Musica,  Spettacolo

BOB DYLAN PREMIO NOBEL: NESSUNO COME LUI

L’assegnazione del Nobel a Bob Dylan ha provocato reazioni di tutti i tipi: è stata premiata l’icona o l’artista?

Chi critica il Comitato dei Nobel per l’assegnazione del premio a Bob Dylan dovrebbe ricordare quello che è successo nel 2008, anno in cui il cantautore di Duluth vinse il Pulitzer, massimo premio americano per il giornalismo e la letteratura, sempre in motivo del suo “profondo impatto sulla cultura e sulla musica pop statunitense, segnato da composizioni liriche di straordinaria forza poetica“. A giudicare da questo prestigioso precedente, vien da pensare che il Nobel non sia stato dato a Dylan per errore, ma, al contrario, con colpevole ritardo. Eppure c’è chi da tempo lamenta il crollo di credibilità dell’onorificenza e denuncia la malizia dei giudici, pronti a porre sul podio anno dopo anno, in alternanza, celebrità o autori semisconosciuti. Ieri, dopo l’annuncio di Stoccolma, sono stati Alessandro Baricco e Irvine Welsh a criticare la scelta di Dylan e alzare lo scudo dell’autentica ‘scuola’ letteraria. Il romanziere italiano, appellandosi ad un canone letterario vetusto che giudica burocraticamente la letteratura identificandola con l’aureola del testo scritto, ha giudicato inopportuna l’assegnazione di un premio di questo tipo ad un musicista, mentre l’autore scozzese ha interpretato la decisione come semplice frutto di un delirio: ‘Sono un fan di Dylan, ma questo è un premio pieno di nostalgia mal concepita, strappato dalla prostata rancida di senili hippy blateranti‘. Oltre al fatto che se i seriosi giudici del Nobel fossero davvero hippy offuscati dal consumo di acidi ed erba ci sarebbe davvero da divertirsi, bisogna ricordare che l’accademica Sara Danus ha descritto in modo convincente ed evocativo le ragioni della scelta, confrontando la figura di Dylan a quella di Saffo e Omero e tendendo così una corda immaginaria tra i secoli che ricorda il mai corroso legame tra oralità e letteratura. Nulla di veramente nuovo dunque, la letteratura è sempre stata anche altro dal testo scritto: una forma d’espressione che attiene anche al mito ed alla sua socializzazione. Attiene, che lo si voglia o meno, alla celebrità. E Bob Dylan è una ‘grande’ celebrità: su di lui si scrivono tesi di laurea da decenni, perché i suoi canti sull’amore, sulla guerra e sulla società sono diventati patrimonio dell’umanità pur senza mai assumere la forma canonica e ordinata di un romanzo o di un saggio. Se questo non fosse sufficiente, basterebbe la poesia di un magnifico ed enigmatico testo a valere come esempio significativo: ‘Sad eyed lady of the lowlands’, considerato dallo stesso Dylan come uno dei suoi brani migliori e forse proprio per questo mai cantato in concerto. Un testo che ha forza autonoma e non ha bisogno di essere nobilitato dalla pur dolce e carezzevole melodia che l’accompagna nel disco ‘Blonde on Blonde’. Una costellazione di metafore sull’amore e sulla sua illusione, così dense e pregnanti da riuscire non soltanto a descrivere la realtà ma, letteralmente, a riscriverla e superarla:

The kings of Tyrus with their convict list
Are waiting in line for their geranium kiss,
And you wouldn’t know it would happen like this,
But who among them really wants just to kiss you?
With your childhood flames on your midnight rug,
And your Spanish manners and your mother’s drugs,
And your cowboy mouth and your curfew plugs,
Who among them do you think could resist you?

Sad-eyed lady of the lowlands,
Where the sad-eyed prophet says that no man comes,
My warehouse eyes, my Arabian drums,
Should I leave them by your gate,
Or, sad-eyed lady, should I wait?”

Dylan non è un menestrello, così come Dario Fo non è stato un giullare: la loro opera non è circoscrivibile nel recinto del mondo dello spettacolo e forse la giuria del Nobel dovrebbe realmente aggiornarsi e decidere di dedicare premi esclusivi per il teatro, per il cinema, per la canzone… Quest’ultimo, Bob Dylan l’avrebbe vinto da tempo.

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