HENDRIX STANZA PIENA DI SPECCHI
Rock

JIMI HENDRIX, UNA STANZA PIENA DI SPECCHI

HENDRIX STANZA PIENA DI SPECCHI. Un cofanetto quadruplo che certamente farà discutere. Un esteso sguardo alla parte migliore della carriera di Jimi, i quattro anni dal ’66 al ’70.

Una stanza piena di specchi. Manca l’Hendrix «americano», c’è invece, in dettaglio, la storia dell’Hendrix «inglese», il giovane musicista portato in Europa a cambiare il mondo della musica.

Per celebrare i trent’anni della morte di Jimi Hendrix (per festeggiare il compleanno del suo fantasma, inquieto e ingombrante), Ed Kramer e i curatori degli «Hendrix Archives» hanno preparato un cofanetto quadruplo,una stanza piena di specchi, che certamente farà discutere. E’ un esteso sguardo alla parte migliore della carriera di Jimi, i quattro anni che vanno dall’ottobre 1966 al settembre 1970. Non ci sono documenti dell’Hendrix prima, quello «americano», quello che per sbarcare il lunario doveva fare il buffone con Little Richard e il cottimista con Curtis Knight.

C’è invece, in dettaglio, la storia dell’Hendrix «inglese», il giovane musicista scoperto da Chas Chandler al Village e portato in Europa a cambiare il mondo della musica rock, con la Experience e con le varie sigle illusorie del suo finale di carriera. Il cofanetto di una  accosta inediti, rarità e pagine note, e questo è è uno dei temi controversi; gli archivi ormai scarseggiano e non c’era materiale abbastanza per coprire tutti i periodi con pezzi mai ascoltati prima.

La forma scelta

Un altro punto dolente è la forma scelta, quella del mosaico storico, che ha caratterizzato (male) tante antologie hendrixiane del passato. Briciole bellissime da concerti, sedute ufficiali, prove libere ma pur sempre briciole. I curatori degli Archivi negli ultimi anni erano andati nella direzione opposta: accorpare, eliminare i doppioni, diradare la giungla discografica. Questo è un passo indietro, giustificabile ma comunque un passo indietro.

Le gemme più brillanti del box sono le outtakes e alternate takes dei primi due album, che Chas Chandler si era sempre orgogliosamente rifiutato di rendere pubbliche quando al timone della discografia hendrixiana c’era Alan Douglas. Quelle pagine erano già note per via di bootleg ma questa è la loro prima edizione ufficiale. Se ne ascolta però solo una selezione, e anche qui viene da storcere il naso: non sarebbe stato meglio riunire tutte quelle delizie in un solo album (e magari festeggiare così, senza tronfi cofanetti, il trentennale?).

Un contributo importante

Un altro contributo importante alla raccolta viene da alcuni brani originariamente pubblicati su «In The West» e mai finora riportati su CD. Per inciso, i curatori hanno puntigliosamente corretto un errore dell’edizione originale, una delle tante sciatterie della discografia hendrixiana anni ‘70: le versioni di «Little Wing» e «Voodoo Chile» non vengono com’era scritto in nota dallo show di San Diego del maggio 1969 ma da quello di Londra, Royal Albert Hall, tre mesi prima. Non credo che i fans possano scampare al cofanetto, pur con fastidi e mugugni: è in fondo un buon lavoro, ricco e curato.

Per i profani, invece, non è aria: troppe sfumature e finezze, troppi dettagli, si perde in fondo il quadro generale. E’ un album «da studiare» più che semplicemente «da ascoltare». Per un primo approccio a Jimi, meglio prendersi i tre album Experience e poi, solo poi, addentrarsi nella giungla delle compilazioni postume.

Vietata la scorciatoia dei greatest hits. Attenendosi a un regime «dietetico» del genere, Hendrix può essere ancora un gran divertimento; alla faccia di chi ha creato tutta questa confusione. « The Jimi Hendrix Experience » cofanetto di 4 CD, Universal Records Guida alle perle rare di «The Jimi Hendrix Experience» Purple Haze (alternate take, 11 gennaio 1967) A volte le alternate sono più belle degli originali: questa «Purple Haze» ne è un esempio lampante, con una magica coda di rumorini ed effetti speciali che avrebbe mandato in visibilio tutti gli psichedelici del 1967, se ascoltata allora.

Jimi cercava una canzone….

 

Jimi  Hendrix nella Stanza piena di specchi cercava una canzone che fosse un buon seguito di «Hey Joe» e lavorò a lungo (quattro ore, una distanza enorme per le registrazioni dell’epoca) sul pezzo che aveva composto due settimane prima. Per la storia, quel pomeriggio d’inverno c’erano in studio ad ammirare Jimi due bei campioni della musica inglese, John Mayall e Peter Green. Killing Floor Hey Joe (dal vivo, Olympia di Parigi, 18 ottobre 1966)

Uno dei pochissimi documenti 1966 di Jimi con la neonata Experience: in uno dei templi della musica francese, di spalla a Johnny Hallyday (in cartellone anche Brian Auger). Jimi in realtà eseguì anche un terzo brano: «Wild Thing», portata al successo dai Troggs. Title # 3 Taking Care Of No Business (inedito, aprile-maggio 1967) Gli unici inediti dei nastri di Chandler. La prima è un abozzo di canzone mai sviluppata per il primo album, la seconda un indolente, ironico «vaudeville blues» registrato per «Axis: Bold As Love» e poi messo da parte. Third Stone From The Sun (alternate take, 11 gennaio 1967)

Un altro bellissimo frutto dell’importante seduta dell’ 11 gennaio 1967 agli studi DeLane Lea. Si gettano le basi del brano più fantascientifico, «alieno» del primo album; qui il nastro grezzo, con molti inserti di parlato. «Third Stone From The Sun» verrà poi smontata e rifatta completamente il 3 aprile seguente, questa volta agli Olympic Studios. Little Wing (alternate take, 25 ottobre 1967) La take numero 1 di una delle canzoni più celebri di Jimi, pubblicata su «Axis: Bold As Love» e ripresa poi da numerosi artisti, da Gil Evans a Sting.

Diventerà una morbida ballata

Diventerà una morbida ballata ma nella culla non è così delicata. Bold As Love (alternate take, 5 ottobre 1967) Con il secondo album, Hendrix e i suoi collaboratori ebbero modo di lavorare con più cura e più calma alle varie idee. Le takes dunque si moltiplicarono: nel caso di «Bold As Love» sfiorarono la trentina.

Questa è la numero 21, molto bella ma non ancora abbastanza per l’esigente Jimi. (Have You Ever Been To) Electric Ladyland (alternate take, 14 giugno 1968) Un minuto e mezzo di pura magia: Hendrix alla chitarra disegna il neonato tema conduttore del suo terzo album. Negli anni ‘70 questa versione era stata inserita in uno dei più sciagurati album della discografia postuma, «Loose Ends», mai pubblicato negli Stati Uniti e mai edito su CD per la mediocre qualità dei nastri. Un opportuno ripescaggio. It’s Too Bad (inedito, 11 febbraio 1969)

Un fosco blues condotto ai Record Plant in una delle tipiche sedute notturne di Hendrix, da mezzanotte alle quattro, con l’insolito accompagnamento di Buddy Miles alla batteria e Larry Young all’organo. «Electric Ladyland» è uscito da qualche mese e Jimi cerca nuove strade per il quarto album che poi non riuscirà mai a completare. Room Full Of Mirrors (alternate take, 21 aprile 1969) Una delle tante, gloriose ossessioni hendrixiane, «Room Full Of Mirrors» venne più e più volte eseguita in studio e dal vivo da Jimi alla ricerca dell’equilibrio perfetto.

Il cofanetto riporta due di queste interpretazioni

Il cofanetto riporta due di queste interpretazioni: un rapido demo per chitarra e armonica dell’agosto 1968 e questa lunga elucubrazione dell’aprile 1969. E’ un brano importante anche per il contesto storico. La Experience si è appena sciolta per l’abbandono di Redding e Jimi suona per la prima volta con Billy Cox. Manca anche Mitchell e nessuno ricorda chi suonò la batteria in quella occasione.

Izabella (alternate take, agosto-settembre 1969) Una rara registrazione del periodo intorno a Woodstock, quando Hendrix andava meditando una nuova musica per un più esteso complesso (Gypsy, Sun & Rainbows, un sestetto per chitarre, batteria e percussioni). Questa è la terza take di un brano che Jimi avrebbe ripreso più volte successivamente, con la Band Of Gypsys e con la rinnovata Experience.

Registrata ad agosto, la versione sarebbe stata ritoccata da Jimi un mese più tardi, con nuove parti vocali e addirittura un cambio di chitarra: una rara Gibson SG al posto della classica Fender Stratocaster. Country Blues (inedito, 23 gennaio 1970) Una bellissima improvvisazione in studio con Billy Cox, Buddy Miles e un armonicista che è rimasto ignoto, nel corso di una delle migliori sedute di Jimi nel suo ultimo anno di vita. Di quelle stesse, eccitate ore ai Record Plant sono altri rari pezzi che i fans conoscono come «Villanova Junction Blues», «Once I Had A Woman» e una prima versione di «Blue Suede Shoes».

Freedom (alternate take, 16 febbraio 1970) Una precoce versione del brano che poi finirà in «The First Rays Of New Rising Sun», con profonde differenze. Jimi si è deciso a rilanciare la Experience e ha richiamato Mitch Mitchell alla batteria; però al basso preferisce suonare con il vecchio amico Billy Cox al posto di Noel Redding. Hey Baby/In From the Strom (live a Maui, Hawaii, 30 luglio 1970)

Un rarissimo medley

Un rarissimo medley di due brani dell’ultimo repertorio di Jimi, dal vivo alle Hawaii. Fu un concerto organizzato all’ultimo minuto, per la necessità di avere riprese della nuova Experience da ultilizzare per il film «Rainbow Bridge». Non un grande show, non un buon film ma vari motivi d’interesse comunque: è una delle ultime esibizioni di Jimi e non si svolge davanti a oceaniche folle come ad Atlanta o Wight ma per una raccolta platea di poche centinaia di fans.

Slow Blues (inedito, 20 agosto 1970) Due emozionanti minuti di musica, tutto quello che resta di un’improvvisazione con Cox e Mitchell che purtroppo è andata perduta. Hendrix lavora con Eddie Kramer ai suoi studi, Electric Lady: l’approdo, il sogno di una vita musicale. Tornerà in quel guscio due giorni dopo e poi ancora il 24 agosto, forse il 25. L’inaugurazione ufficiale avverrà il 26 e, per un crudele scherzo del destino, Jimi non tornerà a suonarvi mai più.

Alcuni libri per conoscere i segreti della discografia hendrixiana John McDermott, con Billy Cox e Eddy Kramer, «La grande storia di Jimi Hendrix» (Giunti) Caesar Glebbeek-Harry Shapiro, «Una foschia rosso porpora» (Arcana Editrice) Keese De Lange-Ben Valkhoff, «Plug Your Ears – A Comprehensive Guide To Audio And Video Recordings Of Jimi Hendrix» (Up From The Skies, Nimega, Olanda)

12 settembre 2000

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