Acis and Galatea

H&aulm;ndel conosceva l’opera di Lully? Non lo sappiamo; sicuramente conosceva il masque di John Eccles (1701), diretto antecedente delle opere pastorali di Pepusch, Galliard e altri, in voga al Drury Lane nel 1715-18: un tentativo di risposta autoctona – ed effimera – all’invadenza dell’opera italiana. Acis and Galatea è appunto un masque : un breve lavoro, su temi mitologici o allegorici, nello spirito della lirica pastorale inglese. Da circa un anno (29 giugno 1717) il King’s Theatre ha chiuso i battenti all’opera, e H&aulm;ndel si trova ora al servizio del conte di Carnarvon (dal 1719 duca di Chandos), nella magnifica dimora di Cannons; qui, nella campagna intorno a Londra, nasce – fra molta musica sacra (undici anthems e un Te Deum ) e il primo oratorio inglese, Esther – questa piccola gemma, testimonianza luminosa di un gusto e di una civiltà. Non vi è alcun rapporto con Aci, Galatea e Polifemo , la serenata nuziale composta nel 1708 a Napoli; il testo del masque , attribuito a John Gay in un libretto del 1739, comprende in realtà versi di Hughes e Pope: ospiti abituali del duca, già accostati da H&aulm;ndel nella cerchia di casa Burlington. Questo milieu aristocratico, essenziale per la genesi dell’opera, condiziona anche la sua fortuna: gran parte della musica viene pubblicata – caso eccezionale per l’epoca – già nel 1722, ma non si ha notizia di rappresentazioni pubbliche fino al 1731. L’anno dopo una compagnia inglese allestisce l’opera a Haymarket, proprio di fronte al King’s Theatre; H&aulm;ndel reagisce con una nuova versione, che riprende – in una sintesi eterogenea – brani della serenata per Napoli e altre arie italiane: in questa forma il lavoro conosce una larga popolarità, con varie riprese fino al 1741 e un numero di esecuzioni (circa settanta) ineguagliato. Acis and Galatea sarà il primo dei quattro titoli h&aulm;ndeliani studiati e riorchestrati da Mozart (1788) su incarico del barone van Swieten; il giovane Mendelssohn dirigerà il masque nel 1828, e ancora Meyerbeer (1857) penserà a una sua messa in scena.

Non si conoscono le circostanze della prima esecuzione a Cannons: si può ipotizzare una forma stilizzata di rappresentazione, con semplici addobbi scenici, nella terrazza sopra il giardino; e la recente scoperta di condutture, in corrispondenza di una vecchia fontana (si rammenti la scena finale: Acis trasformato in «a fountain bright»), parrebbe corroborare questa tradizione. Comunque sia, rispetto all’opera di Lully – con il suo pathos eloquente, l’azione portata così violentemente in primo piano – il masque h&aulm;ndeliano sospende il tempo drammatico, lo proietta sullo sfondo; l’azione non si rappresenta, si dà per scontata (tanto più fra i pochi, scelti invitati di Cannons): si rapprende in pure forme musicali. Il momento culminante del dramma – l’ira di Polifemo e il volo del macigno sul povero Acis (“Fly swift, thou massy ruin, fly!”) – occupa poche battute al termine di un terzetto (“The flocks shall leave the mountains”), avviato comodamente – il classico ‘tempo giusto’ h&aulm;ndeliano – dai due teneri amanti; lo stesso Polifemo è un gigante goffo, elementare nelle sue reazioni, ma privo di risvolti torbidi o malvagi: lo vediamo ballonzolare su ampi intervalli (la sua prima aria, “O ruddier than the cherry”) mentre invoca Galatea con immagini splendenti, rigogliose, con una sua rustica grazia.

Disparità di generi, peso dei diversi stili nazionali; ma non solo. H&aulm;ndel coglie infallibilmente, in questo suo primo lavoro per la scena inglese, il tratto più tipico, nobile e permanente di quella tradizione musicale (dai madrigalisti a Britten, potremmo dire, attraverso Purcell e il Mendelssohn di A Midsummer Night’s Dream ): un tessuto vocale tenue, terso, quasi diafano, un lirismo a tinte nette su una base strumentale trasparente. Assenti le viole, tra i fiati troviamo solo – alternati – oboi e flauti diritti, strumenti ‘chiari’ e per tradizione pastorali; anche le voci sono in prevalenza acute, con l’insolita combinazione di un soprano e tre tenori (per i cori, cantati dagli stessi solisti) e la sola, ovvia eccezione di Polifemo. Questo l’organico disponibile a Cannons, ma il carattere della musica trascende completamente tali limiti; non mancano echi della recente Water Music (l’aria “Would you gain the tender creature”, significativamente aggiunta all’ultimo momento), ma per il resto Acis and Galatea possiede una tinta strumentale propria, inconfondibile, anche fra gli altri lavori h&aulm;ndeliani: musica che ha la leggerezza dell’aria, della brezza fra i rami, in sintonia totale con l’artificio lieve del mito. Lo sentiamo, in forma paradigmatica, nel magnifico coro d’apertura, “Oh, the pleasure of the plains!” (con il tocco prettamente inglese di «Dance and sport the hours away»): un’Arcadia senza rovine e senza memoria; un’Arcadia laica, l’immagine aurea di una società in armonia con la natura, giardino fiorito per le proprie fantasie.

Type:

Masque in un atto

Author:

Georg Friedrich H&aulm;ndel (1685-1759)

Subject:

libretto di John Gay e altri, dalle Metamorfosi di Ovidio

First:

Cannons, Edgware, estate 1718 (versione riveduta in tre atti: Londra, King’s Theatre, 10 giugno 1732

Cast:

Galatea (S), Acis (T), Damon, pastore (T), Polyphemus (B); coro

Signature:

m.m.

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Alessandro Dalai
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