Barenboim, il mio Fidelio

Il maestro inaugura la stagione che chiude la sua esperienza milanese. Fidelio? Un’opera che canta l’amore.
  Beethoven? Un compositore scomodo, per la sua grande tensione morale. Un Daniel Barenboim a tutto campo, in cattedra  nell’aula magna dell’Università Cattolica di Milano gremita di studenti e di appassionati.
  Sollecitato dalle domande del critico musicale Enrico Berardi, parla del Fidelio che il 7 dicembre inaugurerà la stagione della Scala (e che sarà l’ultima suo lavoro da direttore musicale del Teatro), con la regia di Deborah Warner; parla della musica in generale, di quella di Beethoven in particolare, del mestiere di direttore d’orchestra. Tocca il grande tema della libertà.
  Del ‘Fidelio’, la versione che il maestro porta in scena alla Scala è la terza, quella del 1814, ma con uno sguardo verso la versione del 1806 (che il compositore volle intitolare ‘Leonore, o il trionfo dell’amor coniugale’), da cui prende l’ouverture ‘Leonora II’, ”dove ci sono ancora espressioni di certi dubbi, al contrario della Leonora III, che contiene già tutta l’opera”.
  Il motivo di questa scelta nasce soprattutto dalla volontà di approfondire l’aspetto umano e affettivo del dramma. In genere di parla del Fidelio come di un opera che tratta il tema della libertà. Barenboim, al contrario, pensa che canti l’amore.
  ”Le due opere del repertorio tedesco – spiega – sono oggetto di malintesi interpretativi: di Tristano si parla come di un’opera sull’amore, in realtà è un’opera sulla morte. L’amore di Wagner è piuttosto nel primo atto di Walkiria. Fidelio invece è spesso letto esclusivamente come un dramma politico, mentre è la storia di una donna innamorata, disposta a fare tutto, ‘tuttissimo’ – aggiunge il Maestro – pur di salvare l’amato”.
  E la libertà? ”Il concetto di libertà è cambiato molto dai tempi della rivoluzione francese – dice Barenboim – .Pensate che il 17 settembre 2002, George W. Bush, in un documento sulla sicurezza degli USA, parla della libertà reale in questi termini: ‘se tu puoi fare qualcosa che altri apprezzano, devi essere in grado di vendergliela. Se altri fanno qualcosa che tu apprezzi, devi essere in grado di comprarla”’. Quanto al Fidelio, la sua musica, per il Maestro è difficilissima, perché Beethoven ha un grandissimo rigore morale, che si traduce nella sua musica. E non si può trascurare: nel primo quartetto, ad esempio, si capisce bene come ”il silenzio sia parte organica della musica di Beethoven.
  Ed è difficile, quando si canta, quando si suona, mantenere i tempi del ‘silenzio’ senza ritardarli e senza anticiparli. Lui voleva creare l’illusione che l’uomo è fatto di suoi e di silenzi. E’ un compositore scomodo: ha tutto fuorché la superficialità”.
  ”E la sua musica parla a tutti, quando si è aperti alla musica. Ha qualcosa di particolarmente forte, sintetico, conciso: non c’è una nota che sia solo ornamentale. Nessun altro compositore ha la stessa forza. Penso che ciò dipenda dal fatto che Beethoven era profondamente morale”.
  Quella della Scala è un’orchestra beethoveniana? ”Certamente sì. Dopo tanti anni che lavorano con me mi conoscono a memoria, sanno cosa penso”. E spiega: ”oggi le orchestre sono tecnicamente molto più avanzate rispetto a 50 anni fa. Che cosa può dare un direttore a un’orchestra come quella della Scala che sa tutto a memoria? Può dare il suo modo di pensare, deve spiegare bene a tutti che cosa vuole fare, spiegando cosa succede se si fa come dice lui”.

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