L’ultimo pulcinella

Maurizio Scaparro è il regista e co-autore di un testo teatrale che invece è un film, anzi un atto d’amore verso il cinema. Un racconto dolce e a lieto fine, ma non una fiaba, ambientato fra Napoli e Parigi. Mentre le banlieues sono in fiamme

Cosa c’entra il teatro con le banlieues, ci si chiede a un certo punto del bel film di Maurizio Scaparro,L’ultimo Pulcinella, presentato nell’ambito delle Biennale Teatro 2008? La risposta è fulminante: “il teatro è un atto politico”. Siamo a Parigi, nei giorni in cui la rabbia e la rivolta incendiano le periferie parigine, dove i figli degli emigrati, francesi di seconda generazione ma pur sempre di serie B, i sans papier e i ragazzi dei centri sociali cercano di uscire dall’angolo, dalla marginalità. Siamo a Parigi, è vero, ma siamo partiti da Napoli.

La macchina da presa entra nei vicoli della città, indaga il quotidiano, insegue il protagonista Michelangelo (un Massimo Ranieri dal volto espressivo e scavato, bravissimo nel rapporto simbiotico con la sua maschera) che mostra per le strade alla gente e al patron del gran teatro di che meraviglie il personaggio di cui è l’interprete, Pulcinella, è capace. Ma, gli si dice, Pulcinella è vecchio e la gente vuole ridere. Anche il figlio Francesco (lo interpreta un convincente Domenico Balsamo), in perenne scontro con il padre, gli dice “sei ridicolo”. Questo figlio, la cui camera è tappezzata dai manifesti con Maradona e Che Guevara, se ne va, lasciando al padre una lettera di addio, facendogli pensare che sia la vergogna che sente per questo padre che porta in giro, caparbiamente, la sua arte per le strade e per i teatri, la molla che l’ha spinto alla fuga.

In realtà, è l’essere stato testimone di un delitto di camorra e non avere avuto il coraggio di denunciarlo che ha fatto fuggire Francesco. È andando alla ricerca di questo figlio a Parigi, dove il ragazzo si è rifugiato, che il padre e con lui gli altri personaggi che ruotano attorno a questa storia di crescita e di conoscenza di se stessi, di coraggio di vivere fino in fondo il proprio destino, riscopre la forza e la grandezza del palcoscenico, dentro un teatro diroccato e abitato da una specie di pazza di Chaillot (che Adriana Asti interpreta da par suo con punte di svagata autoironia), un tempo attrice e ora guardiana di quella sala in rovina.

Nume tutelare del tentativo di riportare il teatro lì dentro, grazie a una compagnia multietnica che si deve confrontare con un soggetto mai rappresentato di Roberto Rossellini, dedicato a Pulcinella, è un professore della Sorbona, Jean Paul (il redivivo Jean Sorel che si vede con piacere), vecchio amico di Michelangelo. Ecco allora muratori e ragazzi di strada che s’improvvisano attori sotto gli occhi di Francesco e di sua madre, venuta anche lei da Napoli, o si trasformano in scenografi; un vecchio socialista suona l’Internazionale con il violino…

Ma fuori la vita preme con i rumori inquietanti degli spari, del sibilare dei lacrimogeni, fino a sfondare le porte e prendersi il teatro: giovani che cercano di sfuggire alla retata della polizia, la polizia che entra senza alcun riguardo mentre sta per svolgersi la prova generale, due mondi che si confrontano senza capirsi. Ma il teatro vince su tutto.

L’ultimo Pulcinella potrebbe essere un testo teatrale e invece è un film film, anzi un atto d’amore verso il cinema. Un racconto dolce e a lieto fine ma non una fiaba, approdato in un mondo di celluloide che deve fare i conti con la realtà, dove i teneri colori del giorno, il fascino rutilante delle strade, i muri sbrecciati, lasciano spesso posto all’oscurità di quel ventre colmo d’immagini e di sogni che è il teatro. Del resto il cinema di Scaparro è sempre partito dal teatro per poi ritornarci: per glorificarlo naturalmente.

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L’ultimo Pulcinella
– Con Massimo Ranieri, Adriana Asti, Jean Sorel – Regia di Maurizio Scaparro – Soggetto di Rafael Azcona, Diego De Silva e Maurizio Scaparro – Musiche di Mauro Pagani – Produzione Lesitaliens, Farofilm, Raicinema

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