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Attualità

Afghanistan, Biden le cause e le conseguenze della crisi

Dal Vietnam all’Afghanistan, Biden e le conseguenze del ritiro delle truppe

Saigon e Kabul, con la crisi in Afghanistan Biden rischia di segnare e la sua presidenza  la storia degli USA  come con la Guerra del Vietnam.

Da Kissinger a Biden: Afghanistan un riflesso della storia

Sono passati ormai quasi cinquant’anni da quando i vietcong conquistarono Saigon  durante la Guerra del Vietnam e da quell’accordo firmato nel 1973 a Parigi da Henry Kissinger e Le Duc Tho, che sancì il ritiro delle truppe americane. Le truppe vietnamite ci misero due anni da quella stretta di mano, oggi  I talebani ci hanno messo appena due mesi a impadronirsi di Kabul dopo l’annuncio di Joe Biden del ritiro dall’Afghanistan. Impossibile non pensare ad un confronto, ad un’ analogia di immagi e di scene tra il disordine tortuoso all’aeroporto di Kabul di questi ultimi giorni e la fuga dei diplomatici del 1975. La promessa dell’amministrazione statunitense è stata infranta. E’ successo di nuovo, gli ambasciatori si arrampicano sugli elicotteri e si perdono nella confusione convulsa tra i civili in fuga.

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E’ “ il riflesso della storia di vent’anni di guerra segnati dalla disconnessione tra la diplomazia americana e la realtà sul terreno” scrive il Times.  La solita discrasia tra il dire il fare, l’idea e l’agire che tanto inficia la nostra società, la politica e che emerge solo a fatti accaduti, spesso irreparabili.

Afghanistan, Biden e le conseguenze della sua ostinazione

Oggi la responsabilità ricade sul presidente Joe Biden, che rischia di restare azzoppato per il resto del suo mandato da una decisione ostinata ed azzardata.  Il Pentagono lo aveva avvertito che era necessario mantenere sul terreno un contingente anti-terrorismo. Biden aveva rifiutò mettendosi contro anche l’opinione degli alleati della Nato presenti sul terreno, inglesi e italiani tra tutti.

“Sono il quarto presidente che gestisce la presenza di truppe americane in Afghanistan, due repubblicani e due democratici. Non lascerò questa guerra a un quinto presidente”.

Il presidente statunitense sosteneva che la presa  del potere da parte dei Talebani non era inevitabile. Dichiarò infatti, che  l’esercito afghano avesse 300mila uomini ben equipaggiati “altrettanto ben equipaggiati che ogni altro esercito nel mondo”  e che disponesse di una forza aerea contro qualcosa come 75mila talebani.  Parole che pesano alla luce di quanto si sa oggi.  I veri numeri sono ben distanti.  Le forze armate afghane erano composte da circa un sesto di quei 300mila uomini dichiarati. Alle diserzioni di massa vanno aggiunti i cosiddetti “soldati fantasmi“, ovvero combattenti inesistenti dichiarati dalla contabilità dei comandanti che ne traevano guadagno.  La forza aerea non è stata più in grado di funzionare perché dipendeva soprattutto dai “contractorsamericani, che nel frattempo avevano cominciato a lasciare il Paese.

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Gli Afghanistan Papers

La corruzione e l’infedeltà dei governatori locali al governo centrale segnano un quadro devastante dell’inefficienza – non solo delle forze armate – ma di tutta l’operazione di ricostruzione mandata avanti da decenni dagli USA.  Le rivelazioni appaiono negli “Afghanistan Papers”, rivelati dal Washington Post che testimoniano la reale gestione della guerra e della cosiddetta “ricostruzione” dell’Afghanistan.

Le conseguenze del passato da Bush a Biden in Afghanistan

Il presente però. è irrimediabilmente influenzato dal passato, che si tende sempre di più ad ignorare, ma  è il luogo dove giacciono le reali risposte per il qui ed ora.  Se i fotogrammi che ci appaiono oggi ricordano ieri, ed i fatti sono il riflesso di ben vent’anni di storia bisogna analizzare la vera complessità delle cause, che di certo non possono riscontrarsi solo nell’attuale e nella sola attribuzione di colpe.

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La responsabilità degli errori in Afghanistan, risale infatti anche ai predecessori di Biden. In primis, bisogna considerare George W. Bush, che dopo aver iniziato la Guerra al terrorismo , un conflitto palesemente ideologico e mediatico di cui si conoscono ormai le conseguenze, ha focalizzato l’attenzione sull’Iraq senza aver prima consolidato l’Afghanistan. In entrambi i casi, senza minimamente considerare le scissioni culturali e sociali dei paesi. Poi Barack Obama, che dopo aver annunciato l’intenzione di ritirare le truppe americane ne ha di fatto aumentato gli effettivi.  Decisione che ha ricevuto l’opposizione del suo vice Biden, già allora convinto che era una guerra persa.  Infine,  Donald Trump, che nel 2020 ha firmato un accordo di pace con i talebani per un ritiro completo entro maggio di quest’anno. Accordo che forse ha lasciato i talebani nella migliore posizione dal punto di vista militare dal 2001 in poi.

Tra democrazia e colonialismo: L’era post-americana

Come il fantasma di Teheran 1979 rischierebbe di aggirarsi nella Casa Bianca, se ci fosse una presa di ostaggi statunitensi o occidentali, risuonerebbero altri echi dal passato ben più antichi. Il primo a creare riverberò sarebbe la parola Democrazia.  Un mantra nella retorica statunitense, che compie tutto in nome della “libertà” e della democrazia,  ma che nei fatti – in quella discrasia tra diplomazia e realtà – non si è mai verificata.  Anche la Guerra al terrorismo di Bush era una missione di libertà e civilizzazione contro i cattivi.  Bastarono le parole giuste al momento giusto, ed una motivazione del tutto falsa a  causare decine di migliaia di morti tra i civili.

Alla fine sembra essere ogni volta quello il punto, la “civilizzazione”. Giustificazione che ha sempre motivato l’Occidente nel colonialismo. Nel 1492 con la scoperta di quei territori che saranno gli USA era la religione, da diversi decenni per gli stessi USA è la democrazia.  Forse ha detto bene Gideon Rachman: la fine di Kabul è l’inizio del “mondo post-americano”.

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