Jim Morrison avrebbe 77 anni
Rock,  Spettacolo

Jim Morrison: il re “lucertola” avrebbe 77 anni

Jim Morrison avrebbe 77 anni. Riccardo Bertoncelli ricorda Jim Morrison, il Re Lucertola nel quarantennale della morte del leader dei Doors

Con Jim Morrison è crollato un altro dei miti del pop ed è scomparsa una delle figure più leggendarie che la gioventù americana aveva fatto assurgere al rango di idolo. Forse il solo James Dean negli anni ’50 aveva incarnato con tanta determinazione il ruolo dell’angelo-demonio, del ribelle selvaggio nei confronti dell’establishement americano.

Poche persone in tutta la storia del divismo hanno saputo eccitare tanto la fantasia di coloro che hanno cercato di descriverlo. “Re dell’inganno strisciante” o “incubo edipico d’America” o ancora “evangelista dell’acid rock”, “una visione demoniaca uscita da una medioevale bocca di fuoco”, “il re del rock orgasmico”.

Jim Morrison avrebbe 77 anni

Poeta, compositore, cantante dei Doors, Jim va giudicato nella sua globalità, come personaggio innanzitutto. Con lui e con pochi altri artisti, il pop si è scrollato di dosso tutto ciò che poteva avere di accondiscendente nei confronti della media e dei centri di potere. Si è liberato dei sorrisi dolciastri e delle belle armonie dei Beach Boys, ha rifiutato i vestiti da damerini dei Beatles già baronetti. E si è posto decisamente all’opposizione raccogliendo nelle sue spire la spinta eversiva, l’ansia di rinnovamento dei propri tempi.

“Sono interessato a qualsiasi cosa riguardi la rivolta, il disordine, il caos, specialmente ogni attività che sembra non abbia scopo”, ebbe una volta a dire Jim. E al di là della genericità della frase vi è tutto l’anarcoide credo di Morrison, tutta l’ansia di una operazione dissacrante nei confronti del passato e di una libera creazione sulle basi del presente.

Solo Frank Zappa, forse, ha saputo porre in termini così lucidi e iconoclasti il pop in una nuova dimensione: musica come eccitazione, come spontaneità creativa, esibizione come happening, come sfogo esistenziale, testo lirico come messaggio, come partecipazione individuale di un artista alla coralità dei problemi che urgono.

Jim Morrison avrebbe 77 anni. Sotto questo profilo è logico

Sotto questo profilo è logico che la figura di Jim si sia resa portavoce della rivoluzione di idee e di termini propria del mondo giovanile americano degli anni ’60. Rivolta solo in embrione agli inizi della sua carriera, legata ai nomi di Mario Savio e ai campus di Berkeley, e che poi si estenderà e urgerà sempre più, e a cui il pop darà un contributo fondamentale.

Jim Morrison
Jim Morrison durante un’esibizione

“Noi vogliamo il mondo e lo vogliamo subito” Jim Morrison avrebbe 77 anni

“Noi vogliamo il mondo e lo vogliamo subito”. Sono versi di Morrison ed era l’idea di una intera generazione che mai nessuno aveva osato mettere in musica e lanciare in pasto al pubblico.

Ancora più di Dylan, menestrello individualista, legato al proprio tormento e alla propria cosciente impotenza, Morrison sfogò nei suoi testi e nella musica dei Doors la rabbia di una generazione viva che non voleva uscire dal gioco della vita.

Una generazione che non voleva risultare “beat”, battuta, sconfitta, come quella di Kerouac che l’aveva preceduta. E la sua generazione lo ascoltò e lo seguì, ne fece un idolo come forse nessuno nella storia americana del pop.

Ma lungi da essere una pedina, un consumato mestierante prigioniero della propria maschera come in fondo Dean era stato, Morrison fu attivamente, coscientemente un innovatore.

Il significato dei primi Lp

Pensiamo solo un attimo al significato che la musica dei suoi primi LP acquistò. Musica violenta, dissacrante, fondamentalmente ritmica che tendeva a una violenta eccitazione in termini fisici, che preludeva a una disinibizione, a uno sfogo deciso. Musica che più di ogni altra tendeva a riacquisire certi valori dinamici messi in disparte: ed era un ritorno polemico, rabbioso.

JIM Morrison, la biografia. Voleva una musica aspra, che legasse con i propri intendimenti, che si ponesse in termini sessuali e che suggerisse qualcosa in quella direzione. E tutta l’opera di Jim sta in questa correlazione serrata musica/sesso, in questa ricerca di identificare in qualche modo i due mondi.

Tentativo se vogliamo fallito, e che si affievolirà non poco nelle composizioni più tarde. Resta però a significare l’avvento di concezioni in chiaro contrasto con il passato e profeticamente estese all’avvenire.

Jim Morrison avrebbe 77 anni

“La nostra istruzione sociale sessuale è in qualche maniera legata alla evoluzione del rock, e viceversa” ha scritto acutamente Zappa. Jim Morrison è la graffiante esemplificazione di questa asserzione. Infatti è catalizzatore da un lato dei fermenti in campo sessuale e profeta a sua volta di una libertà che trovasse nella musica lo sfogo più appropriato.

Pensiamo anche all’importanza di un testo chiave del pop come The End, con il passaggio del mito di Edipo. Si sono scritti articoli e versati fiumi di inchiostro sul significato del brano. Al di là di tutto sta la capacità poetica di Jim Morrison, la ricerca di un nuovo modo di comunicare mediante il testo che non è pura sovrastruttura ma parte integrante dell’opera.

I testi di Morrison che avrebbe 77 anni

I testi di Morrison in fondo si sono sempre orientati verso questa funzione fondamentale nel contesto dell’opera. Il punto di arrivo in fondo a tutto era la creazione non di un pezzo semplicemente musicale ma di una vera e propria “opera” nel senso più largo, scenico, drammatico del termine.

The End nella sua ipnotica veste è solo il primo momento. Soprattutto Unknown Soldier, pur nella sua debolezza strutturale tenderà a questa concezione, a fare della composizione una breve “tragedia” in musica. E ancora più in la nel tempo The Celebration Of The Lizard, valendosi di uno dei testi più espressivi della letteratura pop, farà del messaggio lirico il perno su cui Morrison verterà le proprie qualità sceniche e teatrali.

Le esibizioni di Jim Morrison

E pensiamo alle esibizioni di Jim Morrison, dai famosi esordi al Whisky a Go Go di Los Angeles, al contrastato concerto di Miami che gli costò una denuncia per “atti osceni in luoghi pubblici e simulazione di copulazione orale”. L’esibizione perdeva tutta l’incrostazione “professionistica” che si portava dietro, e diventava un banco di prova via via differente per gli stimoli che Jim di volta in volta offriva.

Al di là di ogni speculazione, quindi, di ogni sistematizzazione della sua figura, vi è una importanza decisiva, una vitalità prorompente che gli anni intaccheranno in modo decisivo ma che non si annullerà mai definitivamente.

James Douglas Morrison entra nel mondo pop nel 1966, dopo un diploma in cinematografia ottenuto all’UCLA di Los Angeles. Le sue prime composizioni sono di quei tempi, affidate a uno sconosciuto complesso, Rick & the Ravens. Del group fanno parte il batterista John Densmore e i tre fratelli Manzarek , tra cui spicca Ray, organista e bassista. Ben presto il gruppo si sfalda. Morrison fonda i Doors, con Ray Manzarek e John Densmore e con un quarto elemento, Robbie Krieger, chitarrista. Il nome indica già un certo clima intelletualistico su cui il group fa perno. Intende ricordare le “doors of perception” citate da William Blake, quelle porte che ci separano dalla vera e infinita realtà che il grande profeta inglese del Settecento aveva ricordato nel suo Marriage Of Heaven & Hell.

I primi spettacoli dei Doors

I primi spettacoli dei Doors avvengono nel circondario di Los Angeles. Il primo LP non tarda a giungere, nel febbraio ’67. Si intitola The Doors e segna l’inizio dell’ininterrotta collaborazione del complesso con la Elektra. Il LP si presenta già come opera matura e cosciente con rare sfasature.

La musica si impone per la dura marca ritmica e per l’eccellente fraseggio combinato tra organo e chitarra. La voce di Jim Morrison si impone per la personalità del timbro e per la capacità di adattamento alle più diverse atmosfere. Lo stile dell’album si mantiene sul pop ben calibrato e graffiante, ma senza eccessi, tipico di quell’epoca. Break On Through, già apparsa con scarso successo su 45 giri, è l’esempio più lampante. Ma si impone all’attenzione soprattutto Light My Fire per un eccellente assolo di organo e per la freschezza della ispirazione.

L’inizio del mito Doors

Light My Fire segna l’inizio del mito Doors. Venderà milioni di copie e segnerà una epoca. Ma i pezzi chiave del LP sono altri. The End soprattutto, di cui si è già accennato. Un brano molto particolare, nenioso e penetrante, che nella ripetizione del tema fondamentale, come un raga (“This is the end / my only friend”) crea un clima allucinato e nevrotico. Crystal Ship, ancora, si fa valere per la rarefatta ispirazione e la poetica parte lirica che Morrison recita più che cantare, in un clima inusitato. E ancora andrebbe ricordata l’ironica Alabama Song (Whiskey Bar) che si avvale di due firme prestigiose quali Bertolt Brecht e Kurt Weill, boutade ironica che rimembra vecchie colonne sonore western.

Jim Morrison
Locandina di un concerto a Brooklyn

la nascita del mito di Jim   anni Morrisonche avrebbe 77 anni

Alla prima esperienza segue la nascita del mito Morrison, che già si impone come poeta tra i più vivi della nuova generazione. Jim tenderà infatti ad affermare sempre più la propria personalità di scrittore e negli ultimi anni si dedicherà anche alla cinematografia e alla sceneggiatura.

Ricordiamo in tal senso che esistono due volumi che testimoniano l’esperienza letteraria di Jim: Lyrics To A Theatre Composition e The Lords / Notes On A Vision. C’è poi un filmato che comprende anche esibizioni live del group, Feast Of Friends, curato da Morrison e gli abbozzi di un secondo film e di uno sceneggiato in collaborazione con Michel Mc Clure.

Al primo album segue comunque a breve distanza una seconda raccolta. Strange Days è uscita nell’ottobre di quel medesimo ’67 e preceduta da un singolo di grande successo, People Are Strange. Strange Days completa il discorso abbozzato nel LP di esordio. Si tratta di una musica che si fa sempre più informale e libera, che rompe molti freni. Soprattutto in When The Music’s Over e una serie di testi che segnano la caratteristica principale del nuovo pop a contatto con la realtà dei tempi.

Ecco allora Strange Days

Ecco allora Strange Days e soprattutto We Could Be So Good Together, il credo della libertà sessuale di Jim Morrison. Brani che rispecchiano la crisi del momento in cui sono scritti, momento di ripensamento per tutti e anche per il pop che sta avviandosi alla maturità. Momento di “furore poetico” e compositivo per Morrison. Proprio nell’incertezza e nella disperazione del suo tempo trova forza e vitalità per la propria espressione.

E’ abbastanza significativo che Jim Morrison compia il meglio di se stesso in un ambiente ancora ostile, in cui ogni sua ricerca e ogni sua parola giunge nuova ed eretica. In seguito, quando tutto un ambiente sarà stato svegliato dall’esempio suo e di pochi artisti come lui (Zappa, Country Joe, Beefheart) sarà incapace di continuare ad offrire qualcosa di degno e si riscatterà solo in parte con qualche spunto.

Jim Morrison come Bob Dylan

La sua involuzione, la sua drammatica incapacità di ritrovare slancio e vena ispirativa, ricordano l’involuzione di Dylan. Come Bob giunge al moralismo di John Wesley Harding e alla rasserenante visione di New Morning, perdendo in rabbia e determinazione, Morrison ripercorre il medesimo cammino, giungendo al disimpegno di Jim Morrison Hotel o alla disincantata ironia di L.A. Woman.

La crisi

La crisi di cui si intende parlare è formalmente crisi di significati ma in secondo piano anche crisi stilistica. E le avvisaglie si manifestano nel terzo 33 del complesso, quel Waiting For The Sun che esce nel luglio ’69, anticipato da due singoli come Unknown Soldier e soprattutto Hellò I Love You che ottengono successi clamorosi. Waiting For The Sun risulta una raccolta debole per la incapacità dei Doors di uscire dagli schemi costruiti nelle precedenti esperienze.

Pochi brani riescono a staccarsi; la già citata Unknown Soldier sviluppa un discorso discontinuo e a volte ingenuo, velatamente Brechtiano nella commemorazione del soldato fucilato in guerra, ma sa essere una creazione pulita e sentita, se non originale. Anche Spanish Caravan e Five To One o Yes, The River Knows si staccano dal resto: che è perlomeno mediocre e ripetitivo. La musica si perde in fraseggi inutili e prima impensati, Morrison stesso è sfocato e comincia a mancare di idee.

La crisi dei Doors

E’ l’inizio della crisi dei Doors, che si protrae sino alla metà del ’70 e che è fondalmentalmente crisi di idee di Morrison. Nell’estate del 1969, dopo il successo della mediocre Touch Me esce The Soft Parade, un LP disastroso in cui Morrison sembra porsi in disparte, lasciando la composizione di quasi tutto il materiale a Krieger e assistendo in piena crisi allo sfacelo del gruppo, che ciononostante continua a vendere.

“I Doors sono all’ultimo atto di una costipazione musicale” scrive Alec Dubro sulle colonne di Rolling Stone, e sinceramente Morrison e soci sembrano vittime di un imbastimento di idee che li porta a sconvolgenti risultati. In Soft Parade solo il brano che intitola la raccolta sembra emergere dal grigiore generale ma si perde anch’esso in mille particolari e sovrastrutture inutili. Ma esplicativi della crisi risultano soprattutto Touch Me e Follow You Down, brani per archi e fiati che rendono assurdo il clima del LP, che mettono in mostra cinicamente tutte le debolezze strutturali della tematica del group.

Morrison Hotel,

Morrison Hotel, quinto album uscito nel febbraio ’70, cerca una soluzione alla crisi in chiave prettamente musicale. Manzarek viene dirottato definitivamente all’organo per lasciare posto a un bassista per le sole incisioni e lo stile ritorna al country e al blues nella forma più pura. Ma è una scelta non originale e non consona al complesso: e la crisi non viene superata ma solo aggirata, con un LP stanco ma valido almeno esecutivamente. Peace Frog e Roadhouse Blues sono i prodotti più onesti, ma non rendono omaggio alla grandezza del group.

Bisogna attendere l’estate di quello stesso anno per avere finalmente la rinascita. Esce il doppio Absolutely Live, importante testimonianza che raccoglie vari concerti nei mesi precedenti. Il materiale è perlopiù vecchio ma l’importante è la grinta ritrovata e la figura di Morison che torna a campeggiare.

The Celebration Of The Lizard

The Celebration Of The Lizard si pone sulle direttive dei brani migliori: un testo possente, icastico, una musica avvolgente e ipnotica. Così è anche per When The Music’s Over, con la medesima atmosfera delirante, da “trip”, e la partecipazione attenta del pubblico che fa da magico punto di riferimento. O ancora la inedita e travolgente Who Do You Love, un vecchio hit di Ellis Mc Daniels che scatena il pubblico e Jim Morrison in uno dei suoi pezzi più tribali e liberi.

E’ un documento grande di un artista nel suo terreno preferito, il contatto diretto con la folla, di un personaggio che si sente libero e che vuole esprimere questa personale libertà, portare gli altri a quel medesimo stato.

 Absolutely Live

Nell’ondata di dischi live, Absolutely Live si stacca per la sua forza penetrante, per il suo significato di testamento di un complesso, perché dimostra sino a che punto possa arrivare la musica impiegata in un certo modo. Ma al di fuori della qualità del LP sta l’incapacità da parte dei vari membri di ricostruire lo spirito di un tempo. Il materiale inedito è scarso e il group è rovinato da diatribe interne.

Morrison vive sempre più isolato, insensibile al rinnovamento che intorno a lui sta avvenendo. Sembra quasi incredibile la crisi di un musicista tanto geniale in un ambiente in pieno fermento come la California degli ultimi anni. Ma Jim è eternamente solo con se stesso, incapace di comunicare con gli altri e di collaborare in maniera fattiva.

Il suo isolamento danneggia gravemente anche la sua popolarità; le sue esibizioni si diradano sempre di più, altri artisti portano avanti il vessillo del rock e della componente sessuale. Joe Cocker, Iggy Stooge lo sostituiscono tra i sex symbols, tremendamente più poveri di idee ma certamente più vitali e continui.

Elektra

A dicembre, sotto la minaccia di Morrison di non rinnovare il contratto in scadenza nel ’71, la Elektra pubblica una raccolta di successi, 13. I Doors non accettano la speculazione ma non escono con materiale nuovo. Ad aprile di quest’anno Jim si ritira a Parigi; è l’ultima tappa della sua crisi. Crisi che sembra in certo senso superata, ascoltando i brani di L.A.Woman, il nuovo 33 pubblicato il mese seguente.

Il complesso ha abbandonato certe prerogative di impegno dei suoi inizi ma sembra avere riacquistato freschezza. Il pop che determina l’album è genuino e serrato, i pezzi si liberano dei fronzoli che frenavano la libertà di ispirazione. Love Her Madly vende molto bene e sembrano ritornati i tempi d’oro. Poi il 9 luglio l’agghiacciante notizia da Parigi, data dal manager Bill Siddons, che annunzia la morte di Morrison.

 

Una morte misteriosa

e imprecisa, casuale, che suscita subito una ridda di ipotesi, tanto che il Melody Maker giudica infondata la voce. Una morte silenziosa soprattutto, senza battage, come non si sarebbe atteso da uno dei divi più ” rumorosi ” degli anni ’60. Al di là di ogni discorso e di ogni commemorazione, Morrison porta con sé nella morte la propria disperazione, la propria allucinata ricerca di vita. Sparisce come un fantasma: proprio ciò che stava diventando a dispetto della sua immagine e della sua musica, a dispetto della vita e della realtà che sembrava amare tanto.

Il migliore epitaffio di Morrison l’ha scritto forse egli stesso, nei versi finali di Feast Of Friends, una poesia di due anni addietro.

” … Viene la morte a una strana ora,

senza che sia annunciata,

senza che la si aspetti,

come a spaventare gli estranei

che oltre l’amicizia

ti sei portato a letto.

E la morte ci rende tutti angeli,

ci dona le ali

laddove noi si aveva le spalle,

ali dolci come gli artigli di un corvo …”

Angelo o demonio, fantasma crudele e sessuale una volta di più, anche nel suo ultimo gesto.

Tempesta elettrica

Questo invece è un estratto (la parte finale) della introduzione che nel 2002 scrissi per il volume Tempesta elettrica – Poesie e scritti perduti di Jim Morrison, ancora oggi in catalogo negli Oscar Mondadori (la traduzione dei versi è di Tito Schipa, jr). Il titolo era e rimane Una intensa visitazione di energia e non riesco a trovare parole migliori per spiegare la mia ammirazione e i miei dubbi per l’artista e le questioni sollevate nel breve svolgersi della sua arte e vita.

“Il Poeta si rende veggente con un lungo, ampio, meditato sconvolgimento di tutti i sensi – ogni forma di amore, di sofferenza, di follia”.

Arthur Rimbaud, il poeta amato da Jim Morrison

Questo è Arthur Rimbaud, l’amatissimo, idolatrato Rimbaud, e questo è l’ideale di Poesia che Morrison aveva in mente e che inseguì per tutta la vita, scommettendo la vita stessa. Da quel punto di vista (ogni forma di amore, di sofferenza, di follia: quindi le droghe, l’alcol, l’esibizionismo, la morte) il cammino di Morrison può dirsi esemplare e la sua opera paradossalmente riuscita, nell’arco folgorante di soli 27 anni.

Ma è una storia che va letta davvero in questo modo? I contemporanei di Morrison ebbero molti dubbi e, prima ancora che la sua vicenda si concludesse al 17 di rue Beautreillis, a Parigi, ne ridimensionarono la figura, compatendo la fragilità dell’uomo e raffrontando gli alti ideali con gli stenti di molte sue opere, specie negli ultimi anni.

Un velleitario, un uomo prigioniero dei suoi eccessi ridotto all’impotenza e alla farneticazione. Un nichilista, che dissipò il suo talento esplorando fino allo strazio il suo lato più oscuro, quella “vasta regione di immagini e sensazioni che raramente vengono espresse nella vita quotidiana e, quando lo sono, possono assumere forme perverse”. Ed Brokaw, uno dei suoi professori all’UCLA, ne ha dato questo ritratto a un ottimo biografo di Jim, Jerry Hopkins. “Era il tipo che, quando intuisce che qualcosa ha un potenziale distruttivo, si avvicina, l’annusa e si scalda le mani a quel fuoco.”

Frank Lisciandro

Frank Lisciandro capovolge con un colpo a effetto quel giudizio diffuso: “Guardandolo alla luce della tradizione dell’antico oracolo/poeta, il suo stile di vita potrebbe essere definito non ‘auto-distruttivo’ ma piuttosto ‘auto-istruttivo’: un modo di conoscere la natura delle cose rischiando l’alienazione sensoriale. Era la sua occupazione e la sua vocazione. Lo faceva nel modo in cui faceva ogni cosa; senza riserve, e ai limiti estremi delle possibilità.

“E’ questa scabrosa ricerca del proprio Io selvaggio che ha affascinato i posteri e generato il debordante mito fiorito soprattutto negli anni ’80. E’ il Morrison di quella sua abusata e suggestiva dichiarazione: “Sono attratto da tutto ciò che riguarda rivolta, disordine, caos e, in particolare, da tutto il fare che all’apparenza è insensato. Mi sembra questa la strada che conduce alla libertà.”

Chi è stato Jim Morrison?

Così, dunque? E’ stato realmente Jim Morrison “uno dei poeti migliori della sua generazione” o solo un cercatore a tentoni avvolto dall’abbagliante aura della rock star? Davvero “la via dell’Eccesso porta al Palazzo della Saggezza”, come Michael McClure volle onorare il suo perduto amico citando William Blake? E ancora, “la Prudenza è una ricca e sciatta vegliarda corteggiata dall’Incapacità”?

L’eccessivo imprudente Jim Morrison non risponde, dalle lontane stanze del Mito dov’è rinchiuso ormai da trent’anni. Era il destino che aveva sognato, nel giovane mondo antichissimo in cui correvano le sue fantasie: essere un oracolo, una sfinge, un eroe rapito dal Fato per avere osato sbirciare “oltre le porte della percezione”. Ora può riposare senza più sciupare i suoi versi, “trasportato verso il cielo”, come lui stesso aveva scritto per Brian Jones, “per le dimore della musica”.

Jim Morrison avrebbe 77 anni

 

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