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Intervista a Robert Altman

Abbiamo incontrato Robert Altman, il regista di culto americano, presente a Venezia con l’atteso Il dottor T e le donne , e gli abbiamo chiesto di parlarcene. E di parlarci anche di Richard Gere, delle donne… Com’è nato questo film?
Era da tanto tempo che io e Richard [Gere] volevamo lavorare insieme, ma non eravamo mai riusciti a portare a termine i nostri progetti per mancanza di finanziamenti. Finalmente le cose hanno funzionato per questo piccolo progetto e quindi ci siamo messi al lavoro. Ero molto curioso di vedere come avrebbe interpretato la parte di un ginecologo, un personaggio che mi ha sempre incuriosito, forse anche in maniera un po’ morbosa.
Parliamo del dottor T…
È semplicemente un uomo che vede le donne dalla parte sbagliata: le ama senza limite, cerca di soddisfare ogni loro desiderio, di curarle nel corpo e nell’anima, di renderle felici, senza accorgersi che in questo modo le soffoca e automaticamente le riporta nel loro territorio. È sempre stato circondato da un mondo al femminile, sia nel privato sia nella propria professione, e non riesce a farne a meno: crede di sapere tutto sul cosiddetto sesso debole, senza essersi mai soffermato a studiarlo, o meglio a osservarlo veramente.
Come mai ha deciso di fare un film al femminile?
Semplice: sono nato e cresciuto in una famiglia di donne, e le donne hanno sempre avuto un ruolo molto importante nella mia vita. Amo le donne perché sono loro che hanno la possibilità di fare figli. La loro è una posizione ferma. Sono gli uomini che se ne vanno per fare la guerra, per fare la pace, per trovare un lavoro. Nella loro stanzialità, le donne vanno più a fondo. Prova ne sia che donne e uomini reagiscono differentemente a questo film.
Il film si presenta come un vortice continuo…
Sì, proprio così: dalla sequenza iniziale in cui presento la clinica del dottor T fino al vero vortice del finale, che rapisce Gere dal vecchio mondo in disfacimento e lo catapulta in uno nuovo. L’intero film è una girandola di avvenimenti, emozioni, sensazioni e donne che ruota intorno al perno-Gere fino a sfinirlo. Per raccontare una storia di questo tipo ho cercato una struttura diversa, e l’ho trovata in questo modo di rappresentare il vortice.
Anche questo film è ambientato al Sud?
Questo mondo mi affascina e non posso fare a meno di raccontare questo aspetto della cultura americana. Dallas, per esempio, è un luogo molto particolare, in cui l’uomo pensa solo a fare i soldi e alle donne non resta altro che spenderli. E così passano la giornata a fare shopping. Tutti i vestiti e i cappelli che riempiono il film non sono un’invenzione: mi sono limitato ad accentuare la realtà per rendere meglio l’idea. A Dallas vivono moltissime donne che sono state portate lì dai propri mariti per motivi di lavoro e molte di queste erano attrici (seppur non famose) di teatro, cinema o televisione. I ruoli secondari del film, quasi una sessantina, sono interpretati da loro. E sono state fantastiche! La maggior parte delle volte era inutile assegnare una parte vera e propria, bastava chiedere di interpretare loro stesse con un po’ più di brio per ottenere quell’oscillazione continua tra riso e isteria che volevo nel film.
Oltre alla collocazione geografica, in Il dottor T e le donne ritroviamo anche altri motivi ricorrenti della sua filmografia…
All’inizio della mia carriera ero convinto che i miei film fossero diversi uno dall’altro. In realtà mi sono accorto che sono molto simili tra loro, come se fossero tanti capitoli di uno stesso libro. Ma non potrebbe che essere così, nascono tutti dal mio corpo e dalla mia mente e quindi hanno lo stesso Dna. (a cura di giorgia brianzoli)

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