino è difatti un regista che non ha mai volato basso, e per questo è stato premiato: nemmeno un flop, critico o di pubblico, nella sua stellata carriera. Vi riproponiamo uno speciale con tutte le recensioni dei suoi film , da ‘Le Iene’ all’ultimo ‘The Hateful Eight’, tutte tratte dal nostro Dizionario del Cinema.

The Hateful Eight

Siamo nell’800. Una tempesta di neve sta per travolgere un pianoro del Wyoming. Un cacciatore di taglie, ormai allo stremo delle forze, chiede un passaggio a una diligenza di dove stanno viaggiando una ‘preda umana’ sulla quale pende una grossa taglia e l’omone, al suo fianco, che ne vuole trarre profitto. Ai tre si aggiungerà un quarto, sospetto, compagno di viaggio, che si concluderà in una baracca dove i tre troveranno ad accoglierli dei personaggi curiosi ed ambigui, che nascondono un violento segreto.

Western spettacolare di Tarantino, ricco di idee pirotecniche. Vicino all’horror “da camera”: girato principalmente in due luoghi chiusi, la prima parte nella dirigenza la seconda nel rifugio. Forse troppo lungo (la prima parte è forse prolissa e non mostra il meglio dei dialoghi “tarantiniani”), ampiamente riscattata dalle emozioni ricavabili dai continui colpi di scena e dalle fantastiche esecuzioni ed episodi di carneficina della seconda. Una sorta di remake de ‘La Cosa’ di Carpenter, raccontato attraverso coordinate narrative gialle e noir. Al posto del mostro carpenteriano abbiamo però la diversa tra gli uguali: una donna. La più crudele del gruppo, la più abbruttita e volgare, soprattutto se paragonata al dandystico Tim Roth e agli altri ‘odiosi cinque’, non sopra alle righe come negli altri film del cineasta americano. C’è la paranoia del tradimento e quella della castrazione.

Ma Tarantino conosce tutti i detti e non-detti della sua espressione artistica, ci ride su e li sottolinea, forse anche per deridere le possibili e prevedibili critiche moralistiche che hanno accompagnato l’uscita di tutti i suoi film nel corso degli anni. C’è la meravigliosa colonna sonora di Morricone, e oltre a questa altri grandi omaggi e pezzi della storia del  cinema.

E’ forse il film più dichiaratamente citazionista del regista di ‘Pulp Fiction’.

Django Unchained

Siamo alle porte della guerra civile americana, nel Sud degli Stati Uniti: lo schiavo nero Django (Jamie Foxx) viene liberato dal cacciatore di taglie Shultz (Christopher Waltz), che lo assolda per essere aiutato in una missione privata che arriverà presto a coinvolgere anche la personale vendetta privata del protagonista, ormai libero dalle catene. Si troveranno ad affrontare lo spietato e sagace proprietario terriero  Calvin J. Candie (interpretato da Leonardo DiCaprio). Per quanto ispirato al film italiano, la pellicola di Tarantino è assolutamente originale per trama, ambientazione e stile. Il risultato è un film politicamente molto più impegnato e pregno di riferimenti alla storia degli Stati Uniti rispetto al precedente ‘Inglourious Basterds’, in cui il setting bellico era solo un’occasione per creare la pirotecnica macchina del divertimento allestita dal regista americano.

Il dialogo finale tra  Calvin J. Candie è forse il più perfetto e raffinato di tutti quelli presenti nei film di Tarantino. I colpi di scena e ribaltamenti di fortuna sono continui e imprevedibili e non soffrono della ridondanza dei pur straordinari botta e risposta presenti in ‘The Hateful Eight‘ e dell’esuberanza da cartoon delle chiacchierate al fulmicotone di ‘Inglourious Basterds’.

Bastardi senza gloria

Nella Francia occupata dai nazisti, Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent) assiste all’uccisione di tutta la sua famiglia per mano del colonnello nazista Hans Landa (Christoph Waltz). Shosanna risce a sfuggire miracolosamente alla morte e si rifugia a Parigi, dove assume una nuova identità e diviene proprietaria di una sala cinematografica. Altrove in Europa, il tenente Aldo Raine (Brad Pitt) mette assieme una squadra speciale di soldati ebrei : noti come “The Basterds”, i soldati vengono incaricati dai loro superiori di agire come cani sciolti sul territorio uccidendo ogni soldato tedesco che incontrano e prendendogli lo scalpo. La squadra di Raine di troverà a collaborare con l’attrice tedesca Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger), una spia degli Alleati, in una missione che mira ad eliminare i leader del Terzo Reich. La loro missione li porterà nei pressi del cinema parigino dove Shosanna sta tramando un piano di vendetta privata…

Death Proof – A prova di morte

Austin, Texas. Tre ragazze sexy, sveglie e sicure di sé hanno intenzione di passare un’allegra serata in compagnia. Non sanno che uno stuntman fuori di testa ha intenzione di farle fuori. Quattordici mesi più tardi, nel Tennessee, lo stesso stuntman troverà pane per i suoi denti in un altro gruppo di ragazze. Azione, violenza e gli abituali dialoghi al limite della perfezione. Quentin Tarantino si affida ancora agli ingredienti-base della maggior parte dei suoi film (l’unico “cucinato” in maniera diversa rimane per il momento l’ottimo Jackie Brown) e ne ottiene un’altra pellicola tarantiniana fino al midollo. “Meno di quello che si aspettavano i fan di Tarantino – ha ottimamente sintetizzato Paolo Mereghetti sul Corriere – ma anche molto di più (in quanto a radicalità registica e delirio narrativo) di quello che i suoi detrattori sono disposti a concedergli”.

Stavolta non c’è Uma Thurman a rubare la scena, ma un eccezionale gruppo di attrici, a interpretare due bande di “cattive ragazze” che fanno di Death Proof il film più sexy del regista. Non perché vi siano scene di sesso, in realtà totalmente assenti, ma per la continua tensione sessuale che lega la prima banda (memorabile la Arlene di Vanessa Ferlito) allo stuntman psicopatico che ha il volto sfregiato di Kurt Russell. A quest’ultimo, nella seconda parte del film, un gruppo capeggiato da Rosario Dawson e dalla stuntwoman Zoe Ball, stuntwoman anche nella vita e controfigura di Uma Thurman in KillBill, farà passare la voglia di braccare giovani donne apparentemente indifese.

Come sempre Tarantino omaggia i suoi maestri di cinema, il pane per i suoi denti di cinefilo, ma come sempre non è indispensabile cogliere le millanta citazioni per apprezzare il film. Stavolta l’oggetto dell’omaggio sono i b-movies statunitensi degli anni Settanta, dei quali la prima parte di Death Proof riproduce in toto l’estetica, titoli di testa compresi. Ma nella colonna sonora non mancano citazioni, per esempio, per le musiche de L’uccello dalle piume di cristallo di Dario Argento (opera di Ennio Morricone) e Italia a mano armata di Marino Girolami. Insomma, l’omaggio è anche al cinema italiano i cui odierni prodotti Tarantino disprezza.

Kill Bill Vol.2

Dopo aver ucciso le sue ex colleghe, la Sposa prosegue nella sua vendetta nei confronti di chi ha massacrato suo marito e i suoi amici nel giorno del suo matrimonio. All’appello mancano ancora Budd, Elle Driver e lo stesso Bill, un tempo amante della donna. Dopo l’azione, il sangue e gli interminabili combattimenti del Vol.1, la seconda parte del quarto film di Quentin Tarantino abbandona le analogie con il cinema di Hong Kong per assomigliare, parole dello stesso regista, a uno spaghetti western. Ma «dietro ogni mia inquadratura c’è un film di Mario Bava», aggiunge, sottolineando l’omaggio della sua opera a uno dei maestri italiani del cinema di genere. ‘Kill Bill Vol.2’, il «secondo volume», dà allo spettatore tutte le risposte alle domande nate dalla visione del «volume uno», affidandole a personaggi a tutto tondo come lo straordinario Bill di David Carradine, il fallito Budd di Michael Madsen e, ovviamente, la Sposa di Uma Thurman.

Ciò che maggiormente colpisce sono le differenze stilistiche tra le due parti. Originariamente concepite come un unico film è stato poi diviso in due parti dalla Miramax a causa della sua eccessiva lunghezza. Tanto la prima era dominata da effetti speciali e coreografici combattimenti quanto la seconda si basa sui rapporti fra i suoi personaggi; in particolare sulla relazione vittima-carnefice che lega Bill e la Sposa. Tanto il primo volume era sembrato un’incredibile pezzo di bravura del regista quanto ‘Kill Bill Vol.2’ lascia spazio agli attori e alle loro intense interpretazioni. Sembra, insomma, di assistere a un altro film, di cui però è fortemente sconsigliata la visione a chi non abbia già assistito al suo predecessore.

Kill Bill Vol.1.

Una spietata banda di killer fa irruzione in chiesa durante un matrimonio, uccidendo tutti i presenti. L’unica a salvarsi dal massacro è la sposa. Si risveglierà in un letto d’ospedale dopo quattro anni di coma e avrà un solo obiettivo: vendicarsi di chi ha ucciso suo marito, i suoi amici e il figlio che portava in grembo. Azione, violenza e umorismo. Mescolando questi tre ingredienti, già abbondantemente presenti in Pulp Fiction Le Iene, Quentin Tarantino ha confezionato il suo quarto film. Un omaggio alle pellicole ambientate nel mondo delle arti marziali, agli spaghetti-western e al cinema d’animazione giapponese, un viaggio traboccante di citazioni nei generi più amati dal regista americano.

Ma non è necessario essere esperti di cinema di Hong Kong o fan di Sergio Leone per apprezzare un lavoro riuscitissimo, in cui personaggi, trama, musica e fotografia scuotono lo spettatore per quasi tutti i 111 minuti del film. Uma Thurman, nella parte della sposa assetata di vendetta, è in forma strepitosa. Tarantino ha atteso la fine della gravidanza dell’attrice per non essere costretto a sostituirla. «Se sei Josef Von Stenberg – ha detto – e stai per girare Marocco nel 1930 e Marlene Dietrich rimane incinta, che cosa fai? Vai avanti e fai il film con qualcun altro? Certo che no. Aspetti la Dietrich». Una decisione impossibile da criticare, vista la straordinaria prova della protagonista di Pulp Fiction. 

Appresa la tecnica samurai Kenjutsu da Sonny Chiba, per il quale è stata ritagliata la parte di un maestro nell’arte di fabbricare spade, e le mosse di kung fu da Yuen Woo-ping, il coreografo dei combattimenti di Matrix La tigre e il dragone, la Thurman si muove con una naturalezza impressionante, così come le sue nemiche Lucy Liu e Vivica A. Fox.

«Ho detto molte volte – ha spiegato il regista chiarendo il significato delle sue scelte stilistiche – che esistono due diversi mondi in cui si ambientano i miei film. Uno è l’«universo Quentin», quello di Pulp Fiction e Jackie Brown, esagerato ma più o meno realistico. L’altro è il Mondo Cinematografico. Quando i personaggi dell’«universo Quentin» vanno al cinema, vedono quello che succede nel Mondo Cinematografico, sono una finestra che si affaccia su quel mondo. Kill Bill è il primo film che ambiento nel Mondo Cinematografico. Sono io che immagino quello che accadrebbe se questo mondo esistesse davvero, e se potessi prendere una troupe e fare un film di Quentin Tarantino sui quei personaggi».

Ecco allora scene che sembrano videoclip, con i personaggi che quasi si muovono a tempo di musica, e commoventi flashback a cartoni animati; sangue che sprizza da corpi cui sono stati mozzati testa e arti e paesaggi innevati che contrastano con il sangue che sta per essere versato.

Jackie Brown

Un gangster nero cerca di mettere a segno un colpo col traffico d’armi, in società con un altro vecchio del giro e con la complicità di una hostess, Jackie Brown; ma lei fa il doppio gioco. Una guerra tra poveri, con in sottofondo la struggente storia d’amore crepuscolare tra l’attempato gangster Max Cherry (Robert Forster) e la matura Jackie (interpretata da Pam Grier, regina della blaxploitation anni Settanta). Costruito a flashback, ma sobri e assolutamente… anti-tarantiniani. Un film saggio e maturo, firmato da un regista vero: rimangono pochi dubbi sulla statura di autore di Tarantino, che qui è sfigato e notturno, cinefilo assolutamente non esibizionista; direttore di attori sopraffino, magistrale creatore di atmosfere e di suspence. Da ricordare il ripescaggio di Forster e della Grier; ma ancche il meraviglioso controruolo inventato per De Niro (ma esistono controruoli per De Niro?), le calibrate prestazioni di Bridget Fonda e Samuel L. Jackson.

Four Rooms

Che cast… e che spreco! Terribile e imbarazzante film a episodi composto da quattro corti, il cui unico motivo di interesse è capire quale sia il peggiore. Ambientato in un hotel di Los Angeles nella notte di Capodanno e tenuto insieme dalla partecipazione di Ted il portiere (Roth). Bruce Willis appare non accreditato nell’ultimo episodio, quello di Tarantino.

Four Rooms

Ormai è un fatto: Pulp Fiction è uno dei film più importanti del decennio. Non tanto per le sue presunte innovazioni narrative (che non ci sono), quanto per l’atteggiamento nei confronti del cinema e del mondo, che è ben più importante. Un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Le sue inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato; le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Tarantino è forse il primo regista cinefilo da home-video e non da sala. Ma la sua sensibilità – chiamiamola «pulp» – è una delle declinazioni contemporanee del tragico. “Pulp” è l’opposto di “introspezione”, la sua agghiacciante alternativa postmoderna, nocciolo essenziale e principio distruttivo.

Le iene – Cani da rapina

Una rapina ai danni di una gioielleria finisce in un bagno di sangue per il tempestivo intervento della Polizia. I criminali superstiti, rifugiatisi in un magazzino abbandonato, sospettano che tra di loro si nasconda un infiltrato. Straordinario esordio di Quentin Tarantino che s’ispira a Kubrick, a Scorsese e ai polizieschi di Hong Kong (lo spunto è ricavato dal finale di
‘City On Fire’  di Ringo Lam), ma riesce a filtrare tutte le influenze attraverso uno stile originale e personalissimo. Gli elementi che contribuiscono alla riuscita del film sono soprattutto una rigorosa messa in scena, una sceneggiatura dalla struttura piuttosto ardita e un cast d’interpreti a dir poco eccezionale.

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Alessandro Dalai
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