Mark Lanegan Live a Milano

Uno spettacolo troppo breve di essenzialità e pathos

Milano, Magazzini Generali, 13/05/2010

La veste in cui preferire un musicista o un cantante è sempre una questione molto soggettiva. Mark Lanegan con la sua voce dolorante e ipnotica si presta bene a un unplugged da solo – anzi, in questa dimensione si può apprezzare addirittura meglio il suo timbro particolarissimo, un po’ coperto quando suona con il classico gruppo rock. Nella tournée passata in questi giorni dal nostro Paese soltanto la chitarra acustica e ogni tanto la seconda voce di David Rosser accompagnano un’escursione all’interno del suo mondo che tocca un po’ tutto, dal repertorio personale agli Screaming Trees alle collaborazioni illustri.

Da una parte canzoni come Field Song, One Way Street, No Easy Action, Julia Dream o Resurrection Song, numeri nei quali si attesta la cifra poetica altissima del suo catalogo solista e il sofferto, cupo lirismo esaltato in altre pagine stupende: su tutte River Rise, la ballata impressionista che apriva il magnifico secondo disco Whiskey for the Holy Ghost, finalmente riproposta dal vivo in maniera più scarna e rotonda, eppure sempre evocativa. Del suo primo gruppo importante Lanegan ha invece ripreso Where The Twain Shall Meet e Traveler, ed è toccato anche ai Queens of the Stone Age con Hangin’ Tree. Uno spettacolo di essenzialità e pathos, con le sole pecche della breve durata e del fatto che una performance di questo tipo avrebbe richiesto silenzio assoluto in sala invece del solito chiacchiericcio da parterre.

di Tommaso Iannini

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