Letteratura,  Libri

Il quinto atto di Ingmar Bergman

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Il quinto atto di Ingmar Bergman. Un libro che è un testamento a più voci, alla quale Bergman affida un po’ di se stesso. Con pazienza, senza nascondersi, anzi, addirittura con una sincerità impietosa, ormai da anni Ingmar Bergman ci ha abituati alla costruzione di un’autobiografia che non si confonde mai con l’agiografia.

Ingmar Bergman

A essa hanno contribuito, in eguale misura, i suoi film, i suoi libri, le sue scelte teatrali: un tutto unico da cui balza in primo piano Bergman stesso come protagonista assoluto, con i suoi complessi, le sue crudeltà, le sue passioni, le sue ossessioni. Oltre l’ovvia e indiscutibile grandezza dei suoi spettacoli, curiosi anche quando, magari, sono opere minori, una vera e propria rivelazione è stata la sua vena narrativa che – dicono unanimemente i suoi estimatori – opera nel solco del suo Maestro d’elezione, il grande August Strindberg.

Oggi, questa propensione per la scrittura, coltivata nella solitudine dell’isola di Fårulm, si concretizza non solo nelle centinaia di sceneggiature per film prodotte, ma in testi teatrali veri e propri.

Un volume che unisce un monologo intitolato semplicemente Monologo ; Dopo la prova , nato come sceneggiatura televisiva, che attualmente sta girando l’Italia con successo nell’interpretazione di Gabriele Lavia (con Raffaella Azim e Federica Bonani). Non nuovo al mondo bergmaniano già frequentato in Scene da un matrimonio ; l’atto unico L’ultimo grido ovvero un moralismo leggermente tinto ; e i tre atti di Vanità e affanni.

Il quinto atto di Ingmar Bergman. Ma al di là dei personaggi

Ma al di là dei personaggi – che sono registi, attori, attrici, produttori, segretarie, cineasti sfortunati e geniali, uno zio «debole di nervi», ricoverato in un ospedale psichiatrico, anch’egli innamorato del cinema e inventore impenitente, che porta in tournée con la fidanzata il Primo Film Parlato dal Vivo.

Sogna di dar vita, nientemeno, a Franz Schubert – a venire in primo piano in Il quinto atto sono i veri compagni di strada, i veri amori di Bergman: il palcoscenico, il cinema, gli attori, gli instancabili fiancheggiatori della sua fantasia.

In questi testi, diversissimi fra loro, che vanno dalla confessione personale all’ironia surreale, si fa strada dunque l’interrogarsi di Bergman sul senso, anzi sull’ineluttabilità dell’arte. Una riflessione sul proprio lavoro così come la fa l’artista – dunque in prima persona – sul proprio corpo. Quanto di Bergman, infatti, c’è nel monologante che lotta a tutti i livelli per affermare l’originalità della propria arte e dunque – lasciando a Bergman ciò che è di Bergman – della propria travolgente ossessione?

Personalità carismatica

Quanto della sua personalità carismatica, ma anche dei suoi dubbi, della sua attrazione senza mezze misure per la donna e della sua solitudine, innerva lo splendido personaggio di Vogler, il famoso regista ormai vecchio posto di fronte al mistero della creazione artistica e del fascino della giovinezza?
Il quinto atto (il titolo nasce da una battuta del Peer Gynt di Ibsen, secondo la quale «non si muore a metà del quinto atto») è un testamento a più voci. L’opera alla quale Bergman affida un po’ di se stesso, con generosità e senza l’avara saggezza che spesso contraddistingue i Grandi Vecchi. È un libro costruito con un equilibrio perfetto fra letteratura e spettacolo, fra prassi artistica e la sua verifica, fra conoscenza e consapevolezza, alla ricerca di fondere, senza reticenze, arte e vita: una magnifica ossessione

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