Women’s march on Washington

Women’s march on Washington

Ieri in tutto il mondo più di un milione di persone, non solo di sesso femminile, sono scese in piazza, per protestare contro l’atteggiamento sessista e discriminatorio del 45esimo presidente degli Stati Uniti.

Women’s march on Washington si è tenuta ieri, a distanza di 24 ore dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti, radunando non solo a Washington, ma in tutto il paese e in tantissime città europee,  una vera fiumana di donne, che si sono unite per far sentire la loro voce e protestare, civilmente ma con veemenza e forza, contro le esternazioni misogine e sessiste di Donald Trump.

L’idea di unire le forze e marciare è nata da Teresa Shook, una signora che risiede alle Hawaii e che l’8 novembre 2016, subito dopo aver appreso l’esito delle elezioni presidenziali, rilasciò una dichiarazione a una televisione locale, dicendosi sotto shock, di non potersi capacitare del fatto che gli americani avessero scelto come loro rappresentante un uomo che lei, e tanti altri, trovano indegno e impresentabile. La Shook decise allora di aprire una pagina Facebook lanciando un appello affinché donne come che la pensavano come lei si unissero e protestassero. La risposta fu immediata e superò le sue aspettative, e non solo le sue!

Prima di scegliere di chiamare la manifestazione “Women’s march on Washington“, sono state prese al vaglio le proposte più disparate, alcune troppe audaci e altre aggressive, che avrebbero rischiato di non far prendere abbastanza sul serio l’iniziativa.

Si è alla fine deciso di intitolare così questa iniziativa in omaggio alla marcia che si tenne sempre a Washington per i diritti civili nell’agosto del 1963, con un certo Marthin Luther King che tenne un discorso che rappresenta tutt’ora una pagina fondamentale della storia sociopolitca americana: “I Have a Dream” vi suona familiare? Fu proprio in quella occasione che Luther King pronunciò per la prima volta quella frase.

Il suo sogno era che gli afroamericani potessero avere gli stessi diritti civili e politici dei cittadini americani bianchi, e che non fossero più sistematicamente discriminati per il colore della loro pelle.

Il sogno delle donne che hanno marciato ieri è quello che i diritti conquistati con fatica e sacrifici e dure lotte non vengano messi in discussione dal nuovo presidente.

Il risultato di questa iniziativa lo abbiamo visto tutti con i nostri occhi, alla sola Women’s march on Washington si sono contati più si 500.000 manifestanti, tra cui ovviamente anche  tanti uomini, che hanno presenziato per esprimere la loro solidarietà, perché la questione interessa, preoccupa e imbarazza non solo le donne.

Il simbolo di questa protesta sono diventati i “pussy hats“, dei cappelli fatti a maglia che prendono questo nome in risposta della oscena e frase pronunciata da Trump “grab her by the pussy“(afferrare per la vagina) in un video che ha, comprensibilmente, indignato tantissime persone, in primo luogo di sesso femminile. In quel video Trump sosteneva di potere avere tutte le donne che vuole, e di essere abituato a non porsi freni, di approcciare direttamente e rudemente, e che nessuna di loro si fosse mai lamentata di questo suo atteggiamento da macho.

Con questi “pussy hats” le donne si sono volute riappropriare di un termine che indica volgarmente le loro parti intime, aggiungendoci delle orecchie di gatto, intendendo restituirgli così un significato più delicato e innocente, quello di “micina”.

Ieri tantissime donne, uomini e bambini sfoggiavano questi cappelli. Persone che appartengono alla società civile hanno manifestato accanto a celebrity, attrici e cantanti, come Scarlett Johansson, Madonna, Ashley Judd, America Ferrera, Amy Schumer, Lena Dunham, Drew Barrymore e Jessica Chastain.

Hillary Clinton si è detta orgogliosa della Women’s march on Washington, della reazione delle donne, unite e forti nella loro protesta.

La domanda sorge spontanea: se Meryl Streep, che ai Golden Globes aveva attaccato duramente il neo-presidente, è stata da lui liquidata come “attrice sopravvalutata”, cosa avrà potuto dire di queste centinaia di migliaia di persone che hanno voluto significargli la loro netta disapprovazione? La risposta non si è lasciata attendere:”Ho visto le manifestazioni, ma perché questa gente non ha votato?”

L’impressione è che questa gente abbia votato eccome, visto che la Clinton ha ricevuto due milioni di voti più di  Trump, ma l’atteggiamento rimane quello sprezzante di sempre.

 

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Alessandro Dalai
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