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Sgt. Pepper – La celebre copertina

Riccardo Bertoncelli racconta l’intricata storia della copertina di Sgt. Pepper

Per gentile concessione degli autori pubblichiamo uno dei capitoli di Sgt. Pepper – La vera storia (Giunti), di Riccardo Bertoncelli e Franco Zanetti 

Sgt. Pepper. Paul McCartney da ragazzo era un appassionato cercatore di dischi. Passava le ore da Lewis’, il suo negozio preferito a Liverpool, per scegliere con cura i singoli e gli album (rarissimi) che poteva comperare con i pochi bobs nelle sue tasche. Poi, conquistata la preda, passava la mezz’ora successiva a studiarne la copertina e l’etichetta, pregustando il momento di quando avrebbe messo la puntina sul vinile. Quando venne il turno del Sgt. Pepper’s, Paul si ricordò di quegli incantamenti giovanili e provò a immaginarsi un ragazzo che comperava l’album. Avrebbe dovuto provare un’emozione fortissima, e avrebbe dovuto capire quanto “speciale” fosse fin dalla copertina. L’idea era quella “di metterci dentro tutto ma proprio tutto, il mondo intero”.

Venne così affidato a un’agenzia pubblicitaria londinese, la Geer-DuBois, l’incarico di proporre idee. Furono loro a suggerire la copertina apribile e fu uno dei pubblicitari, Gene Mahon, a proporre che si stampassero i testi delle canzoni. Per la grafica, i Beatles si rivolsero a un team di illustratrici fidate, The Fool, perchè preparassero un bozzetto. The Fool erano Josje Leeger e Marijike Koger, due giovani olandesi poco più che ventenni che da poco si erano trasferite a Londra. Avevano aperto un ufficio di pubbliche relazioni con quella strana sigla “che esprimeva la circonferenza universale in cui gravitano tutte le cose” e fra i loro clienti c’era anche Brian Epstein. Si specializzarono nel disegnare vestiti e oggetti: il camino della villa di George Harrison, la sua chitarra e la sua Mini, la famosa Rolls Royce di John, il suo pianoforte e la roulotte. Ebbero il loro momento di gloria quando curarono i costumi dei Beatles per All You Need Is Love in mondovisione e quando, qualche mese dopo, progettarono il grande murale colorato della Apple Boutique in Baker Street. Più avanti avrebbero avuto anche una chance musicale, registrando un album nel 1968 per la Mercury prodotto da Graham Nash. Sempre Nash avrebbe curato nel 1972 un paio di singoli di Marijike con suo marito, Simon Postuma, a nome Seemon & Marijike.

Paul e John erano grandi ammiratori di The Fool, e la scelta di chiedere a loro l’impronta grafica per il Sgt. Pepper’s parve una cosa naturale. Non fu però un progetto fortunato. Le due ragazze presentarono “un collage psichedelico con un turbinio di arancione, verde e viola, una cosa abbastanza in linea con altre del periodo” (Peter Blake) che non convinse pienamente nessuno. Oltretutto le proporzioni del lavoro non erano corrette, e l’unico modo per adattarlo alla copertina sarebbe stato quello di metterlo in una cornice. Il giudizio decisivo fu alla fine quello di Robert Fraser, amico di Paul e John, proprietario di una galleria nel West End e uno dei più noti mercanti d’arte londinesi. Fraser in quegli anni era una specie di guru per McCartney (“A parte John, è la persona che ha avuto su di me la più grande influenza formativa”) e aveva venduto a Paul la maggior parte dei suoi Magritte, fra i quali Au revoir, che avrebbe poi ispirato il logo della Apple. Fraser bocciò il bozzetto (“Not good art”) e suggerì ai Beatles di provare in un’altra direzione, proponendo di ricorrere a due artisti del suo giro, Peter Blake e sua moglie, la scultrice Jann Haworth.

Blake aveva allora 34 anni ed era uno dei giovani pittori emergenti della nuova scena britannica, influenzato dal mondo americano della Pop Art, da Jasper Johns e Robert Rauschenberg ma con tratti suoi di originalità. Paul lo conosceva da tempo e nel 1965 gli aveva commissionato un dipinto. Blake aveva eseguito la commissione fornendogli una copia precisa del Monarch Of The Glen di Landseer, con una dida che spiegava di che si trattava, alla maniera Pop Art. Anche John si ricordava di lui: Blake aveva vinto il premio junior del concorso John Moores a Liverpool, lo stesso ottenuto fra gli altri da Stuart Sutcliffe.

Per il Sgt. Pepper, Blake si fece spiegare il concept dell’album e cercò di trasferire quella fantasia in immagini. L’idea originale prevedeva la Banda del Sergente in un parco, dopo un concerto, mentre riceve la visita del sindaco della ipotetica città. Il parco diventò un giardino fiorito, il sindaco scomparve e in sua vece le diecine di strani amici dall’attualità e dalla storia intorno ai quattro musicisti. Blake era un maestro dei collage ma per l’occasione non ricorse a quella tecnica. Lavorò invece quindici giorni con modelli ad altezza d’uomo in cartone, modellati con una sega da traforo e dipinti a mano per lo più dalla moglie Jann Haworth, preparando un visionario set nello studio di un altro uomo di fiducia di Fraser, Michael Cooper. Cooper era uno stimato fotografo già ritrattista di artisti celeberrimi come Marcel Duchamp, Renè Magritte, Claes Oldenburg, Robert Rauschenberg. Era noto nel mondo rock per alcuni servizi sugli Stones, e proprio per Jagger e compagni avrebbe curato di lì a pochi mesi la copertina di Their Satanic Majesties Request, la balorda risposta Rolling al Sgt. Pepper’s. Cooper sarebbe morto suicida nel 1973, lasciando un impressionante archivio di 17.000 scatti.

Così Blake ha ricostruito la lavorazione a Derek Taylor, per il suo It Was Twenty Years Ago Today: “Tutte le figure che si vedono dietro ai Beatles occupano in profondità uno spazio di circa mezzo metro; davanti a loro una fila di manichini di cera. I Beatles in carne e ossa stavano su una piattaforma lunga circa un metro e mezzo con di fronte una batteria, più avanti un tappeto erboso con una composizione floreale inclinata in un certo modo. Tutta l’installazione era profonda solo quattro metri e mezzo. Chiedemmo ai Beatles di metterci i loro oggetti preferiti. La cosa non funzionò molto, forse non mi ero spiegato bene; per esempio Paul decise che i suoi oggetti preferiti erano degli strumenti musicali e ne affittò un gran numero, arrivando con una camionata di corni francesi e trombe e altre cose meravigliose – ma erano veramente troppe, così ne usammo solo uno o due.” John invece si presentò con una piccola TV portatile, spiegando che la TV era importante per lui in quei giorni (lo sarebbe stata sempre, nel bene e nel male).

Il progetto andava avanti ma erano solo i Beatles a spingerlo. Il loro manager, Brian Epstein, temeva bizzarre levate d’ingegno e premeva per una soluzione il più possibile semplice. George Harrison: “Brian doveva volare da New York a Londra ed ebbe una premonizione. Immaginò che l’ aereo si sarebbe schiantato e allora affidò una lettera al suo avvocato americano, Nat Weiss, con alcune istruzioni. La lettera diceva: ‘Per la copertina del Sgt. Pepper, solo una busta di carta da pacchi’” Anche alla EMI erano riluttanti a seguire i Beatles per la loro strada, e per più di una ragione. I discografici temevano che il budget richiesto sarebbe stato eccessivo e, quando vennero a conoscenza del progetto grafico, si preoccuparono degli aspetti legali connessi a tutti quei personaggi rappresentati. Blake in effetti aveva lasciato i Beatles liberi di sbizzarrirsi nel comporre quella immaginaria platea, e altrettanto avevano fatto lui e Robert Fraser, auto invitati nella singolare giuria. Harrison: “Ancora oggi non ho idea di chi abbia scelto alcuni personaggi. Penso che Peter Blake abbia inserito tanta gente per disorientare. Era un ampio spettro di gente. Io scelsi solo persone che ammiravo. Non ho inserito nessuno perchè non mi piaceva, a differenza di altri.” Il riferimento è a John Lennon, che prese l’invito al volo e scatenò le sue fantasie più dispettose e provocatorie. Propose Hitler e Gesù uno in fronte all’altro, idea bocciata, e impose con successo Aleister Crowley, una delle più torbide figure dell’occultismo di tutti i tempi, cattivo maestro di tutto il rock satanico a venire, Led Zeppelin in testa.

Paul scelse Marlon Brando, James Dean, Albert Einstein, Groucho Marx, William Burroughs, Alfred Jarry, Fred Astaire, Magritte, Karlheinz Stockausen e anche Dixie Dean, un vecchio campione di calcio dell’Everton che in realtà non conosceva ma di cui suo padre gli aveva parlato. Una simile scelta calcistica fece anche John con Albert Stubbins, lui invece vecchia gloria del Liverpool; era un idolo di suo padre, che ritornava nei suoi ricordi d’infanzia. Altre proposte di Lennon furono Gesù, Hitler, Edgar Allan Poe, Stuart Sutcliffe, Oscar Wilde, Lewis Carroll, Gandhi, Nietzche, H.G. Wells, il Marchese de Sade, George scelse 12 guru indiani, Ringo invece si astenne, o meglio, lasciò fare gli altri. Con il senno del poi, confessò che avrebbe voluto Johann Sebastian Bach e anche R.J. Mitchell, il progettista degli Spitfire.

Quando Sir Joseph Lockwood, il presidente della EMI, si vide sottoporre il bozzetto, andò su tutte le furie e minacciò di trattenere dalle royalties 50 milioni di sterline come provvisionale per possibili danni futuri. Alla fine si lasciò convincere ma obbligò i Beatles a richiedere una liberatoria da parte di tutte le persone ritratte in copertina. Non erano i defunti a preoccuparlo, la legge britannica era abbastanza rassicurante sotto quel profilo; anche se a pagina 251 della Anthology, se uno ci fa caso, è riprodotto sullo sfondo un memorandum della EMI in cui si citano due spinosi casi riguardanti proprio due eredi – la vedova di Dylan Thomas, “una che fa di tutto per farsi pubblicità”, e la mamma di Stuart Sutcliffe. Erano però le persone ancora vive la vera spada di Damocle. Qualcuno avrebbe potuto ritenersi danneggiato e chiedere un risarcimento, e magari spingersi fino al sequestro dell’album nei negozi. I legali della EMI, Lord Goodman e Lord Shawcross, raccomandarono di non correre rischi. Così, con il collo molto storto, Brian Epstein si prese la briga di provvedere a quel penoso adempimento, richiedendo una liberatoria ad ogni singola persona ritratta nella copertina Dovette far miracoli per recuperare una segretaria che aveva allontanato da poco, Wendy Hanson, l’unica che a suo avviso poteva condurre in porto quella complicata operazione. Per la non memorabile cifra di 50 sterline, miss Hanson svolse alla perfezione il compito, che George Martin ricorda come “un incubo, dall’inizio alla fine”.

Non arrivarono effettivamente tutte le liberatorie ma i casi difficili vennero brillantemente risolti uno per uno e alla fine ci fu un solo no deciso, quello di Leo Gorcey, ex Dead End Kids e Bowery Boys, una decaduta stella dello spettacolo britannico. Gorcey se la passava male e chiese 500 sterline per la citazione; venne cassato e probabilmente passò la vita a mangiarsi le mani, anche perchè il suo socio Huntz Hall invece compare, nella fila più alta, a breve distanza da Bob Dylan. La zelante miss Hanson non riuscì a rintracciare Stockhausen, in giro per concerti, ma ebbe il sì incondizionato di Marlene Dietrich e Marlon Brando e quello con riserva di Shirley Temple, che chiese di vedere la copertina, ascoltare il disco e avere poi delle copie autografate per i propri figli. Per tutto quel daffare, forse, i Beatles usarono intensivamente la sua immagine: la signora Temple compare ben tre volte, da adulta e da bambina prodigio più la bambolina in maglietta con la scritta “Welcome to the Rolling Stones”, opera di Jann Haworth, che ha le sue fattezze. Mae West sulle prime rispose no, sostenendo di non voler essere associata a un gruppo di “cuori solitari”: ma i Beatles insistettero scrivendole un’affettuosa lettera – una a testa – e lei finì per accettare.

Dal museo delle cere di Madame Tussaud arrivarono due modelli che stavano per essere “pensionati”, quelli di Sonny Liston, ex campione mondiale dei pesi massimi, e dell’attrice Diana Dors. Andarono a fare compagnia ai quattro Beatles in cera che madame Tussaud aveva voluto nel suo museo dal 1964. Nessuno pensò di invitare all’immaginario party i personaggi delle canzoni Beatles. Peccato, sarebbe stata una bella idea: Mr Kite, Lovely Rita, Lucy, per fermarsi al Sgt. Pepper’s, ma anche Eleanor Rigby, anche Dr. Robert, dagli album precedenti. Sir Joseph Lockwood intervenne invece con un veto solenne, eliminando il Mahatma Gandhi, che nel bozzetto originale campeggiava sotto la palma a destra, sopra Diana Dors. La EMI aveva una filiale in India molto attiva e importante, Sir Joseph non voleva guai. Paul cercò di metterla sul ridere (“Le propongo uno scambio: due Marlon Brando per un Gandhi”) ma il presidente fu irremovibile. Gandhi non venne sostituito, si preferì ridisegnare la palma.

Il 30 marzo 1967 Michael Cooper convocò i Beatles nello studio Chelsea Manor di Flood Street per il servizio fotografico. La seduta durò tre ore, i Beatles si accomodarono nel set creato da Blake e Jann Haworth dopo essersi vestiti in tono con quella stravaganza. L’idea originaria era quella di indossare uniformi dell’Esercito della Salvezza ed esistono schizzi a penna di Paul con i Beatles vestiti così che posano davanti a ritratti incorniciati dei loro eroi. Poi però i quattro si fecero tentare da Berman, il più celebre costumista teatrale di Londra, e lì scelsero il look definitivo. Paul: “Abbiamo ordinato le cose più pazze ispirate a casacche militari. Era da Berman che ti mandavano se stavi girando un film e cercavi qualche abito particolare. Volevamo una divisa Edoardiana o ispirata alla guerra di Crimea. Abbiamo scelto le cose più eccentriche e le abbiamo messe insieme.” (Paul e George, se si nota, portano sulle uniformi la loro onorificenza del MBE, ricevuta due anni prima).

Mal Evans impiegò più di quattro ore a lucidare gli strumenti che i Beatles tengono in mano, calati nel ruolo di membri della banda (Paul ha un corno inglese, Ringo una tromba, John un corno francese, George un flauto). L’interpretazione è tutt’altro che perfetta; Martin nel suo libro fa notare che non li tengono correttamente, come potrebbe fare un vero musicista. Davanti ai quattro, campeggia la grancassa della Lonely Hearts Club Band disegnata da Joe Ephgrave, un illustratore per luna park coinvolto nel progetto. Ephgrave propose due bozzetti, uno più bello dell’altro. Quello scartato è nella collezione privata di Paul McCartney, l’altro dovrebbe averlo Yoko; esiste una foto in cui lo si vede a casa Lennon ai Dakota Apartments, poco prima della morte di John.

Jann Haworth ebbe l’idea di comporre con i fiori il nome del gruppo, nel coloratissimo giardino di giacinti, capelvenere, Kenzie e azalee che chiude in basso la copertina. I fiori vennero forniti da Clifton Nurseries, un lussuoso negozio di Maida Vale. Il fiorista era un grande fan dei Beatles e volle dare un personale contributo componendo una chitarra di giacinti gialli, su cui posò della canne verdi a mo’ di corde. Non fece un lavoro perfetto, anzi, la sua imperfezione eccitò i sospetti dei fan: secondo una delle tante leggende metropolitane riguardanti la morte di Paul, i giacinti vanno a comporre il suo nome. Sotto il tamburo, prima della scritta Beatles, una fila di pianticelle verdi guardate a vista da una scultura di pietra giapponese, Biancaneve e un busto di T.E.Lawrence. Non sono piantine di cannabis, come a lungo si è ritenuto, bensì della più umile Peperomia. Per inciso, nè Peter Blake nè sua moglie Jann furono soddisfatti del giardino. I fiori non erano quelli che volevano e nemmeno freschissimi; in effetti dovevano essere consegnati il giorno prima ma la seduta fotografica era stata spostata di 24 ore e si era dovuti ricorrere a un congelatore. Inoltre erano pochi, non abbastanza da riempire lo spazio predisposto. Per quello i Blake dovettero accettare l’offerta del fiorista che compose maldestramente la chitarra di giacinti. “Una cosa stupida” ha ricordato Jann Haworth, “che oltretutto non aveva neanche l’aspetto di una chitarra. Sembrava “un osso” o non so cosa.”

La foto di Michael Cooper ritrasse i Beatles con un nuovo look, tutti con i baffi. Non fu una scelta d’immagine ma un puro caso. George i baffi se li era già fatti crescere durante il soggiorno in India mentre Paul decise di non tagliarseli per via di un incidente in motorino che gli aveva gonfiato il labbro in maniera anti estetica. La ricostruzione dei fatti naturalmente parve troppo semplicistica ai fantasiosi elaboratori del mito di Paul morto. Il Sgt. Pepper per loro fu in effetti una manna. Altri indizi vennero trovati nella foto di interno copertina e soprattutto nel retro, dove Paul era di spalle e non guardava la camera. In realtà quella foto venne scattata dopo la seduta del 30 marzo, quando McCartney era già volato negli Stati Uniti dalla fidanzata Jane Asher che festeggiava il suo compleanno – il 5 aprile – ed era in tour in Romeo e Giulietta con l’Old Vic di Bristol. Il tipo con la divisa azzurra di spalle in effetti non è lui (ma neanche Mal Evans, a dire il vero, a lungo sospettato della sostituzione). Quanto alla foto interna, Paul porta cucito sul braccio sinistro una stoffa dove i fan, ossessionati dal mistero della sua morte, vollero leggere la scritta OPD, “officially pronounced dead”, “dichiarato ufficialmente morto”. In effetti una piega del vestito trasformò alla vista in D quella che in verità era una P. La sigla corretta era OPP, che sta per “Ontario Police Precinct”. Qualcuno aveva regalato la stoffa a Paul durante la visita dei Beatles a Toronto, il 17 agosto 1965. Secondo un’altra leggenda, probabilmente più suggestiva che vera, uno dei poliziotti di scorta al gruppo in quell’occasione era un certo Sergente Pepper.

Non fu solo la copertina a stupire e a fare epoca ma anche la confezione del disco, un incredibile fold out pieno di colori con i testi oltretutto riportati sul retro. Era la prima volta in assoluto per i Beatles e una rarità comunque per i tempi: così come la busta interna, di carta, che nella prima edizione era disegnata da Simon e Marijike dei Fool e personalizzata con colori psichedelici (in Italia non arrivò nulla di tutto questo: i dischi Parlophon della Carisch non avevano neanche una busta di carta ma un semplice cellophan). L’album aveva due tasche. In quella destra era riposto il vinile, in quella sinistra un cartoncino con cinque Sgt. Pepper cut outs firmati da Peter Blake e Jann Haworth: i baffi del sergente, una sua cartolina, i gradi, due badges e le figurine dei quattro Beatles da ritagliare su una base con la scritta Sgt. Peppers Band.

Nelle Pepperabilia in fondo al suo volume di ricordi, George Martin scrive un po’ a sorpresa che la tasca sinistra era stata progettata in origine per contenere un secondo vinile. Sembra una ricostruzione improbabile: in nessuno stadio della lavorazione, da quel che si conosce, il Sgt. Pepper’s venne concepito come doppio album, anche se una delle fonti d’ispirazione di Paul fu sicuramente Freak Out!,il leggendario esordio dei Mothers Of Invention di Frank Zappa, che l’estate precedente aveva strabiliato gli addetti ai lavori con il suo formato di album doppio apribile. Vero invece che, prima dei modellini da ritagliare della coppia Blake/Haworth, i Beatles pensarono di inserire in quella tasca una serie di gadget, e volarono le idee più balzane. Come però ricorda Peter Blake nelle note alla prima edizione del CD, “il progetto venne sospeso perchè avrebbe procurato alla EMI notevoli problemi di marketing”.

Neil Aspinall ha un curioso ricordo sul retro del Sgt. Pepper: “Il retro della copertina richiese molto tempo perché c’era l’idea di mettere i testi in una certa sequenza. Camminavo con Paul nel West End, e ci scervellavamo per trovare parole o una frase compiuta usando la lettera iniziale del titolo di ogni canzone. La prima era la S di Sgt. Pepper, e a quel punto ci serviva una vocale; ma non venne fuori nulla, così i testi vennero riportati nello stesso ordine del “sequencing” delle canzoni.” Alla fine la copertina del Sgt. Pepper’s costò 2.800 sterline, oltre il 10% di tutto il disco: un conto stratosferico per l’epoca (la EMI ne spendeva abitualmente fra le 25 e le 75 per album). “Una follia!” strepitò sir Lockwood, “con quei soldi ci potevo affittare la London Symphony Orchestra!”. Immaginando quel bagno di soldi, aveva fatto realizzare dal reparto grafico della EMI una versione ritoccata in cui (lo racconta Neil Aspinall) dell’originaria idea di Blake restavano solo i fiori, la pelle di grancassa, i quattro Beatles su uno sfondo di cielo azzurro; poi era andato da Paul chiedendogli di utilizzare quella. Paul rifiutò di cedere e si limitò a promettere di rimborsare personalmente la EMI in caso di penali per l’uso non autorizzato delle immagini.

La copertina diede lustro e fama a Peter Blake ma lasciò brutti strascichi. Per quel lavoro, l’artista ricevette il magro compenso di 200 sterline, da dividere oltretutto con la moglie; la somma gli venne girata da Robert Fraser, che per la consulenza era stato pagato dai Beatles 1500 pounds. Per anni Blake si tenne il mugugno, poi contattò la Apple per un adeguamento della somma, visto che l’opera era diventata nei decenni una vera e propria icona rock e continuava a essere usata. Non ottenne risposte soddisfacenti e oggi ritiene chiusa la faccenda, seppur con molto fastidio. Visti i riconoscimenti ottenuti altrimenti con il suo lavoro, quella copertina è per lui grande impiccio, un incubo a cui tutti ritornano come se avesse fatto solo quello in vita sua – “una maledizione”. Dopo quella commissione, Blake è tornato ancora a trattare i Beatles nelle sue opere (per esempio The Beatles, (63-68), acrilico basato su foto di giornale con uno spazio lasciato bianco per eventuali autografi) e ha compiuto altre felici incursioni nel mondo rock. Sue fra tante le copertine di Do They Know It’s Christmas, il singolo benefico dei Band Aid del 1984, di Face Dancesdei Who, di Stanley Road di Paul Weller, della recente antologiaOasis e di Brand New Boots And Pantiesdell’amico Ian Dury – Dury da ragazzo era stato allievo di Blake. quando l’artista insegnava al Royal College Of Arts.

Nel febbraio del 2005 Peter Blake, insignito tre anni prima del ruolo di Sir, ha aperto presso la School of Music dell’Università di Leeds una Blake Music Art Gallery con 14 esempi della sua arte applicata alle copertine discografiche. Il Sgt. Pepper’s naturalmente è il pezzo forte.

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Alessandro Dalai
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