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Arte

L’ intervista a Ugo La Pietra

Dopo aver visto la sua mostra alla Triennale abbiamo chiesto a Ugo La Pietra di incontrarci per parlare della sua lunga ed eterogenea carriera.
Ecco l’intervista.

Molto evidente in mostra la compresenza di diverse abilità nella stessa figura: ceramista, artista, architetto, designer. Come è stato possibile avere una formazione così poliedrica?

Sin dalla mia tesi di laurea ho cercato la sinestesia delle arti: ciò che è aguzzo al tatto è acuto all’udito. Ma per ottenere questo effetto devi unire le arti, creare un travaso di conoscenze. Sono sempre stato un ricercatore, e mentre ricercavo ho avuto bisogno di affinare alcune competenze.

La direttrice del Triennale Design Museum, Triennale Silvana Annicchiarico parlando di lei, Ugo La Pietra, ha parlato di “genius loci”. Si sente di rappresentare il Made in Italy?

Preferisco parlare di territorialità, di design territoriale. Il Parmigiano non è Made in Italy ma “Reggiano”. Purtroppo il Made in Italy non ha più il significato originale, sembra la cosa opposta. Chi si vanta di essere Made in Italy poi magari produce in Cina.

Una delle opere più curiose e inaspettate in mostra è il progetto della discoteca. Come nacque?

Era un periodo storico molto diverso, anche dal punto di vista politico. In quel progetto il negozio che avevo progettato di notte diventava discoteca e i due convivevano di giorno e di notte. C’era un travaso di usi. Il progetto riflette gli anni Sessanta: la moda stava cambiando e anche i gusti. C’era il fascino per i nuovi materiali, la plastica e le nuove tecnologie.

Una delle opere più emozionanti è la ricerca sociologica “Il desiderio dell’oggetto” che mostra come l’Italia sia cambiata negli ultimi decenni. Cosa abbiamo perso di quel periodo e cosa è migliorato?


Negli anni Cinquanta e Sessanta le persone avevano dei riferimenti diversi. Chi viveva vent’anni nelle miniere non sapeva bene cosa desiderare per casa sua. Chi viveva in un’industria aveva come sogno quello che vedeva nell’ufficio del suo capo. E via dicendo. Ora anche le persone che vivono nei luoghi più remoti hanno accesso a una varietà di immagini e modelli, veicolati dalla comunicazione e dallo spettacolo che generano le esigenze più disparate.

Da “designer situazionista” viveva attivamente la città. Si può fare ancora qualcosa per cambiare le città?
Assolutamente sì, perché non si sta facendo niente per la città. Gli architetti costruiscono i grattacieli, i designer oggetti più o meno belli per le nostre case, ma nessuno pensa a come rendere abitabile, e vivibile, la città.
Durante il Salone del Mobile la città di Milano si riempie di oggetti ma finita quella settimana torna quella di prima. La stessa non ha coerenza dal punto di vista del decoro urbano, non esistono due dissuasori mobili che siano uguali e nessuno ha mai pensato di progettare un’illuminazione coordinata in tutta la città. É come dire: “ho una casa ma non c’è l’allacciamento del gas e l’elettricità va e viene”.

Come mai Milano?Ugo La Pietra
Anche se non è una città facile io ho trovato il mio modo per viverla. Non sono mai riuscito a intervenire per cambiarla ma ho sempre adattato il mio modo di vivere a quello che c’era.
É come quando si vive a casa dei genitori. La casa non l’abbiamo arredata noi, ma gli oggetti con il tempo diventano nostri e ce ne impossessiamo senza averli scelti perché li carichiamo di esperienze e di vissuto. Così con gli anni ti trovi ad amare quel luogo.

Quali sono i suoi luoghi in città?
Tutta l’area intorno a Brera. Via Solferino e Corso Garibaldi, dove ho avuto casa e studio, sono aree in cui ho molti ricordi, anche di battaglie culturali. Per tanti anni ho diretto il Centro Internazionale di Brera facendo molte mostre in Largo Fomentini e nella Chiesa di San Carpoforo. Poi lì vicino c’è il Club 2 che è un locale dove io ho suonato per vent’anni. Negli anni Sessanta frequentavo il Giamaica. C’è anche il mio studio di 15 anni sul progetto della Grande Brera e del giardino botanico di Milano.
Però anche le periferie di Milano, quelle devastate, quelle ancora incolte e dove ci puoi immaginare delle cose che non ci sono, anche quelle sono zone che amo molto perché legate alla mia ricerca sugli orti urbani. Le manifestazioni marginali e marginate sono sempre state quelle che mi hanno affascinato di più.

 

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