Martinelli: il mio Carnera

Il regista italiano parla del suo ultimo film in uscita il 9 maggio

Dopo il controverso Il mercante di pietre, Renzo Martinelli firma una pellicola biografica in cui le sfide dello sport e quelle della vita si intrecciano come nella miglior tradizione cinematografica. Quale miglior figura del boxeur per raccontare l’esistenza e i suoi ostacoli? Basta pensare a un capolavoro come Toro Scatenato o al più recente Cinderella Man, di cui Carnera The Walking Mountain di Renzo Martinellirievoca le atmosfere: la seconda possibilità, l’orgoglio e l’affetto per la famiglia sono temi che Martinelli non ha potuto non affrontare nel ricostruire l’epica storia del pugile friulano.

La pellicola ripercorre la vita di un gigante diventato uno delle più affascinanti leggende della storia dello sport: Primo Carnera. Nato nel 1906 a Sequals, un piccolo paese del Friuli, Carnera emigra giovanissimo in Francia, a Le Mans, per poter sopravvivere alla miseria che opprime l’Italia di quegli anni. Qui viene notato dal proprietario di un circo, Paul Ledudal (Paul Sorvino) che lo convince a trasformarsi in "Juan Lo Spagnolo, il terrore di Guadalajara" e ad esibirsi come attrazione. Nel corso delle sue peregrinazioni, il circo di Ledudal arriva ad Arcachon, un paese nel sud della Francia. Qui vive l’ex campione francese dei pesi massimi, Paul Journée. È lui a notare il gigante e a segnalarlo al più famoso manager di boxe di quei tempi: Léon Sée (F. Murray Abraham). Sotto la guida esperta e spregiudicata di Sée, Carnera realizza un sogno ritenuto impossibile: nel 1933, al Madison Square Garden di New York, Carnera sconfigge Jack Sharkey e conquista il titolo mondiale dei pesi massimi.

Il ruolo di Carnera è stato affidato al pugliese Andrea Iaia, 26 anni, alto 1.98, alla sua prima esperienza cinematografica. Accanto a lui Anna Valle nel ruolo della moglie Pina Kovacic, Burt Young (Lou Soresi), F. Murray Abraham (Leon See), Paul Sorvino (Ledudal), Paolo Seganti (Eudeline), Antonio Cupo (Max Baer), Kasia Smutniak e Joe Capalbo con un cameo di Nino Benvenuti (l’allenatore di Max Baer) e la figlia di Primo Carnera, Giovanna, nella parte della maestra elementare del pugile.

Di seguito l’intervista a Renzo Martinelli.

Qual è la sua vera passione?

La mia vera passione è raccontare storie che abbiano un forte contenuto etico perché credo che il compito dell’artista oggigiorno sia quello di evocare e comunicare la verità. Ad esempio, ne Il caso Moro o Vajont, ma anche nello stesso Carnera, ho cercato di comprendere quali fossero i valori alla base di queste vicende e presentarli al pubblico, che in questo modo può rifletterci sopra. Voglio raccontare storie che intrattengano lo spettatore ovviamente, ma voglio anche portarlo a pensare. La mia passione è trasmettere messaggi poetici legati ai valori moderni utilizzando uno strumento altrettanto moderno come il cinema.

Qual è la parte del suo lavoro che più la rappresenta?

Decisamente il lavoro di preparazione: le riunioni, gli studi preparatori, le analisi dei protagonisti principali e la ricostruzione del momento storico. Questo è un lavoro che include molta passione, dedizione, costante iterazione con i propri collaboratori ed è anche l’occasione per una crescita personale e professionale.

Perché ha scelto di raccontare la storia di Primo Carnera?

Carnera c’era già prima dei miei esordi alla regia, proprio perché ho lavorato molto in Friuli, luogo che ha dato i natali al pugile. Ogni volta che vi mettevo piede l’immagine di Carnera tornava fino ad emergere completamente nel corso degli anni. Poi, tutti sanno che non è il regista a scegliere il film ma esattamente il contrario.

Come descrive il rapporto con gli attori di questo film?

Straordinario, e lo è sempre perché non sono un classico regista. Sono un regista che è anche operatore, quindi sono sempre munito di videocamera e resto a un passo dagli attori. Questo è un fattore psicologico da non sottovalutare, perché gli attori sentono la mia presenza, sentono che li sto seguendo, li accompagno con la voce e se sentono che c’è qualcosa che non funziona possiamo parlarne immediatamente. La sinergia che si crea in questo modo tra regista ed attore è semplicemente splendida.

Che messaggio vuole lanciare con questo film?

Il mio obiettivo nel raccontare la storia di un grande pugile come Primo Carnera non è solo quello di ripercorre il successo di un campione di boxe, ma anche quello di raccontare un uomo che segue i suoi valori: l’amore per la famiglia, per la sua terra e per le sue origini. La sua capacità di dare tutto ciò che aveva, di guardare perennemente avanti e di sacrificare se stesso per assicurare ai suoi figli una vita migliore: insomma tutti valori che appartengono al Friuli e agli italiani in generale. Perché una sconfitta è tale solo se resti a terra, se ti arrendi. Ma se ti rialzi in piedi e esci a testa alta con il tuo orgoglio ancora intatto, allora quella sconfitta si trasforma in vittoria. Questo il messaggio che voglio lanciare alle nuove generazioni, italiane ed americane.

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