Intervista ai Futureheads

Abbiamo incontrato la band inglese in tour L’aereo dei Futureheads è in ritardo, e come se non bastasse la band ha in programma una rapidissima incursione negli studi di Mtv. Ma quando arriva all’appuntamento con noi, nonostante i tre quarti d’ora di attesa, l’atmosfera si fa subito rilassata. Barry Hyde e Ross Millard, cantante e chitarrista del gruppo di Sunderland, ordinano birra e tè, accompagnati da un megamarmittone di patatine, e l’intervista può cominciare.

Vi siete conosciuti quando ancora lavoravate in un centro per ragazzi disadattati. È lì che è nata la band?

Sì, l’abbiamo formata tra il 1999 e il 2000. Il nostro compito era quello di recuperare giovani criminali e cercare di farli smettere di delinquere. Gli facevamo suonare la chitarra e altri strumenti per fargli acquisire un po’ di fiducia in sé stessi. Ci siamo conosciuti così, prima siamo diventati amici e poi abbiamo deciso di formare la band. Non avevamo molte ambizioni: abbiamo deciso di rischiare il tutto per tutto in un solo concerto. Era il 2000 e suonammo all’Ashbrooke Cricket Club, un circolo sportivo per la middle class inglese con il sigaro in mano. Suonammo davanti a un pubblico fatto di bambini e uomini d’affari per sette minuti e da lì è cominciata l’avventura dei Futureheads.

È stato difficile lasciare i ragazzi con cui lavoravate?

Alcuni sono andati all’università, altri hanno formato delle band, altri ancora invece lavorano normalmente. Noi quattro eravamo molto amici e andare via da quel posto non ci ha spezzato il cuore perché dovevamo farlo.

State già lavorando al vostro nuovo album?

Lo stiamo scrivendo, abbiamo fatto alcuni demo. Quest’anno non abbiamo fatto molti concerti perché siamo stati molto concentrati nello scrivere nuove canzoni e credo che il prossimo album sarà quello con il miglior sound. Siamo felici di suonare un po’ in giro ma torneremo probabilmente con un vero tour l’anno prossimo, ora la cosa che più ci interessa è il prossimo album.

Sarà molto diverso dai precedenti?

Credo che ci sia più energia, le canzoni saranno più serie rispetto al primo ma non tanto quanto quelle del secondo. Ci sarà più rock e le canzoni saranno più semplici. Sarà un disco meno orientato ai riff e molto più orientato alle chitarre. Siamo molto contenti del lavoro che stiamo facendo.

Durante i vostri primi live usavate travestirvi per andare in scena, perché non lo fate più?

Era una cosa troppo difficile e poi truccarsi tutte le sere era una vera rottura! C’erano due tipi di travestimento. Nel primo indossavamo sobri abiti militari perché volevamo sembrare dei soldati futuristici, nel secondo invece avevamo preso ispirazione dai robot, così abbiamo deciso di dipingerci la faccia con una pittura argentata. Solo che quando iniziavamo a suonare il trucco ha iniziava a sciogliersi e a colare. Ecco perché ora non lo facciamo più.

Come è stato suonare in apertura dei concerti di band come Oasis, Foo Fighters e Pearl Jam? Non è stato più difficile visto che le persone non erano li per voi?

Da un certo punto di vista sì, perché per quel pubblico costituivamo una sorpresa. Però se si porta musica di qualità la gente la apprezza e si crea un bellissimo feeling, anche con 4-5mila persone, ed è fantastico. È un po’ come ricominciare da capo e questo è positiva perché ti fa capire che si può sempre ripartire e che ogni album può essere una cosa nuova. Fare da supporter è ogni volta una sfida nuova: devi salire sul palco con sicurezza e guardare le persone negli occhi, catturando completamente la loro attenzione perché là fuori è pieno di band. Devi essere sicuro di te stesso, perché se non lo sei nessuno ti prenderà sul serio. Devi comunicare al pubblico che hai il controllo della situazione e che sai esattamente quello che stai facendo, cercando di convincerli che sarà il più bel concerto della loro vita.

C’è qualche band con cui vi piacerebbe suonare?

Ce ne sono un sacco. Soprattutto quelle con cui non potremo mai farlo: gli Eagles, per esempio, i Genesis, Bruce Springsteen, Tom Waits, Jimi Hendrix…

E fra le nuove leve?

Probabilmente i Maccabees, una band che viene da Brighton. Anche i Pixies non sarebbero male, anche se non sono esattamente nuove leve.

Qual è la band che ha influenzato più di tutte la vostra musica?

Credo che ci siano un sacco di band classiche che ci abbiano influenzato, ma non ne esiste una in particolare. Siamo stati influenzati dai Beatles, dai Led Zeppelin, dai Clash e dalle grandi punk band come i Wire. E poi dal punk-rock americano di Fugazi e Shellac. Ma quel che più influenza la nostra musica sono le persone che incontriamo e le cose che ci accadono attorno. La musica è puro istinto per noi, soprattutto in questo periodo che stiamo scrivendo così tanto. Quando abbiamo iniziato, la cosa che ci interessava era fare pezzi ad alto volume che fossero molto divertenti, non volevamo prenderci sul serio. Nella metà degli anni Novanta, ai tempi del Britpop, la musica in Gran Bretagna stava morendo. L’industria aveva fatto molti soldi ma poi questi erano stati spesi tutti in droga, così le case di produzione si sono trovate senza soldi e la musica era noiosa. Non c’era voglia di suonare veramente: ognuno voleva semplicemente apparire, ubriacarsi e andare sul palco per dimostrare di essere un dio, così magari si faceva mettere sei pedali per suonare la chitarra. Erano cose assurde e desolanti!

Voi due sembrate davvero felici: siamo seduti da trenta minuti e non avete ancora smesso un secondo di ridere e fare battute…

Come non esserlo? Siamo al settimo cielo! Siamo veramente felici di essere qui per il concerto e in più ci sono anche il sole e il cibo.

Due giorni dopo, al Transilvania di Milano, i Futureheads suonano a raffica senza quasi mai fermarsi: hanno un’energia e una carica veramente disarmanti, si vede che sono stati lontani dalle scene per un po’ di tempo e che la voglia di suonare accumulata era davvero tanta. Meantime, Decent Days And Nights e tutte le altre canzoni sono piene di elettricità e di amore spassionato. Bentornati. (roberta cecchi)

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