Mattia Torre
Cinema

“Boris addio. Anzi, no”. Parla Mattia Torre

Mattia Torre Boris.L’autore di culto con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico del serial più irriverente della Tv racconta il suo presente come autore e regista teatrale e il suo futuro prossimo. Di nuovo al cinema. Mattia Torre è conosciuto ai più come una frazione del trio Torre-Vendruscolo-Ciarrapico, autore di Boris, l’irriverente serial televisivo diventato film sull’onda del successo riscosso sia su un media tradizionale come la televisione che sul Web, grazie al traino dei social network. Tuttavia, lo sceneggiatore e regista romano nasce come autore teatrale. In questi giorni e fino al 3 marzo (poi lo spettacolo andrà a Perugia e Genova) è infatti in scena Qui e ora, il suo ultimo testo interpretato da Valerio Mastandrea e Valerio Aprea. Cominciano da qui.

Il tuo ultimo lavoro, Qui e ora è in scena all’Ambra Jovinelli di Roma. In precedenza, la pièce era stata accolta benissimo a Milano, inserita nel cartellone del Franco Parenti di Andrée Ruth Shammah, interpretata da Valerio Mastandrea e Valerio Aprea. Per Mastandrea si tratta di un ritorno al teatro dopo oltre sette anni, se non sbaglio, dai tempi di Migliore, un testo scritto ancora da te.

“È così. In realtà avevo già lavorato sia con Aprea che con Mastandrea. Loro due sono i protagonisti dei monologhi che avevo scritto e diretto in precedenza. In mezzo al mare, con Aprea, risale al 2003, mentre Migliore è del 2005.”

Mastandrea?

Come è nata in particolare la collaborazione con Mastandrea?
Mattia Torre. L’autore di culto con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico del serial più irriverente della Tv racconta il suo presente come autoreDa tempo volevo scrivere un monologo come Migliore e lui mi sembrava l’interprete ideale. Quando ho avuto occasione di esporgli l’idea gli è piaciuta ed è nata la collaborazione. Ma insieme abbiamo realizzato anche una miniserie per RaiTre, Buttafuori, a cui ha partecipato anche Marco Giallini. E poi abbiamo continuato a frequentarci, Valerio ha fatto alcuni reading tratti da altri miei testi come Gola, e insomma… siamo diventati amici. Qui e ora era nell’aria da un po’ di tempo e alla fine l’abbiamo realizzata.

Mi ha colpito la presenza di Mastandrea perché si può dire che a teatro lavori solo con te…
Mattia Torre. L’autore di culto con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico del serial più irriverente della Tv racconta il suo presente come autoreLui lavora tantissimo al cinema, direi che ormai è una star. A teatro, in effetti, sì, è così. Ma è perché condividiamo un intento, vediamo le cose allo stesso modo. E condividiamo anche la medesima modalità espressiva. Direi che ci troviamo decisamente in sintonia.

456. Morte alla famiglia!

Questo mi porta alla prossima domanda. In 456. Morte alla famiglia!, il secondo dei tuoi testi pubblicato da Dalai editore (il primo è stato In mezzo al mare. N.d.R.), presentato a puntate anche durante The Show Must Go Off di Serena Dandini su La7, ricorri a una forma narrativa molto interessante. I personaggi, una famiglia formata da padre, madre e figlio ormai grande che smania per farsi una vita in proprio, parlano un linguaggio inventato di sana pianta, un misto di “latinorum”, burocratese e gergo dialettale che esprime efficacemente il senso di un’istituzione familiare stantìa, abbarbicata a convenzioni che il tempo sembra non scalfire. Come è nata questa scelta narrativa?

Mattia Torre Boris.L’autore di culto con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico del serial più irriverente della Tv racconta il suo presente come autoreDirei in modo casuale. L’idea di base non era quella di metter in scena quel tipo di famiglia. Io avevo collocato l’azione in una sorta di meridione immaginario. Inizialmente i personaggi dovevano parlare una specie di dialetto calabrese, che però io  non conosco perfettamente. Pian piano il loro idioma è andato trasformandosi, contaminandosi con parole in latino, spagnolo, francese, italiano, pur mantenendo i richiami al dialetto calabrese. Ma la cosa che mi divertiva di più mentre scrivevo era che gli stessi personaggi parlassero male questo bizzarro idioma. Infatti, uno stesso termine può significare cose diverse se lo dice il padre, la madre o il figlio. Un “papocchio” totale, insomma, in cui gli attori, devo dire, si sono immersi con grande generosità.

Come è andato 456 a teatro? Il passaggio televisivo lo ha aiutato? Hai incontrato delle difficoltà ad imporre un testo che, di primo acchito, può apparire criptico?
No, anzi, a Roma lo spettacolo è andato benissimo. È stato in scena al Piccolo Eliseo per un mese. Certo, la distribuzione non è semplice, malgrado il passaggio televisivo che era stato pensato proprio a fini promozionali.

Se guardo ai tuoi lavori precedenti, compreso Boris, scritto con Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo, mi sembra di rilevare un’attenzione particolare all’aspetto distributivo, come se i vostri lavori nascessero già immaginandone una fruizione la più ampia possibile, “crossmediale”, se mi passi il termine…
Mattia Torre.L’autore di culto con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico del serial più irriverente della Tv racconta il suo presente come autoreÈ così. Aggiungo che io mi meraviglio spesso di come, all’opposto, spesso prevalga l’abitudine a ragionare per target, per obiettivi. Come fanno alcuni in televisione, che producono un programma avendo in mentre un pubblico specifico a cui rivolgersi, adattando il tuo lavoro solo a quel tipo di pubblico.

Per me questo è il contrario della buona televisione ma anche del buon teatro e della buona letteratura, che invece dovrebbero rivolgersi sempre a un pubblico che sia il più ampio possibile. A patto che ciò che hai da dire sia onesto, sensato e, meglio ancora, divertente ed emozionante. In questo senso, proprio il teatro rappresenta per me il luogo più semplice da raggiungere a livello produttivo. Scrivere un libro e farselo pubblicare è una cosa complicata, scrivere un programma televisivo è complicato, produrre un film pure. Invece, fare uno spettacolo teatrale è un po’ meno complicato…

Malgrado le evidenti difficoltà del settore? Per dire: recentemente la scure dei tagli al Fus (il Fondo unico per lo spettacolo dal vivo. N.d.R.) è tornata ad abbattersi pesantemente…
Mi spiego meglio. Io parlo di far debuttare uno spettacolo nel senso di dargli vita. Si può trovare un teatro grande o piccolo, si può affittare una sala o prenderla in cambio di una percentuale sugli incassi. Diciamo che c’è sempre un modo per andare in scena, se ti impegni. Poi, naturalmente, la fortuna dello spettacolo è data da tanti elementi diversi, non ultima ovviamente la risposta del pubblico.

D’altro canto, ci sono anche spettacoli che registrano un ottimo successo di pubblico e che però non riescono ad andare in tournée per altre ragioni. La distribuzione, insomma, è un altro paio di maniche. Io però dico che il teatro, come luogo per esprimersi, rimane quello più facilmente raggiungibile. Dopo di che, sono molti i fattori che devono concorrere affinché uno spettacolo abbia garantita lunga vita.

Teatro, letteratura, televisione, cinema: guardando alla tua biografia, benché non lunghissima data l’età, mi è venuto in mente un link possibile con ricci/forte, la coppia di autori-registi con base a Roma che hanno saputo alternare con lusinghieri riscontri di pubblico e critica attività televisiva (sono stati tra gli autori della serie dei Cesaroni) e teatro di ricerca. Sono molto fuori strada?
Mattia Torre Boris .L’autore di culto con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico del serial più irriverente della Tv racconta il suo presente come autore .Devo ammettere di non conoscere perfettamente i loro lavori ma direi che giochiamo su campi differenti.

Per quanto mi riguarda, col teatro io cerco di individuare un canale popolare per proporre cose intelligenti, come abbiamo fatto con Boris. Non vogliamo rassegnarci all’idea che un progetto mainstream debba essere necessariamente brutto o povero di contenuti. Quello che facciamo è quindi un po’ diverso dalla ricerca, anche se in 456 si poteva in effetti rinvenire qualcosa di simile.

Ma, come dicevo, è nato tutto casualmente. La ricerca a teatro non solo è più che legittima ma è anche molto difficile, me ne rendo conto. Tuttavia, io vorrei rivolgermi a un pubblico aperto a un teatro comico che invita alla partecipazione e al divertimento, poco o nulla elitario o autocelebrativo. Tornando a ricci/forte, credo semmai che versatilità e flessibilità siano caratteristiche che probabilmente ci accomunano. Trovo in ogni caso fondamentale per un autore o uno sceneggiatore l’essere in grado di passare da un mezzo espressivo all’altro.

Ascoltando e leggendo i dialoghi di 456, mi è venuto in mente anche lo straordinario idioma finto-medievale di Vittorio Gassman e soci nell’Armata Brancaleone, uno dei capolavori di Mario Monicelli, sceneggiato da nomi mitici del cinema italiano come Age e Scarpelli. Per associazione, Monicelli fa rima con Commedia all’italiana. Ti senti un po’ figlio di quella stagione felice del nostro cinema?
Non proprio. Parliamo naturalmente di opere immortali di cui, come tutti, sono stato ammiratore ma preferisco pensare al nostro lavoro come a qualcosa di aderente all’oggi, che cerchi cioè di radiografare i tempi in cui viviamo, il nostro contesto storico, le sue difficoltà e contraddizioni. Da Boris in poi abbiamo sempre cercato di fotografare il presente, senza doverci forzatamente rifare a un filone predeterminato. Cosa che invece i critici cercano sempre di “appiopparti”…

A proposito di Boris, il serial che dalla tv satellitare è approdato a quella generalista diventando anche un film, pensi che abbia ormai raggiunto tutti i suoi obiettivi? State pensando di riprenderlo?
Riprenderlo è molto difficile, anche perché la crisi attuale ha investito un po’ tutti i settori. E poi, devo dire che sinceramente ci saremmo aspettati qualcosa in più.

In che senso? È stato un prodotto di grande successo, addirittura di “culto” per certi aspetti…
Certo, ma noi speravamo che potesse aprire almeno un piccolo varco dal quale far scaturire altri esempi virtuosi di scrittura veramente libera. Invece, non se ne vede tanta in giro. Tuttavia, speriamo che si proceda in questa direzione.

Una nuova stagione di Boris non è dunque in vista. A cosa stai lavorando in questo periodo?
Con Luca e Giacomo stiamo scrivendo un film che dirigeremo in primavera. Si tratta di una commedia. Cercheremo di non essere né stupidi né volgari ma comunque di stare sul mercato. Non vogliamo cioè che venga relegata in quella specie di “riserva indiana” che talvolta appare il cinema d’autore.

Ci piacerebbe individuare una “terza via”… Oddio, espressione inquietante in politica, ma in questo contesto ci sembra adeguata. In ogni caso la sfida che abbiamo deciso di accettare è quella di cercare di rivolgerci a un pubblico ampio. Perché se pensi di avere qualcosa da dire, è giusto dirla a quanta più gente possibile. Altrimenti tutto suona un po’ troppo autoriferito.

Sono d’accordo con te che l’espressione “terza via” suoni vagamente inquietante ma non saprei spiegare perché…
Allora dirò così: altro che target! Qui bisogna puntare un po’ più in alto, accettando tutti gli sviluppi eventuali. Non siamo dei megalomani: il film di Boris, diciamolo, non ha avuto il riscontro di pubblico sperato, è andato male. Abbiamo preso una botta. Se invece fosse stato distribuito in sole cinquanta copie nei cinema d’essai si sarebbe gridato al successo. Invece è sempre meglio rischiare. Una volta può andarti male, ma poi rifletti su quanto è accaduto, ne fai tesoro, e riprendi la tua strada.

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