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“Così è nata la mia SanPa”: l’intervista a Gianluca Neri

Il produttore della discussa serie ne racconta genesi e sviluppo in un’intervista esclusiva

Gianluca Neri parla di come è nata e si è sviluppata “SanPa” che, tra acclamazioni e accese polemiche, è da giorni al centro del dibattito dell’opinione pubblica. Onore e onere, il suo, di riaccendere i riflettori su luci e tenebre (come recita lo stesso titolo) della comunità di recupero.

L’intervista a Gianluca Neri

“SanPa non era l’idea originale”

La docuserie Netflix SanPa, rilasciata sulla piattaforma lo scorso 30 dicembre, ha suscitato non poche discussioni e altrettanti malumori. Attraverso filmati e interviste, essa racconta in cinque episodi la storia di San Patrignano, nota comunità che aiuta i tossicodipendenti, fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli. L’ideatore e produttore della serie, in un’intervista a Selvaggia Lucarelli, ha raccontato dettagli e retroscena di questo complesso e controverso prodotto televisivo.

Gianluca Neri racconta di come fosse a conoscenza di San Patrignano già quando lavorava presso il periodico satirico Cuore, negli anni Novanta. Erano gli anni delle inchieste al fondatore della comunità di recupero, condannato dalla giustizia ma assolto da gran parte della pubblica opinione. Ma la prima idea per una docuserie non era incentrata su questo argomento, bensì sul delitto di Yara Gambirasio e il caso Bossetti. Propone l’idea a Netflix che però dapprima non apprezza, e così decide di fondare una casa di produzione lui stesso. La “42”, questo il nome, riesce a procurare un contatto col colosso dello streaming che appare entusiasta, se non fosse che poco dopo la BBC realizza un documentario sulla stessa vicenda.

Così, su due piedi, alla richiesta di un’altra idea, Gianluca Neri risponde “Ma certo, SanPa!”. E passa una notte a realizzare una presentazione (ovviamente in inglese) che viene presa da Netflix. Era il 2018.

La costruzione del documentario

Ma non basta solo un’idea per realizzare un prodotto del genere. La prima cosa da programmare è chiaramente il budget. “Devi rendere conto di ogni graffetta”, racconta Neri. Continua ad ottenere fiducia e diventa il produttore, pur senza aver mai fatto un documentario. Il costo è stato parecchio elevato, “in Italia non si investe molto su questo genere di prodotti, sebbene di idee buone ce ne siano tante”. Coinvolge 60 persone, sceglie in prima persona la regista Cosima Spender, di cui sempre su Netflix aveva visto e amato Palio. A lei segue il marito e montatore Valerio Bonelli, un esperto del suo settore, vincitore del Tribeca Film Festival proprio per il documentario della moglie sul Palio di Siena e membro della giuria degli Academy Awards.

E poi la raccolta del materiale video da inserire. L’archivio era tale da poter realizzare altre tre serie, dice ancora Gianluca Neri. Naturalmente si è dovuto sacrificare qualcosa, come l’intervento del figlio di Paolo Villaggio, aiutato dalla comunità di recupero. Ma anche alcuni aspetti che fuori dall’Italia non sarebbero stati compresi; essendo un prodotto destinato al mercato internazionale si sarebbero dovuti spiegare nomi di politici, partiti e giornali italiani.

Alcuni soggetti protagonisti di San Patrignano si sono rifiutati purtroppo di parlare per raccontare fatti ad esso legati. In primis Letizia Moratti, la co-fondatrice della comunità, e Franz Vismara, presente nelle prime tre gestioni, quella di Muccioli, del figlio e dei Moratti.

intervista a gianluca neri sanpa

Il processo creativo si è svolto in una “writing room all’americana, si scriveva tutti insieme”. Ognuno con la propria sensibilità, raccontando con estrema difficoltà di come fosse la droga negli anni ’70, con i tossicodipendenti che si facevano con le siringhe morti per strada, sulle panchine.

“Odiavo chi diceva solo bene o solo male di San Patrignano”

Così diceva il giornalista Luciano Nigro, e la conclusione del primo trailer proposto a Netflix la ricalcava. “La frase che ci eravamo dati noi autori come linea guida era: quanto male sei disposto a giustificare, per fare del bene?“. Il documentario presenta le tante sfumature di grigio che ci sono nel mondo, e a maggior ragione in una realtà come quella di San Patrignano. Si partiva magari da preconcetti ma poi si cambiava idea, si stava sulla montagne russe, anche in riferimento a Muccioli e i suoi metodi.

In SanPa ci sono poche donne, “quelle che interessavano di più erano morte di Aids“, spiega Neri. E poi nella comunità i ruoli centrali erano degli uomini, anche perché il fondatore stesso era, pure a detta di testimoni, “di altri tempi e misogino“. Oggi non è più così a San Patrignano, ci sono anche donne al comando, ma all’epoca c’era un’evidente disparità di trattamento.

Le violenze all’interno della comunità di recupero

E, a proposito di misoginia, c’è un passaggio molto delicato sulle violenze sessuali in comunità, in cui Muccioli risponde alle accuse dicendo “Provi a mettere questa matita nell’anello, se lo sposta non entra… Vede come è facile se uno non vuole?”. Una frase raccontata da uno dei testimoni, Paolo Severi, e di cui sono state ritrovate prove anche nell’archivio, perché sembrava incredibile. Una frase per cui oggi subirebbe quantomeno un processo mediatico.

Nessuno dei personaggi discutibili della comunità è mai stato alla sbarra per violenza sessuale, sempre per altri reati. Probabilmente si sfruttava il fatto che molte donne fossero prostitute prima di entrare a San Patrignano e, sia per loro che per altri uomini, il sesso fosse diventato una sorta di moneta di scambio. “Farsi violentare in silenzio per avere un po’ di pace“, Neri confessa che temeva fosse questo il modus operandi.

La sfera privata degli ospiti della comunità era controllata e demonizzata, con scene di rapporti sessuali o di ragazze in topless che venivano filmate e trasmesse in mensa. Qualche coppia sì formò, ma bisognava avere il permesso del capo-gruppo e non era possibile neanche tenersi per mano.

intervista a gianluca neri vincenzo muccioli

Muccioli e i politici e la testimonianza di Cantelli

“Si sono manipolati a vicenda”, coi politici che fanno a gara per farsi fotografare con Muccioli appena questi acquista una notorietà spropositata. Era uno che cercava di farsi amici anche i nemici, come con l’antiproibizionista Pannella, con cui recitò il ruolo del Salvatore una volta che i giornalisti lo avevano messo in difficoltà.

Ad arricchire il racconto c’è sicuramente Fabio Cantelli, ex ospite della comunità, il cui nome non figurava nemmeno nella lista degli intervistati in origine. L’intervista avviene improvvisamente, in una delle stanze d’albergo in cui alloggiava l’intera troupe, e le sue parole hanno aggiunto tanto alla narrazione. Arrivando a raccontare nei minimi dettagli cosa fosse l’eroina e il rapporto che lo legava a Muccioli. Era stato lui a sceglierlo come responsabile della comunicazione, era il suo “tossico da vetrina, uno dei successi più grandi“.

Ma nonostante ciò che gli aveva fatto, Cantelli si dice grato al fondatore della comunità, “lo ama, gli manca”.

SanPa oggi

“Nei reduci della comunità – dice Neri – c’è una sorta di paranoia che qualcuno li stia spiando”. Il controllo era tale che molti si sentono ancora, in qualche modo, lì dentro.

E, a proposito della situazione attuale, l’ideatore della serie parla anche di Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo, con cui c’è stata molta onestà sin dal principio. SanPa racconta luci e ombre, il giovane Muccioli racconta la sua verità, senza prodigarsi in particolari elogi del padre. Anche perché dai suoi errori aveva imparato molto, mandando via alcuni dirigenti della vecchia guardia che erano anche stati accanto al padre, inimicandoseli.

Ma, comunque, pare che non abbia preso bene il risultato finale del documentario, vista anche la presenza di persone mal tollerate dalla famiglia Muccioli, come quella di Walter Delogu, ex braccio destro del fondatore.

Conclusioni

Neri racconta infine l’idea che si è fatto di una figura controversa come quella di Vincenzo Muccioli. “Parlava a nome di Dio, diceva che il raggio cristico veniva emanato da lui”. Voleva essere un leader, voleva una comunità in cui poter lasciare il segno. Che questa fosse terapeutica, è stata una coincidenza.

Si dice felice e un po’ imbarazzato delle recensioni positive rivolte alla serie dagli italiani, che solitamente sono critici e preferiscono prodotto più “emotivi”. Perché l’emotività oggi va più di moda rispetto alla verità, Gianluca Neri ne è consapevole, ma ha deciso di rischiare. E aggiunge, alla fine:

“SanPa ti fornisce gli strumenti di conoscenza della vicenda, ma vuole che la verità sia quella che ti costruisci tu. E a volte, ho scoperto, la verità è perfino l’unione di due bugie”.

Autore: Chiara Anastasi

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