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KORE-EDA A VENEZIA APRE IL FESTIVAL CON UN FILM MOLTO FRANCESE

KORE-EDA A VENEZIA APRE IL FESTIVAL CON UN FILM MOLTO FRANCESE

La poetica registica di Kore-eda a Venezia apre il concorso e lo fa con “La Verità”, un film che deve molto al cinema francese.

Quest’anno, il 28 agosto, il regista Hirokazu Kore-eda a Venezia apre il celebre biennale cinematografica con un film molto profondo, “La Verità”, che annovera due primati.

Infatti, per la prima volta il regista del Sol levante gira fuori dalla sua terra natia e per la prima volta senza attori giapponesi, bensì in lingua inglese e omaggiando la Francia e il suo cinema, avvalendosi di due delle sue migliori attrici, Cathrine Deneuve e Juliette Binoche.

Senza dubbio, in questa pellicola, la regia giapponese sviluppa anche sottili parallelismi con lo stile di celebri registi contemporanei francesi come Olivier Assayas.

Certamente il direttore della rassegna veneziana, Barbera, ci ha abituati in questi anni, ad inaugurazioni del festival costellate di pellicole più da Oscar.

Invece stupisce e raccoglie consensi la scelta di un film dal forte carattere francese con accenni al giappone, da cui in effetti Kore-eda non poteva, esimersi considerato il suo indissolubile legame con le origini.

“La Verità” di Kore-eda è un film profondo che indaga l’emotività famigliare.

La trama narra di una stella del cinema che invecchia, Fabienne (interpretata da Catherine Deneuve), la quale riceve in visita a Parigi la figlia sceneggiatrice (Juliette Binoche) con suo marito, un mediocre attore  (Ethan Hawke) e suo figlio, provenienti da New York.

L’occasione è la pubblicazione del libro di memorie di Fabienne, dall’impegnativo titolo La verità appunto. 

La Verità, film di Kore-eda a Venezia
La Verità, film di Kore-eda a Venezia

Ma la felice rimpatriata viene rapidamente scossa da tensioni irrisolte tra la figlia Lumir e lo sfrenato narcisismo di Fabienne, che ha sempre posto la sua carriera al di sopra di tutto: figlia, amiche e figuriamoci gli uomini.

Una battuta di Fabienne:

“Non ho mai chiesto scusa ad un uomo”.

Le incomprensioni e le distanze madre figlia sono molto profonde e sottili ma destinate a reincrociare le rispettive orbite fino a sviluppare un appassionata inversione di ruoli, un terribile gioco di specchi.

Infatti, davanti a una madre assente e concentrata su di sè e sulla propria realizzazione, resta la desolazione di una figlia desiderosa di affetto e attenzioni, che, piuttosto, riceverà da una più attenta amica di Fabienne presa dalla carriera.

Una carriera da attrice posta davanti a tutto e tutti, anche durante la recita della piccola Lumir ne “Il mago di Oz” in cui non interpreta Dorothy, bensì il leone fifone.

L’insicurezza che la piccola sviluppa dal mancato supporto materno è visivamente comunicata dall’espediente narrativo della recita.

Come è possibile, però, che una madre così forte e determinata instilli insicurezza e semini il germe della paura nel cuore di sua figlia?

Probabilmente nella tempra coriacea e indomita della madre, si cela l’urgenza di difendersi da un’intima fragilità.

Ecco quindi realizzarsi lo scambio di ruoli tra la madre Fabienne e la figlia Lumir, nome che evoca la luce, la stessa che viene a portare con questa visita alla madre.

Kore-eda a Venezia quest’anno ha confermato il suo talento e mostrato una nuova cifra stilistica.

Certamente il regista giapponese è un maestro nel rappresentare le sfumature emotive e psicologiche che definiscono le relazioni familiari.

Malgrado un prestigioso cast, le scene sono concentrate in poche ambientazioni perché viaggia sotto traccia, su binari psicologici che attraversano scenari multiformi dell’anima, non mondani.

“Ho cercato di far vivere i miei personaggi in questo piccolo universo, con le loro bugie, i loro orgogli, rimpianti, la loro tristezza, gioia e finanche la loro riconciliazione” ha detto Kore-Eda nell’annunciare che il film avrebbe aperto il festival di Venezia.

Dopo l’attesa proiezione, i critici hanno concordato sul successo di una pellicola forgiata nel penetrante sguardo sul tessuto sottotraccia di una famiglia moderna.

Insomma, nel piccolo poetico dramma del rapporto madre figlia narrato in “La Verità” di Kore-eda, traspare l’alternanza del gioco di forze, presente nella vita di tutti, a cui la memoria, per come la costruiamo, ci consente vittorie o rese.

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Silvana Petrelli
Articoli dell'Autore / Silvana Petrelli

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