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Premio Strega: la recensione di Due Vite di Emanuele Trevi

La recensione di Due Vite, il romanzo di Emanuele Trevi candidato al Premio Strega

Due Vite è il romanzo di Emanuele Trevi candidato al Premio Strega 2021, proposto dal regista e sceneggiatore Francesco Piccolo, e di cui MAM-e propone una recensione.

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Emanuele Trevi, scrittore

Emanuele Trevi è un critico letterario e scrittore italiano di Roma. Ha debuttato nella narrativa nel 2003 con il romanzo I cani del nulla per Einaudi. Con l’opera Senza verso. Un’estate a Roma (Laterza, 2004), libro reportage sul poeta Pietro Tripodo, ha vinto il Premio Sandro Onofrio. Tra le altre sue opere apprezzate dalla critica ci sono: Il libro della gioia perpetua (Rizzoli, 2010), Il popolo di legno (Einaudi, 2015) e Sogni e favole (Ponte delle Grazie, 2019). Nel 2020 è uscito con Due Vite, un romanzo che si colloca a metà tra la biografia e il racconto esistenziale. Raccontando infatti delle vite dei due suoi amici più cari, Rocco Carbone e Pia Pera, Trevi ripercorre anche la sua vita.

Emanuele Trevi, Due Vite – la trama del libro

Due Vite è la storia di tre amici, Emanuele Trevi, Rocco Carbone e Pia Pera, e di quell’amicizia che può legare le persone solo quando “Eros, quell’ozioso infame, non ci mette lo zampino”. Rocco e Pia sono stati due scrittori, poco riconosciuti, venuti a mancare prematuramente. Il primo in un incidente, la seconda dopo una lunga malattia. In questo libro Trevi ricorda la nascita della loro amicizia nella Parigi del lontano 1995 e ripercorre i momenti passati assieme, le loro avventure, le sconfitte e i successi nella vita e nel lavoro. Il racconto diventa così un modo per esorcizzare la morte e allontanare il dolore di averli perduti troppo presto, perché come scrive lui stesso  “la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti”.

La recensione di Due Vite di Emanuele Trevi

“Più ti avvicini ad un individuo, più assomiglia a un quadro impressionista, o a un muro scorticato dal tempo e dalle intemperie: diventa insomma un coagulo di macchie insensate, di grumi, di tracce indecifrabili. Ti allontani, viceversa, e quello stesso individuo comincia ad assomigliare troppo agli altri. L’unica cosa importante in questo tipo di ritratti scritti è cercare la distanza giusta, che è lo stile dell’unicità”.

Due Vite, Emanuele Trevi

Nel ritrarre i personaggi di Rocco e Pia, Trevi ci porta “dentro un tempo e un luogo che non pensavamo ci riguardasse così tanto”, come scrive Francesco Piccolo, che ha proposto Due Vite al Premio Strega. Infatti, pur raccontando di persone che non conosciamo, di momenti che non abbiamo vissuto, lo scrittore ci fa essere parte della loro storia. E così facendo la rende universale. Il libro, che parte con l’essere una biografia doppia di Rocco e Pia, si trasforma in un modo per lo scrittore di riconoscersi e ritrovarsi. E la bravura di Emanuele Trevi è quella di non far sentire il lettore un osservatore esterno ed invadente, ma di coinvolgerlo nelle sue riflessioni.

Quello che colpisce in Due Vite è l’estrema umanità con cui Emanuele Trevi descrive i personaggi. Non c’è l’intenzione di edulcorare la verità, di descrivere Rocco e Pia migliori di come fossero in realtà, ma viene riportato tutto, pregi e difetti. Traspare con forza però, da ogni singola parola scelta dallo scrittore, l’amore profondo e sincero che provava verso queste due persone. E penso sia questa, oltre alla notevole capacità di scrittura, la caratteristica che leghi di più il lettore al romanzo Due Vite.

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