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Piazza Fontana: un processo infinito senza colpevoli, anche dopo 51 anni

A 51 anni dalla strage di Piazza Fontana, ancora nessun colpevole anche a seguito di un processo infinito e confusionario

Piazza Fontana – un processo infinito senza colpevoli

Il 12 dicembre 1969, 51 anni fa, esplosero quattro bombe neofasciste tra Roma e Milano. Quella che provocò maggiori danni scoppiò all’interno della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana, nel pieno centro di Milano. Fu una strage che portò alla morte diciassette persone e ne rimasero ferite più di 80.

Ma perché ancora oggi la strage di Piazza Fontana è senza colpevoli? Nel corso degli anni, le indagini vennero ostacolate e sviate più volte, a causa degli interventi di esponenti delle istituzioni. Ciò formò un lungo strascico delle responsabilità dell’attentato, che oggi rimane senza risposta. Le falsificazioni compiute dalle indagini, la ricerca di capri espiatori, l’indicazione di colpevoli che erano innocenti, le difficoltà nel raggiungere una sentenza di condanna verso il gruppo neofascista. A cinque decenni dalla strage, esiste un quadro ancora incompleto di quello che realmente accadde.

Questo evento pose fine all’innocenza dei movimenti rivoluzionari e giovanili del ‘68. Questa volta ci si trovò di fronte ad una risposta violenta e sanguinaria, che diede inizio ad una serie di azioni terroristiche che hanno rappresentato l’Italia degli anni ’70.

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Piazza Fontana: il processo agli anarchici

La sera dell’attacco, vennero interrogate 150 persone dalla polizia. Erano giovani con simpatie radicali, principalmente anarchici. Ma non vi erano prove significative nei loro confronti. Gli anarchici erano a quel tempo un bersaglio facile. Il mondo che circondava la strage di Piazza Fontana era fatto di scioperi, lotte e tensioni sociali, ma soprattutto di una contrapposizione fortissima tra due blocchi.

Tra questi giovani c’era Giuseppe Pinelli, un ferroviere di 41 anni, anarchico ed ex partigiano. Il suo interrogatorio durò tre giorni, più delle 48 ore permesse dalla legge, e prima di essere rilasciato morì dopo essere caduto da una finestra del quarto piano.

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Molti sostengono che Pinelli sia stato gettato appositamente dalla finestra. Si identificò come responsabile il commissario Luigi Calabresi. Le autorità di polizia, però, sostennero più volte che si trattasse di un suicidio.

Vi fu l’arresto anche di un altro anarchico, Pietro Valpreda, ex ballerino di 37 anni. Era stato riconosciuto, infatti, da un tassista che sostenne di averlo portato davanti alla Banca dove avrebbe lasciato un misteriosa valigia, per poi andarsene. Valpreda venne indicato come il colpevole sicuro da tutta la stampa italiana. Ma non c’erano altre testimonianze o prove e man mano si iniziò a dubitare del suo coinvolgimento. Venne poi scarcerato e assolto nel 1987.

Piazza Fontana: il processo e la pista neofascista

La pista neofascista impiegò vari anni a concretizzarsi. Al centro vi era Giovanni Ventura, membro del gruppo neofascista Ordine Nuovo. Nei mesi successivi lo sottoposero a controlli, perquisizioni e intercettazioni.

Ma i magistrati che si occupavano del caso, tra Treviso, Roma e Padova, ritennero che non ci fossero abbastanza prove per procedere contro di lui e contro il suo amico Franco Freda, altro neofascista. I due subirono l’arresto poi nel 1972, dopo aver trovato in loro possesso armi, arsenali, munizioni, esplosivi e documenti interni del SID, uno dei servizi segreti italiani di quel tempo.

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I processi sulla strage si spostarono da Milano a Catanzaro, ritenuto un luogo meno pericoloso. Si riunirono i procedimenti contro anarchici e neofascisti. Nel 1979 ci fu la condanna contro Ventura e Freda per strage e contro gli agenti del SID per depistaggio. Gli anarchici, invece, ricevettero la condanna solo per altri reati. Seguì poi uno scambio complesso tra i tribunali, che finì con l‘assoluzione dei neofascisti nell’87.

Secondo i giudici, le prove raccolte non erano sufficienti a condannarli. Freda e Ventura facevano sì parte di organizzazioni eversive di estrema destra, ma non c’era modo di ricollegare questo fatto alla strage di Piazza Fontana.

Per quanto riguarda gli ufficiali dei servizi segreti, non è chiaro quanto i loro responsabili politici e superiori sapessero delle loro azioni. Andreotti venne interrogato sulla questione e rispose per ben 33 volte “non ricordo” ai magistrati.

Una strage senza colpevoli

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Nel corso degli anni successivi, si aprirono nuove inchieste per far luce sull’accaduto. Ma ancora a metà degli anni ’90, i processi si conclusero per insufficienza di prove a favore dei vari nomi di neofascisti che erano emersi. Più volte si risollevarono le figure di Ventura e Freda, dichiarati come coloro che piazzarono la bomba all’interno della Banca, ma non avrebbero potuto essere processati perché per lo stesso reato avevano ricevuto l’assoluzione nell’87.

La strage di Piazza Fontana, quindi, rimane senza colpevoli. E costituisce il primo di una serie di depistaggi che seguiranno nel corso della storia. La giustizia ha dovuto confermare che non si poteva individuare un concreto giudizio di colpevolezza.

La madre di tutte le stragi, così è stata chiamata la strage di Piazza Fontana, non ha avuto alcuna conclusione processuale. Ma le domande ancora oggi sono tantissime e sono domande pesanti, soprattutto quando hanno a che fare con le responsabilità politiche. “È anche per questo che Piazza Fontana si può definire una strage di Stato” così scrisse Guido Salvini, il magistrato che riaprì le indagini negli anni ’90.

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