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Massimo Castri, addio grande indagatore di passioni

Erano l’animo umano, le sottili relazioni fra uomo e donna, padri, madri e figli il teatro d’elezione del più grande fra i registi italiani dopo Visconti, Strehler, Ronconi. Il più intellettuale, il più geniale, il più scorbutico

In questo mese di gennaio, ferale per il teatro italiano, dopo Mariangela Melato e dopo lo scenografo ma anche regista Antonello Aglioti (la cui morte chissà perché è passata sotto silenzio), se ne è andato anche Massimo Castri, il più grande fra i registi della quarta ondata (dopo Visconti, Strehler, Ronconi), il più intellettuale, il più geniale, il più scorbutico, il più misogino di quella generazione che parte dal 1943 a cui è toccato di porsi di fronte a un mondo in mutamento e di essere un po’ la cerniera fra la grandezza dei capostipiti e l’avvento dei sessanta/cinquantenni.

Se ne è andato dopo una lunga malattia, una inguaribile depressione, lasciandoci orfani della sua variegata visione del mondo, delle sue curiosità, della sua capacità veramente formidabile  di leggere e di approfondire i testi mettendo in luce quello che spesso in essi non si vede a partire dalla struttura drammaturgica depurata dai falsi bagliori e inchiodata invece, con spirito che a me è sempre parso calvinista, alla forma, al significato, alla necessità della parole. A tutto questo ha cercato di dare con l’aiuto di quello che è stato il suo scenografo per lunghissimi anni, Maurizio Balò, uno spazio dialettico nel quale i sentimenti e le situazioni anche estreme vissute dai personaggi trovassero il luogo più consono. Quello che è certo è che Castri non ha mai creduto a un teatro consolatorio e neppure ecumenico ma piuttosto a una scena del disincanto, che divide, in cui fosse possibile denudare i legami più importanti e segreti dei rapporti fra uomo e donna, padri e figli, mai visti come fini a se stessi ma che avessero come sfondo i legami sociali e, in senso lato, la politica.

In realtà il suo viaggio teatrale era iniziato come attore che aveva mosso i primi passi nelle compagnie amatoriali fiorentine  e che poi era approdato nel 1967 addirittura al Piccolo Teatro, allora orfano di Giorgio Strehler che lo aveva abbandonato per conquistarsi un teatro meno legato ai condizionamenti, con un piccolo ruolo in Unterdenlinden di Roberto Roversi, regia di Raffaele Maiello, per poi entrare come attore all’interno del circuito dell’Emilia Romagna con una cooperativa di attori dove, diretto da Giancarlo Cobelli è il Tambur maggiore nel Woyzech di Büchner. La sua prima regia data 1972 (Il costruttore di imperi) di Boris Vian, mentre nel 1973 pubblica per Einaudi la sua tesi di laurea, “Per un teatro politico: Piscator, Brecht, Artaud”, dove si sostiene che la politica passa non solo attraverso la prassi, la parola, il pensiero ma anche attraverso un corpo desiderante e, proprio per questo, anch’esso “politico”.

È partendo da queste scelte – con una cura o forse dovrei dire un’ossessione per i problemi dell’interpretazione e di riflesso sul ruolo dell’attore – che Castri mette a fuoco il suo modo di essere regista, di lavorare in palcoscenico con la precisa volontà di riposizionare la scena italiana all’interno di una società in mutamento, dedicandosi all’approfondimento dei testi, alla ricerca di nuove soluzioni sceniche. Lo fa lavorando all’interno di organismi pubblici come il Centro Teatrale Bresciano dove ricordiamo il suo unico Brecht, Un uomo è un uomo che gli costò qualche polemica con Giorgio Strehler. Ed è qui che inizia il suo straordinario lavoro per svecchiare Pirandello, togliendolo da schemi ormai obsoleti, tracciandone una nuova via interpretativa prima  con Vestire gli ignudi e poi con Così è se vi pare e La vita che ti diedi con una magnifica Valeria Moriconi. E accanto a Pirandello, oltre Pirandello eccolo affrontare un altro gigante come Ibsen con un lavoro teso  a mettere in luce la struttura, le più sottili e nascoste nervature del testo. Indimenticabili  l’edizione in bianco e nero di Rosmersholm dove il palcoscenico era diviso in due – lo spazio della donna e quello dell’uomo – e dove giganteggiavano due attori come Piera Degli Esposti e Tino Schirinzi (1980), e l’anno seguente l’iperrealista  Hedda Gabler sempre con Moriconi, seguita da un commovente Piccolo Eyolf.

Accanto alla regia per Massimo Castri è stato importante il lavoro con i giovani nelle scuole che ha diretto o in quelle in cui ha collaborato dalla Scuola d’arte drammatica di Milano alla Scuola di Teatro dello Stabile torinese, ai laboratori con giovani interpreti con i quali mettere in scena spettacoli importanti. Le strutture pubbliche però sono state la  sua croce e la sua delizia, dall’Atelier della Costa Ovest, allo Stabile di Torino di cui è stato direttore artistico, dalla Biennale Teatro al Metastasio di Prato, ma si fece con insistenza il suo nome alla morte di Strehler come direttore artistico del Piccolo. Trent’anni di lavoro e di tribolazioni con risultati spesso eccelsi come il Goldoni degli Innamorati e della cupa Trilogia della villeggiatura dove i tristi amori di una società borghese vengono colti con rara crudezza. Ma vorrei ricordare anche il bellissimo, tutto femminile Madame de Sade di Mishima, una violenta Orgia di Pasolini, le Tre sorelle cechoviane (Laura Pasetti, Bruna Rossi, Claudia Coli e Barbara Valmorin), tre donne attorno a un tavolo a favoleggiare senza costrutto del loro destino, Finale di partita di Beckett con un superbo Vittorio Franceschi. Il suo ultimo spettacolo è datato 2011: La cantatrice calva di Ionesco che non ho visto, ma un amico mi disse che era uno spettacolo disperato, un gesto d’amore verso il teatro, ultima zattera in un mondo dominato dalla mancanza di senso.

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