Strehler privato

Il Museo teatrale Carlo Schmidl di Trieste dedica al regista scomparso dieci anni fa un’ampia retrospettiva, con foto, testi e oggetti appartenutigli dalla più tenera infanzia ai fasti del Piccolo Teatro

A Trieste nel punto in cui il canale – che passa sotto un ponte dove occhieggia la statua "in cammino" di James Joyce quasi ripreso da un’ideale cinepresa durante una passeggiata – si trova di fronte il mare, c’è un palazzo civettuolo vagamente "veneziano" diverso dalla straordinaria architettura mitteleuropea che rende Trieste unica. È palazzo Gopcevich, fra l’altro sede del Museo teatrale Carlo Schmidl.

Qui – lungo le piccole, intime sale a pianterreno – è possibile vedere fino al 2 marzo una mostra che mi ha molto colpito e che mi ha riscaldato il cuore per la sua dolcezza e profondità. L’esposizione che ha avuto un vero e proprio successo e che meriterebbe di essere vista anche altrove, curata con intelligenza da Roberto Canziani, si intitola Strehler privato: carattere, affetti, passioni. Idealmente è con questa mostra che Giorgio Strehler, scomparso dieci anni fa, ritorna a dialogare con la sua città, dove le sue ceneri riposano al cimitero di Sant’Anna, un cimitero pieno di gatti, accanto a quelle del padre mitizzato, all’amatissima mamma, al nonno, alla nonna.

L’abbraccio ideale si ripete lungo le strade dove il pannello manifesto della mostra ad altezza d’uomo, mette in sequenza tre istantanee: quasi un piccolo film dove Strehler ci appare ancora giovane, i capelli ricci solo lievemente striati di grigio, mentre parla, ascolta e beve un caffè. E se prendi una macchina a vai appena fuori Trieste, a Barcola, dove è nato, uno striscione che attraversa la strada ti ricorda anche lui quel rapporto fatto d’amore: un amore difficile ma profondo di Strehler per la sua città e della sua città piena d’orgoglio per questo figlio andatosene da bambino e diventato uno dei registi più famosi del mondo.

L’itinerario dell’esposizione che mette in mostra alcuni reperti – libri, lettere, foto, giochini infantili, quaderni, disegnini, i moltissimi dischi, la sua voce registrata, la sua immagine in movimento, la sua firma ripetuta all’ossessione – sono solo una parte del Fondo Strehler che è stato donato dalle sue eredi al Museo che lo conserva e che lo ha pazientemente catalogato e ripristinato. Ma sono sufficienti per metterci sotto gli occhi il senso di una vita vissuta sotto il segno della vocazione teatrale, ma anche il romanticismo, la sostanziale ingenuità di Strehler, le dediche amorose alla prima moglie Rosita Lupi, sposata prima dei trent’anni, i suoi miti.

Fra questi senza dubbio Brecht, la cui voce gracchiante canta la Moritat dell’Opera da tre soldi e le sue lettere, ma anche quello che ho sempre creduto sia stato il suo maestro più segreto: quel Max Reinhardt che tanto gli somiglia con i suoi capelli ricci e la sua aria di affascinante, incontentabile stregone. Al muro o sparse qua e là ci sono alcune fotografie storiche mescolate ad altre mai viste oppure tenute segrete come quella di un giovanissimo Strehler impomatato per avere ragione dei suoi ricci ribelli mentre appese a sottili fili che scendono dal soffitto ti vengono incontro lettere sue o di altri, quasi un bosco di parole nel quale è possibile perdersi.

E mentre si ascolta la voce di Milva che racconta il suo rapporto con il Maestro e si leggono i telegrammi che gli inviava una giovanissima e innamorata Ornella Vanoni e quelli lussureggianti di Valentina Cortese, ecco all’improvviso il suo pianoforte, la concertina, suonata da lui nel ruolo di Alioscia in un lontano, mitico Albergo dei poveri del 1947, che ha segnato la nascita del Piccolo Teatro e il violino della madre Alberta, violinista famosa proprio vicino alla foto di lei, bella e giovanissima, ma anche la cartolina inviata dal padre, che morirà poco, al suo pupo adorato di un anno che con la nonna stava a Budapest. E i suoi pensieri scritti in forma di diktat a se stesso, dove fra le cose da fare ci sono nell’ordine un figlio, la rivoluzione, un teatro, il cinema. E i suoi mocassini neri e i pantaloni anch’essi neri con i quali provava…

Scrive giustamente Canziani nel bel saggio contenuto nel catalogo (dove hanno scritto anche, fra gli altri, Roberto Alonge, Furio Bordon, Paolo Puppa e dove vengono indagate anche le origine delle famiglie di Strehler (gli slavi Lovric, gli austriaci Strehler, i francesi Firmy) che tutto quanto noi vediamo appartiene idealmente a quella valigia, a quella cesta che i comici di un tempo portavano sempre con sé e che conteneva il loro mondo più segreto. Cose dalle quali Strehler non si separava mai: i fucilini e gli animali di latta, il cavallo a dondolo… E le copie delle lettere che scriveva a Grassi, per esempio, a Mutio aFellini, con la sua scassata macchina per scrivere Olivetti, oppure a mano, con una scrittura alta e piena di punti esclamativi… E le centinaia che riceveva, conservate puntigliosamente. Da questa mostra si esce interessati e contenti e anche convinti (ma forse non è vero) di saperne qualcosa di più sullo Strehler privato ma anche segreto.

Strehler privato: carattere, affetti, passioni. Trieste, Palazzo Gopcevich, Museo teatrale Carlo Schmidl. Fino al 2 marzo. Tel. 040.6758114 – Www: triestecultura.it

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