I NUOVI SCHIAVI DELLA MODA GRIFFATA

I NUOVI SCHIAVI DELLA MODA GRIFFATA

L’Italia come i Paesi in via di Sviluppo. Chi sono gli schiavi della moda griffata.

Napoli. Le indagini delle fiamme gialle portano, alla luce, una storia tremenda. L’Italia come la Cina, come Bangladesh. La storia si ripete. Nel Napoletano si scopre la fabbrica degli schiavi della moda griffata. E ad insaputa delle aziende.

Veniamo ai fatti.

La Moreno s.r.l., ubicata a Melito, produce scarpe e borse per alcune importanti griffe di moda come Fendi e Yves Saint Laurent.  Fin qui nulla di strano dato che in lungo e in largo dello stivale, molte aziende lavorano per le Maison di lusso.

Una segnalazione giunta alla Guardia di Finanza, però, mette in moto le indagini. Lunghe e impetuose che portano alla luce una storia di angherie ai danni dei lavoratori.

Padri e madri di famiglia, probabilmente, o giovani privati di un futuro dignitoso che chinando il capo – e accettando lo sfruttamento – fanno turni massacranti in bugigattoli ben nascosti alla luce del sole.

Ho sbagliato“, si giustifica l’imprenditore napoletano ai militari giunti nella sua azienda per arrestarlo.

Come dicevamo, donne – una di queste era persino incinta – e minorenni. Lavoratori e lavoratrici impiegati a lavorare per più di nove ore di lavoro per un salario di venti euro al giorno. Una storia che, probabilmente, se non fosse che in questa occasione non vi è scappato un morto, potrebbe ricordare la sciagura del Bangladesh dove persero la vita centinaia di persone.

Lo sfruttamento a due passi da casa nostra

La scena che si è parata davanti agli occhi dei militari è davvero agghiacciante. Quarantatré lavoratori rinchiusi in un caveau di un laboratorio – nascosti da occhi indiscreti – privo di servizi igienici e finestre. Obbligati a lavorare a tamburo battente senza fiatare.

Al di là della porta blindata, le grandi aziende del lusso, probabilmente a loro insaputa, vendevano i loro prodotti a più di mille euro a capo.

Gli inquirenti descrivano una storia imbarazzante. Di gente stremata e terrorizzata. Sevizie perpetuate da tempo che hanno condotto l’imprenditore ad essere prima arrestato e poi condotto ai domiciliari. E con la promessa che queste povere persone siano presto regolarizzate.

La procura di Napoli Nord, diretta da Francesco Greco, conferma i capi d’accusa che vanno dallo sfruttamento del lavoro – caporalato -, al sequestro di persona e intermediazione illecita.

Contestai questi capi d’accusa, anche il laboratorio è momentaneamente posto sotto sequestro, compresi i macchinari dal valore commerciale di due milioni e mezzo di euro. All’imprenditore, inoltre, è stata notificata una multa di 600.000 euro.

Solo 14 operai erano stati dichiarati

Su settantotto dipendenti, solo ventuno erano stati regolarizzati. Quattordici lavoravano in nero e quarantatré segregati in un sotterraneo della fabbrica.

Per correre ai ripari, l’avvocato di Moreno s.r.l. ha inviato una nota ad agenzia Ansa nel quale viene comunicato che “Saranno regolarizzati tutti i lavoratori in nero che, già da domani inizieranno le visite sanitarie“.

Lo stesso legale fa sapere, inoltre, che tre di loro hanno chiesto di non farsi assumere regolarmente per il timore di perdere il Reddito di Cittadinanza.

L’avvocato Rosario Pagliuca, rappresentate della Moreno s.r.l., specifica, inoltre, che “l’azienda produce per conto di terzi prodotti di pelletteria griffata su espressa autorizzazione dei committenti e non capi contraffatti.”

Circa l’accusa di sequestro di persone, aggiunge infine: “Si è parlato di un sequestro in relazione ai quarantatré lavoratori ‘in nero’ nascosti all’interno di un locale mentre in realtà sono stati i lavoratori che, di propria iniziativa e spontaneamente, si sono rifugiati nell’unico ambiente dove credevano non poter essere ritrovati dai carabinieri che avevano circondato l’edificio. Nessun lavoratore in nero è stato costretto dal signor Capezzuto a rinchiudersi nel locale, contrariamente da quanto riferito“.

 

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Stefania Carpentieri
Articoli dell'Autore / Stefania Carpentieri

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