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Arte,  Interviste

La conservazione dell’Arte Contemporanea con Tiziana Caianiello

La conservazione dell’Arte Contemporanea: una problematica tutta odierna ma ancora poco conosciuta. L’intervista a Tiziana Caianiello

Tiziana Caianiello, studiosa e curatrice in Germania, ci parla dell’importanza della conservazione anche per l’Arte Contemporanea. Noi di MAM-e.it abbiamo avuto la fortuna di poter intervistare un’esperta del settore che ci ha parlato di questo interessante argomento. Si è soliti parlare di conservazione dell’Arte Antica e di restauro, ma quasi mai si affrontano le problematiche della conservazione dell’Arte Contemporanea. Ecco cosa abbiamo scoperto grazie a Tiziana Caianiello.

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“More Sky”, Otto Piene

Si parla sempre, e quasi esclusivamente, di conservazione di opere di Arte Antica, mentre pochissimo si sa sulla conservazione dell’Arte Moderna e Contemporanea, come se il problema non esistesse. Come invece lei si è avvicinata a questo tema? E quanto è fondamentale iniziare a parlarne il prima possibile?

T: Anche io ho cominciato ad interessarmi di conservazioni in relazione alle arti del passato mentre studiavo Storia dell’Arte all’Università Federico II di Napoli. Durante la Specializzazione, grazie alla mia professoressa di Arte Contemporanea, Maria Antonietta Picone, mi sono accostata alle problematiche della conservazione dell’Arte Contemporanea. L’argomento mi ha subito entusiasmato e ho deciso di scrivere la mia tesi specialistica confrontando i metodi di conservazione dell’arte cinetica applicati in Germania con quelli in Italia. In Germania hanno affrontato il problema prima che in Italia, perciò il confronto delle metodologie di intervento mi sembrava particolarmente promettente.

Per me è molto importante parlare di conservazione dell’Arte Contemporanea. Se non sviluppiamo una consapevolezza del valore di queste opere e del ruolo dei loro materiali, rischiamo in futuro di dover recuperare le informazioni in maniera molto laboriosa ed incompleta. Ora, per esempio, abbiamo ancora la possibilità di vedere come funzionano i mezzi analogici e confrontarli con quelli digitali. In futuro, se non avremo documentato l’effetto dei dispositivi analogici, non avremo punti di riferimento per il restauro delle opere che si avvalgono di questi mezzi.

Tenendo conto di questa consapevolezza, nel momento in cui si deve realizzare l’allestimento di una mostra di arte contemporanea, cosa si predilige? Il “messaggio dell’artista” o il manufatto da lui creato? Come poter bilanciare come l’opera è stata fatta con l’opera preservata, avendo l’intento di farla vedere in futuro il più simile all’originale?

T: Ogni soluzione presa prediligerà un aspetto piuttosto che un altro ed implicherà una perdita. Bisogna però capire cosa si intende per ‘messaggio dell’artista’. In passato ci si è basati molto sulle interviste agli artisti per capire la loro volontà e il loro pensiero, ma bisogna stare attenti perché l’intenzione dell’artista cambia nel tempo, non è fissa. È preferibile orientarsi all’intenzione espressa dall’opera d’arte stessa, dal materiale utilizzato. L’opera è legata al tempo in cui viene realizzata.

Come diceva Cesare Brandi, in relazione alle opere del passato, si restaura la materia dell’opera. Le opere contemporanee sono diverse da quelle antiche, ma in un certo senso questo principio è ancora valido. Persino una performance ha una sua materialità: il corpo del performer, i requisiti che utilizza, eccetera. L’opera può essere letta come una testimonianza del proprio tempo attraverso le tecnologie utilizzate e i materiali di cui fa uso. Nel momento in cui aggiorniamo tecnologie e materiali che non si possono più conservare, l’opera perde la connessione con il tempo in cui è stata creata, quindi perde di valore storico. In compenso un aggiornamento delle tecnologie o una sostituzione dei materiali in alcuni casi si consente di prolungare la vita di un’opera. Si tratta sempre di bilanciare istanze diverse.

Un altro problema è anche che la tecnologia diventa obsoleta. Vale la pena usare una nuova tecnologia o a questo punto l’opera non ha più senso, in quanto, in vista di esposizioni future, smetterà di esistere il materiale di cui è fatta?

T: Certamente vale la pena prendere in considerazione l’uso di una nuova tecnologia. Le strategie di conservazione devono essere pensate per una lunga scadenza. Però, anche se il passaggio al digitale è inevitabile, ora è ancora possibile trovare apparecchi tecnologici funzionanti. Questo ci consente di studiare l’effetto di un’opera che va eventualmente riprodotto con i mezzi digitali.

Una cosa che mi meraviglia sempre parlando con le persone più giovani è come siano cambiate le abitudini percettive. Io mi sono dovuta abituare alle immagini digitali, mentre alle nuove generazioni le immagini analogiche sembrano sfocate.

Nel momento in cui si allestisce una mostra, bisogna chiedersi se si vuole adattare l’opera alle abitudini percettive del pubblico o se si vuole cerca di trasmettere il tipo di estetica che l’opera aveva in origine. In ogni caso, nella conservazione della videoarte, il nostro obiettivo non può essere quello di tirare i video a lucido, perché anch’essi hanno una ‘patina’.

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“Il nuotatore (va troppo spesso a Heilderberg)”, Studio Azzurro

Viene però da chiedersi: ma se l’artista ha utilizzato determinate tecnologie utilizzate perché all’epoca erano le uniche disponibili, vale ora sostituirle con nuove tecnologie ai fini della conservazione?

T: I materiali e le tecniche a disposizione in un determinato momento storico influenzano indubbiamente il risultato di un’opera. In generale, ritengo sia importante non separare completamente di conservazione dell’arte contemporanea da quelli delle opere del passato.

Avendo in mano un dipinto da restaurare, siamo consapevoli del fatto che il supporto influenza l’immagine e quindi si sostituisce solo in casi estremi. Un dipinto su tavola non lo passiamo su tela solo perché l’artista medievale non aveva ancora tele a disposizione. Perché invece nel caso della videoarte, per esempio, ci sentiamo autorizzati a sostituire tutto senza pensarci due volte? Se cambiamo il supporto, la tecnologia usata, cambiamo anche le caratteristiche dell’immagine dell’opera. Da una parte quindi dobbiamo tenere queste opere vive, dall’altra però dovremmo rimandare il più possibile il passaggio di tecnologia, mantenendo dei punti di riferimento che ci consentono di verificare com’era l’immagine e come viene trasmessa con le nuove tecnologie.

Com’è la situazione in Germania per la fruizione dell’arte in Germania e con le riaperture dei musei?

T: Non si può parlare di Germania in generale perché ogni Land segue le sue regole a seconda anche del numero di contagi. Io ora mi trovo a Colonia nel Renania Settentrionale-Vestfalia e tutti i musei sono chiusi. A marzo avevano aperto solo per poco tempo permettendo gli ingressi solo prenotando la visita e facendo un tampone. Poi hanno di nuovo chiuso tutto.

Nonostante mi renda conto dell’emergenza sanitaria, critico il governo tedesco per come ha comunicato la chiusura delle attività culturali, senza esprimere grosso rammarico. In questo modo, si è data agli operatori culturali, agli artisti e a tutti gli altri lavoratori del settore l’impressione di non essere importanti, e questa è una cosa gravissima. Sospendere le attività culturali come se fossero semplici attività ricreative, ha dimostrato lo scarso riconoscimento dei politici per il valore della cultura in una società democratica. Il settore culturale non è solo un settore rilevante a livello economico e che dà lavoro, ma contribuisce anche alla produzione di valori ideali che forniscono orientamento all’individuo e alla società.

Chi è Tiziana Caianiello?

Tiziana Caianiello ha svolto studi umanistici incentrati sulla storia dell’arte presso l’Università “Federico II” di Napoli. Ha poi conseguito un dottorato all’Università di Colonia intitolato “The Lichtraum (Hommage à Fontana) e la Creamcheese im Kunst Palast: Per la musealizzazione della scena artistica di Düsseldorf degli anni ’60” (Bielefeld 2005). Attualmente lavora come collaboratrice scientifica della ZERO Foundation di Düsseldorf.

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