LA JUTA DI IBRAHIM MAHAMA INVADE PORTA VENEZIA

LA JUTA DI IBRAHIM MAHAMA INVADE PORTA VENEZIA

Il giovane artista ghanese Ibrahim Mahama impacchetta i caselli di Porta Venezia con i suoi arazzi cuciti dai migranti.

Da martedì 2 a domenica 14 aprile 2019, la Fondazione Nicola Trussardi presenta A Friend, un’imponente installazione concepita appositamente per i due caselli daziari di Porta Venezia  – a Milano – dall’artista ghanese Ibrahim Mahama. L’opera è realizzata in occasione dell’Art Week milanese e rimarrà visibile anche per l’intera durata della Design Week. 


Ibrahim Mahama, Silence between the lines, Ahenema Kokoben, Kumasi, 2015 Kumasi, Ghana, installation view. Courtesy the artist

L’artista

Mohammed Ibrahim Mahama è un giovane artista ghanese, poco più di 30 anni, nato a Tamale, capoluogo di regione a nord del Ghana. Qui vive, lavora e progetta il suo futuro, a differenza di molti colleghi africani che scelgono l’Europa o gli Usa per emergere. Alto, magro ed elegante, ha un tono gentile che non maschera la sua ambizione.

Nel 2012 si affaccia alla scena internazionale quando visita Documenta 13 a Kassel, curata da Carolyn Christov-Bakargiev. «Ha cambiato la mia visione dell’opera e ha radicalizzato il mio pensiero», dice. Dopo una collettiva alla Saatchi Gallery a Londra, una partecipazione alla Biennale di Venezia con un’installazione a scala ambientale e altre varie esposizioni in tutto il mondo, oggi sbarca a Milano. Con questo suo nuovo progetto per la Fondazione Nicola Trussardi.


Ibrahim Mahama – Portrait

La sua arte

La scala delle sue installazioni-arazzo è quella epica della land art, alla Christo per intenderci. Il materiale al centro della sua opera è un vecchio sacco di juta cucito a patchwork. Potente come una tela di Alberto Burri, è intriso di storie come un vecchio libro.

Ibrahim Mahama utilizza la trasformazione dei materiali per esplorare i temi della migrazione, della globalizzazione e dello scambio economico. Spesso realizzati in collaborazione con altri, le sue installazioni su larga scala impiegano materiali raccolti da ambienti urbani. Come resti di legno, o sacchi di iuta che vengono cuciti insieme e drappeggiati su strutture architettoniche. 

L’interesse di Mahama per materiale, processo e pubblico lo ha portato a concentrarsi sui sacchi di juta, sinonimi dei mercati del Ghana in cui vive e lavora. 

Fabbricati in Asia sud-orientale, i sacchi vengono importati dai Ghana Cocoa Boards per trasportare i semi di cacao e alla fine diventano oggetti multifunzionali, utilizzati per il trasporto di cibo, carbone e altri prodotti. “Si possono trovare diversi punti di estetica sotto la superficie del tessuto dei sacchi”, ha detto Mahama. “Sono interessato a come la crisi e il fallimento sono assorbiti in questo materiale con un forte riferimento alle transazioni globali e al funzionamento delle strutture capitalistiche.”

Ibrahim Mahama – I caselli di Porta Venezia

I sacchi di juta

Strappati, rattoppati e marcati con vari segni e coordinate, i sacchi con le loro drammatiche ricuciture raffazzonate diventano garze che tamponano le ferite della storia. Simbolo di conflitti e drammi che da secoli si consumano all’ombra dell’economia globale.

I sacchi di Mahama racchiudono allo stesso tempo un significato più nascosto che riguarda la forza lavoro che si cela dietro la circolazione internazionale delle merci.

Il sacco di juta, spiega l’artista, “racconta delle mani che l’hanno sollevato, come dei prodotti che ha portato con sé, tra porti, magazzini, mercati e città. Le condizioni delle persone vi restano imprigionate. E lo stesso accade ai luoghi che attraversa”. Per assemblare i sacchi, spesso Mahama collabora con decine di migranti provenienti da zone urbane e rurali in cerca di lavoro, senza documenti né diritti, vittime di un’esistenza nomade e incerta che ricorda le condizioni subite dagli oggetti utilizzati nelle proprie opere.


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Bruna Meloni
Articoli dell'Autore / Bruna Meloni

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