Cinema

Benicio Del Toro diventa Pablo Escobar nel film di Di Stefano in anteprima al Festival di Roma

Corpulento, minaccioso, con quell’espressione poco raccomandabile che lo contraddistingue, inginocchiato, con il telefono sull’orecchio, recita preghiere insieme alla madre: «Ave Maria piena di grazia…», dammi la forza per compiere le gesta sanguinose che compio nella vita.

In Escobar: Paradise Lost, esordio alla regia dell’attore Andrea Di Stefano, Benicio Del Toro, dopo essere stato un eroico Che Guevara, incarna l’altra anima, violenta e oscura, dell’iconografia sudamericana: «Non nutro alcuna pietà nei confronti di Pablo Escobar e naturalmente non posso che detestare tutto quello che ha fatto. In lui non c’è nulla che vada emulato, però era certo un uomo pieno di capacità che ha sprecato un gran talento e carisma». Per questo, il film che lo racconta, più che un’epopea cine-biografica, è la ricostruzione di un puzzle attraverso lo sguardo di un ragazzo, Nick (Josh Hutcherson), che incrocia per caso il percorso del boss colombiano e ne viene travolto, come da uno «tsunami di malvagità»: «In qualche modo mi sento vicino al personaggio – spiega il neo-divo -, può succedere a ognuno di noi di essere accecato dall’amore e farsi travolgere al punto da perdere il controllo della situazione».

Colpito al cuore dall’incontro con Maria (Claudia Traisac), nipote amatissima del potente narco-trafficante, Nick finisce sull’orlo del baratro criminale e, quando cerca una via di fuga, è ormai tardi: «Lo spunto per la storia – racconta Di Stefano – viene dalla vicenda di una persona che ho incontrato 8 anni fa. Aveva conosciuto Escobar che prima lo aveva trattato da amico, e poi aveva tentato di farlo fuori. In quell’esperienza c’era la felicità di un uomo scampato alla morte, ma anche lo stupore per il tradimento subito».

Presentato ieri al Festival di Zurigo, e ora in cartellone in quello di Roma (il 19), dopo essere stato venduto in tutto il mondo (in Usa uscirà il 26 novembre),Escobar: Paradise lost ricostruisce i passaggi di un amore romantico, ma è anche un thriller pieno di suspence che scava nella psicologia distorta del protagonista: «C’era spazio per l’invenzione – dice Del Toro -. Anche se gli snodi chiave della narrazione si fondano su fatti realmente accaduti, l’intreccio è pura finzione.Ho cercato di raccogliere il massimo delle informazioni possibili su Escobar, ho studiato interi archivi di immagini, ho letto un sacco di libri. Alla fine, però, con il regista, abbiamo pensato che tutto stava nel modo con cui noi avremmo scelto di rappresentarlo».

Crimine e famiglia, come nel Padrino, vanno a braccetto nel quotidiano di Escobar, insieme al forte senso religioso, e ad alcune manie come i filmini, le foto, la musica di Elvis Presley: «Su Pablo la madre ha sempre avuto un’influenza enorme, la sua è sempre stata una famiglia unitissima, secondo la tradizione latina. E questo ha contribuito a edificarne il mito, un intero Paese ne è stato sedotto, la gente lo vedeva come una specie di Robin Hood». Descriverlo nel suo privato, «comprenderne l’intimità», serviva, dice il regista, a «fare un viaggio nella mente diabolica di un uomo acclamato, per cui tanti hanno pregato, e che altri consideravano semplicemente un mostro. Avevo in mente le tragedie greche, la storia di Nick somiglia a quella di Icaro, convinto di poter realizzare il sogno del volo e poi drammaticamente costretto a constatarne l’inconsistenza».

Per Di Stefano, nato a Roma, 41 anni fa, ex-studente di recitazione a New York, lanciato da Marco Bellocchio nel Principe di Homburg, poi interprete di Prima che sia notte di Julian Schnabel, di Angela di Roberta Torre e di tanto teatro e fiction tv, Escobar: Paradise lost segna una svolta importante: «Non credo che farò più l’attore… A un certo punto ho capito che non ero felice del mio mestiere, sentivo che dovevo , mi sono reso conto di essere in un’età in cui o mi mettevo in gioco, o avrei finito per coltivare rimpianti…Avevo in testa questa storia, ci ho messo 5 anni per mettere in piedi il progetto, in Italia, un’opera prima così sarebbe stata difficile da realizzare». Per dirigere usa la lunga esperienza di attore e la collaborazione con gli amici di sempre, come Francesca Marciano che lo ha aiutato ad asciugare la sceneggiatura: «Ho studiato gli errori che i registi facevano con me… Mi è capitato tante volte di tornare a casa la sera, pensando che quello che stavo facendo non era affatto quello che volevo…».

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