Piero della Francesca

Pittore italiano, praticamente dimenticato per secoli dopo la sua morte, ma considerato oggi uno dei più grandi artisti del rinascimento. Trascorse gran parte della vita nella cittadina natale ed evidentemente nutriva grande affetto per essa -prese parte attivamente alla vita civica e fu per due volte consigliere comunale -come pure per la campagna circostante, che usò spesso come sfondo dei suoi dipinti. Lavorò varie volte ad Arezzo, Ferrara, Firenze, Rimini, Roma e Urbino, ma la sua carriera è scarsamente documentata e non è possibile seguire in dettaglio i suoi spostamenti. (Arezzo e Urbino si trovano vicino a San Sepolcro e Piero probabilmente trascorse diverso tempo in entrambe le città, ma la sua presenza è documentata solo una volta a Urbino, nel 1469).

Viene citato per la prima volta nel 1431, quando ricevette un pagamento per aver dipinto alcune grandi candele usate in processione e, tra il 1432 e il 1438, è più volte citato insieme a uno sconosciuto pittore locale con cui lavorava, Antonio d’Anghiari, che forse fu suo maestro. Nel 1439 la sua presenza è documentata per la prima volta fuori da San Sepolcro, come assistente di Domenico Veneziano per gli affreschi (oggi perduti) di Sant’Egidio, Firenze. Questa è l’unica traccia che abbiamo della sua attività a Firenze, ma doveva conoscere molto bene la città, dal momento che i suoi dipinti mostrano chiaramente lo studio attento dell’opera dei suoi predecessori e dei contemporanei fiorentini. È forse più vicino a Masaccio come approccio, con cui condivise un senso di imponente dignità e profonda autorità spirituale, ma rispetto a questi ebbe maggiore interesse per il colore, che lo avvicina piuttosto al Beato Angelico e a Masolino, così come a Domenico Veneziano. Il suo interesse per la prospettiva ha qualcosa in comune con Paolo Uccello. Piero raffinò e unì le scoperte che questi artisti avevano fatto nei trenta anni precedenti e creò uno stile in cui la grandiosità monumentale e meditativa e la lucidità quasi matematica sono combinate con la limpida bellezza del colore e della luce.

La prima opera documentata di Piero giunta sino a noi è il polittico della Madonna della Misericordia (Pinacoteca, Sansepolcro), commissionato nel 1445 ma non completato fino al 1460 circa. Un tale periodo di gestazione era normale per Piero, che fu abitualmente un lavoratore lento. Questo significava che il metodo tradizionale dell’ affresco, che richiedeva una mano veloce e sicura, non gli era congeniale e infatti sperimentò alcuni modi per modificare la tecnica. A volte applicava dei tessuti bagnati all’intonaco durante la notte così da poter lavorare per più di un giorno sulla stessa sezione -a differenza della normale pratica dell’affresco -e provò anche a usare alcuni tipi di colori a olio. Il suo affresco più importante è la serie sulla leggenda della Vera Croce nel coro di San Francesco ad Arezzo (1450-65 ca). Il soggetto deriva da un complesso miscuglio di leggende medievali, ma Piero fece di questi particolari di fantasia alcune delle più solenni e serene immagini nell’arte occidentale; anche le due scene di battaglia possiedono un senso di calma risoluta piuttosto che di violento movimento.

Questi affreschi furono realizzati per una ricca famiglia locale e molte delle sue opere furono dipinte per istituzioni religiose nella città natale, ma egli lavorò anche per illustri mecenati lontano da casa. Tra questi Leonello d’ Este a Ferrara, Sigismondo Malatesta a Rimini e papa Pio II a Roma. Nessuna delle sue opere realizzate a Ferrara o a Roma è giunta sino a noi, ma il suo affresco Sigismondo Malatesta che venera san Sigismondo (1451, Tempio Malatestiano, Rimini) ci fornisce una delle poche date certe delle sua carriera. Il suo mecenate più importante fu Federico da Montefeltro e Piero probabilmente trascorse gran parte della sua tarda carriera a Urbino. Qui dipinse i ritratti di Federico e di sua moglie (1465-75 ca, Uffizi, Firenze) e la famosa Flagellazione (1450-60 ca), che si trova ancora a Urbino, presso la Galleria Nazionale (collocata nel Palazzo Ducale). La Flagellazione è l’opera più enigmatica di Piero e ha suscitato varie interpretazioni: Gombrich ipotizzò che il soggetto sia piuttosto Il pentimento di Giuda mentre per Pope-Hennessy si tratta del Sogno di san Gerolamo.

Piero è citato per l’ultima volta come pittore nel 1478 (in riferimento a un’opera perduta) e i suoi ultimi due lavori sono probabilmente la Vergine con Bambino e santi (1475 ca, Brera, Milano) e la Natività incompiuta (National Gallery, Londra). Successivamente sembra che si sia dedicato alla matematica e alla prospettiva (sono rimasti tre suoi trattati su questi argomenti). Vasari scrisse che Piero era cieco quando morì; la perdita della vista può essere il motivo per cui abbandonò la pittura, ma in un documento ufficiale Piero scrive chiaramente di suo pugno che è "sano nella mente, nell’intelletto e nel corpo". I suoi dipinti ebbero una grande influenza, soprattutto su Signorelli (nella possente solennità delle figure) e Perugino (nella chiarezza spaziale delle composizioni). Si dice che entrambi siano stati suoi allievi. Dopo la morte, tuttavia, Piero fu ricordato soprattutto come matematico più che come pittore e anche Vasari, che come nativo di Arezzo doveva conoscere bene gli affreschi di San Francesco, mostra un tiepido entusiasmo per le sue opere. La maggior parte dei suoi dipinti si trovava in luoghi che erano fuori dalle strade più battute e furono più o meno dimenticati per secoli (per un esempio di come le sue opere influenzarono un pittore del XVII secolo, vedi Tournier). Il processo di riscoperta non iniziò seriamente fino alla fine del XIX secolo e il suo valore non fu pienamente riconosciuto fino al XX.

Nascita: Borgo San Sepolcro 1415; Morte: Borgo San Sepolcro 1492

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