PIPPO BAUDO: GLI 80 ANNI DI UN MITO DELLA TELEVISIONE

PIPPO BAUDO: GLI 80 ANNI DI UN MITO DELLA TELEVISIONE

Pippo Baudo, il “senatore” della tivù, raggiunge il traguardo degli ottant’anni. Ha attraversato da testimone e protagonista la storia recente dello spettacolo e del costume italiano.

Nasce il 7 giugno 1936 a Militello, in provincia di Catania, Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo, in arte Pippo Baudo.  Vivace e intraprendente sin dalla prima giovinezza, mette in scena spettacoli dai tempi del liceo senza però abbandonare gli studi: la laurea in giurisprudenza arriva presto e con questa la scommessa fatta a sé stesso e alla famiglia di non esercitare come avvocato, così come fece il padre. Dopo l’università inizierà ad esibirsi in tv: la sua prima apparizione è a soli ventitré anni nello show diretto da Enzo Tortora “La conchiglia d’oro“, mentre l’esordio come conduttore avviene nei primi anni Sessanta. La svolta che lo rende popolare quasi casualmente è il programma “Settevoci“: un quiz musicale che ospitava cantanti ora notissimi ma allora ai primi passi, come Massimo Ranieri e Fausto Leali.

PIPPO E LA RAI: UNA VITA ASSIEME

Nel 1969 arriva un’altra “prima volta” che segnerà definitivamente la sua carriera, un passo per il quale sarà riconosciuto e amato dal pubblico da allora in poi: la prima direzione del Festival di Sanremo, che condurrà per altre 12 volte: un record assoluto tra i presentatori. Quella tra Baudo e la Rai diventerà presto una storia di odio e amore, un vero e proprio romanzo fatto di abbandoni e ritorni. Il primo grande contrasto arriva nel 1987 quando, criticato per il suo stile di conduzione dal presidente della Rai, decise orgogliosamente di passare alle reti Fininvest. Nel 2004 a farlo allontanare dall reti pubbliche furono altri attriti con la dirigenza, mentre è del 2011 uno degli episodi più eclatanti: il litigio furioso con l’autore Rai Claudio Donat Cattin, finito ad urla e sputi.

POLEMICHE E SCENE “CULT”

Baudo è stato spesso considerato dai critici come il rappresentante reazionario del buonismo all’italiana: una sorta di portavoce nazionalpopolare della Democrazia Cristiana. Una visione sicuramente ideologica ma che aiuta a scindere in due la carriera del presentatore siciliano: più remissivo e accomodante fino agli anni Novanta, più estroverso e padronale negli ultimi venticinque anni. Un cambiamento in linea con quello della televisione e della società italiana. Nel 1986 presentò Beppe Grillo in tv, che fu cacciato dalla Rai per la battuta: «Se in Cina sono tutti socialisti a chi rubano?», con la quale provocò un polverone senza precedenti. Un intervento da cui Baudo prese subito le distanze. O di lui si ricorda la rigidità da protocollo con cui accolse le sciabolate ironiche di Ugo Tognazzi a “Domenica In” nel 1980, che rintuzzava il conduttore con la sue verve trasgressiva e i continui richiami all’attualità politica e sociale italiana: Baudo, impettito anche in quell’occasione, glissò, cambiando argomento. Forse, l’unica volta che Baudo si è realmente “esposto” è stato in occasione delle serata inaugurale del Festival di Sanremo 1995, quando raggiunse la balconata dell’Ariston tendendo la mano ad un disoccupato che minacciava il suicidio: un’gesto da eroe della patria, inaspettato o forse programmato con la dirigenza per dirottare sulla rete pubblica attenzioni ed ascolti.

Pur ritirandosi dalla conduzione di grosse manifestazioni televisive negli ultimi anni, Baudo ha espresso recentemente pareri sulle attuali tendenze televisive, come successo a fine maggio, quando ha definito i talent show come palcoscenici d’esibizione per futuri disoccupati. Pippo Baudo è stato ed è questo e molto altro: un testimone e protagonista “in filigrana” del costume e dalla società italiana degli ultimi cinquant’anni.

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Boris Stoinich
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