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“Non toccare i miei vestiti”, la protesta visual delle donne afghane

“Non toccare i miei vestiti” – dall’hashtag #DoNotTouchMyClothes – è il nome della protesta colorata con cui le donne afghane sfidano i talebani. Ed è virale

È ormai virale “Non toccare i miei vestiti”, la protesta portata avanti sui social da decine di donne afghane con gli hashtag #DoNotTouchMyClothes e #AfghanistanCulture. A dare ufficialmente il via alla campagna è stata Bahar Jalali, ex docente di Storia all’American University of Afghanistan. Tre giorni fa, la donna ha dichiarato alla BBC: “Una delle mie maggiori preoccupazioni è che l’identità e la sovranità dell’Afghanistan sono sotto attacco“.

L’obiettivo di “Non toccare i miei vestiti” è molto semplice: sfidare i Talebani intasando il web con foto di donne che indossano abiti dai colori accesi e sgargianti, come da tradizione afghana. “Il nostro abbigliamento tradizionale non è quello da Dissennatori che i Talebani fanno indossare alla donne”, spiega ad esempio Peymana Assad su Twitter (@Peymasad). Prima persona di origine afghana eletta a una carica pubblica nel Regno Unito, Assad ha partecipato alla protesta mostrandosi con un abito colorato e ricamato.

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Ruhi Kahn, dottoressa di ricerca presso il dipartimento Media & Communication della London School of Economics, spiega che la cultura afghana è “tutta incentrata sulla gioia ed i colori“. Secondo Kahn, “Non toccare i miei vestiti” non è una semplice protesta “contro le regole imposte dai Talebani, sulla base di quello che loro ritengono islamico, ma anche contro l’idea occidentale su ciò le donne afghane dovrebbero indossare“.

 

 

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MA DA DOVE PARTE LA PROTESTA?

“Non toccare i miei vestiti” arriva dopo che la 28enne afghana Kahkashan Koofi ha perso il posto di lavoro alla televisione di Stato, per aver indossato un abito tradizionale colorato. Con questo gesto Koofi intendeva sfidare il nuovo Governo dei Talebani, che impongono alle donne di indossare il burqa nero. Ovviamente, nelle rare occasioni in cui è permesso loro uscire di casa.

“Quando mi sono guardata allo specchio ho avuto un attimo di pace, qui viviamo in prigione“, ha raccontato Koofi al Washington Post. Dopo la vittoria dei Talebani, la giovane ha perfino dovuto nascondersi insieme alla sua famiglia per paura di rappresaglie.

Tutto questo – e in seguito a sabato scorso in cui 300 donne afghane hanno preso parte a un corteo per sostenere il nuovo Governo talebano – ha spinto Bahar Jalali a dare il via alla protesta visual “Non toccare i miei vestiti”, invitando tutte le donne afghane a mostrare al mondo “il vero volto dell’Afghanistan“: un mondo di colori e non di buio.

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