Archivio

Alla larga dalle stagiste: fenomenologia delle Idi di marzo

Idi di Marzo: il thriller politico di George Clooney e i suoi eccellenti predecessori

Il cinema socio-politico, in questo periodo di dura recessione economica (le cui cause sono ben descritte nel secondo Wall Street di Oliver Stone) sembra vivere una nuova primavera.

La Francia ci racconta la guerra tra poveri in Le nevi del Kilimangiaro (titolo ispirato dal bellissimo pezzo di Pascal Danel del 1966 che fa da colonna sonora. La canzone originale intendo, perché la trascrizione del testo in italiano è orribile); ma anche la quotidianità della polizia parigina preposta alla protezione dei minori in Polisse, tramite l’occhio sensibile di una fotografa al seguito degli agenti, con una regista/interprete di culto, Maïwenn Le Besco.

L’Italia risponde con Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, sceneggiato da Rulli e Petraglia, in uscita a febbraio. La strage, manco dirlo, è quella di Piazza Fontana e il film segue soprattutto due personaggi chiave: Giuseppe Pinelli, incarnato da Pierfrancesco Favino, e Luigi Calabresi, interpretato da Valerio Mastrandrea. Poi arriverà Diaz, dal nome della scuola in cui si compì il brutale pestaggio da parte delle forze dell’ordine su giovani inermi, durante il G8 del 2001. Il regista è Daniele Vicari e gli interpreti sono Claudio Santamaria e Elio Germano.

Dopo tanti biopic su presidenti reali, o l’intreccio tra politica e servizi in J. Edgar di Clint Eastwood, dove DiCaprio interpreta Hoover, il creatore dell’F.B.I, l’America riaffronta un tema molto amato dal pubblico e lo fa col tocco di George Clooney che, in Le Idi di marzo, racconta la storia romanzata di una campagna elettorale.

Il titolo shakespeariano non è casuale, dato che le elezioni nel film avrebbero luogo il 15 marzo. Ma naturalmente ci sono anche le coltellate inferte al buon Cesare, soprattutto dal suo pupillo rivoltoso, Bruto. In Clooney sono metaforiche, ma non meno dirompenti. La storia è avvincente, tratta dalla piece teatrale di Beau Willimon: narra di un candidato democratico alla presidenza, il  governatore Mike Morris (Clooney), del suo staff e dei veleni che tendono a denigrare la sua candidatura. Nel suo staff c’è l’addetto alle comunicazioni Paul Zara (Philip Seymour Hoffman) e l’astro nascente, il brillante Stephen Meyers (Rryan Gosling). Proprio su quest’ultimo si concentra l’occhio implacabile della cinepresa. È del tutto evidente che in fatto di comunicazioni è più fresco e a passo coi tempi del suo cinico capo Paul. Il governatore ne è entusiasta e lo ascolta come fosse un guru. Lo stesso Paul gli dimostra piena fiducia. Anche perché la campagna non va molto bene per Morris, e Stephen ha delle ottime idee per ribaltare la situazione. Peccato che subentrino due fattori che potrebbero distruggere la campagna elettorale di Morris e la sorprendente carriera di Stephen. Uno è il gioco sporco dell’addetto Tom Duffy (Paul Giamatti), al seguito del loro avversario, che tende un tranello alla giovane star della comunicazione. L’altro fattore è rappresentato, guarda caso, da una stagista (Evan Rachel Wood) con cui Stephen intreccia una relazione.

L’allusiva congiura dei senatori romani che volge in tragedia qui coinvolge tutto lo staff di Morris, via via che le maschere di integrità dei vari personaggi si sgretolano, lasciando cadaveri eccellenti sul campo, non solo metaforici.

Il lavoro di Clooney sembra ricordare le migliori pellicole targate Usa sulla corsa alla presidenza degli States. Primo fra tutti Lo stato dell’Unione di Frank Capra del 1948, in cui un ingenuo Spencer Tracy, disgustato dalla corruzione imperante nel settore, ritira la sua candidatura e se ne torna dalla mogliettina (Katharine Hepburn). Naturalmente ai tempi di Obama nessuno torna indietro.

Poi è arrivato Tempesta su Washington (1962) di Otto Preminger, in cui l’ombra del maccartismo aleggiava sulla testa del candidato Henry Fonda. C’era anche il sesso, con un’accusa di omosessualità (altro tabù tuttora poco inviolato in politica) nella parte avversa.

Quindi Sesso e potere di Barry Levinson (1997), dove Robert De Niro e un altro Hoffman, Dustin, per distogliere le attenzioni da uno scandalo sessuale che investe il loro candidato, inventano una falsa guerra con l’Albania, a solo uso e consumo dei media.

La lunga permanenza in Italia ha sicuramente influenzato George Clooney anche politicamente. L’aver assistito, nello scorso periodo parlamentare, ai ribaltamenti politici dei parlamentari (nel film c’è un senatore simile), agli scandali sessuali di bassa lega, al gioco al massacro, alla macchina del fango scatenata dai media, soprattutto da quelli (che con le tv sono predominanti) della ex maggioranza di governo, da cui la giornalista ricattatrice in cerca di scoop (Marisa Tomei) del suo film sembra la fotocopia.

Ryan Gosling, reduce dall’ottimo Drive, dimostra ancora una volta le sue qualità artistiche nei panni del giovane guru della comunicazione politica. Clooney è la maschera dell’integrità progressista, certamente però con poca ingenuità. Hoffman è perfetto nell’addetto che persegue una causa e non perdona gli errori.

Evan Rachel Wood, ormai ventiquattrenne, è ufficialmente uscita dai ruoli adolescenziali, interpretando una stagista forse troppo generosa, perno di tutta la vicenda.

Il messaggio finale è quello che forse suggerirebbe l’ex presidente Clinton come avvertimento: occhio alle stagiste.

di Marcello Moriondo

Vuoi ricevere Mam-e direttamente nella tua casella di posta? Iscriviti alla Newsletter, ti manderemo due mail al mese con il meglio del nostro Magazine e riceverai subito un regalo!

CLICCA QUI PER SAPERNE DI PIÙ!