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Il Fieno, una storia segreta di Ponza: settima parte, di Antonio De Luca

Una storia segreta di Ponza: il Fieno

“Il Fieno: una storia segreta di Ponza” è il libro pubblicato su Mam-e.it di Antonio De Luca poeta e scrittore di Ponza.

Il Fieno, una storia segreta di Ponza: settima parte, di Antonio De Luca

Il Fieno, a Ponza, un’isola nell’isola: tra Mito e letteratura

Alla fine della sua vita banchettava con i pettirossi e urlava la gioia dell’alba agli amici contadini. Quell’alba dell’apparire del sole, del dio-sole, da cui ogni vita e forma avviene, così come cantò il poeta Lucrezio nel De Rerum Natura. Continuando la discesa sul sentiero di ponente, che guarda la baia di Capo Bianco e l’isoletta di Palmarola, viaggiatore, incontrerai le cantine nel tufo bianco che si susseguono fino al mare. In primavera sentirai il profumo delle fresie tra i muri a secco, fresie che sono lì da tempi immemorabili. In inverno saranno i violenti venti da mezzogiorno a riempire la faccia di sale e la bocca di vento.

Viaggiatore non temere il tempo avverso

Il profumo del mosto, che nelle cantine per tutto l’autunno persiste, sarà per te fonte di immaginifici pensieri. Forse un dio ti ha concesso questa benevolenza, come diceva Virgilio. A metà vallata troverai le altre cantine e allora anche il sign. Liberato Mazzella, ormai ottantenne, uno degli ultimi contadini. Se lo incontrerai ti potrà illustrare dall’alto i vigneti, ti offrirà il suo vino e ti racconterà di quei contadini del Fieno che non ci sono più.

Dal suo belvedere vedrai ancora resistere i secolari pampini della Biancolella abbarbicati ai legnami che li sorreggono. Queste vigne sono state portate da Ischia nel Settecento, quindi coltivate e riprodotte nei secoli, al punto da diventare protagoniste assolute del paesaggio.

Ad agosto vedrai il colore oro degli acini al sole di Mezzogiorno. All’alba l’odore delle foglie della vigna, del fico e dagli orti il pomodoro. Fu l’albero del fico a salvare Ulisse da Scilla e Cariddi. E’ il fico che risveglia l’intelligenza, come racconta Platone.

O quid solutis est beatius curis, cum mens onus reponit ac peregrino labore fessi venimus larem ad nostrum desideratoque aqcuiescemus lecto… c​ osa c’è di piu bello che dopo le fatiche ritornare al proprio desiderato giaciglio e stendersi sul proprio letto: così cantò Orazio Flacco, il poeta latino.

Sotto gli antichi lecci e pinastri della macchia mediterranea dalle alte e fresche fronde potrai riposarti e godere della serenità che l’anima e il corpo ti chiedono. Nel mistico silenzio, sentirai il fruscio di qualche merlo e le argentee foglie delle fronde muoversi alla brezza di primavera. Ascolterai il tuo battere del cuore e il tuo respiro. Il dolce apparire, tra le morte foglie, la lucertola e il fringuello. Sosta, viaggiatore, sotto queste fronde, come i contadini e i poeti sostavano all’ombra della quiete tra i sacri ulivi nell’antica Grecia o nella Roma augustea e adrianea.

Nell’ora della controra ascolterai l’usignolo e il pettirosso che danno il tempo al tuo cammino. Il mistero che avvolge i tuoi passi, la direzione del tuo andare inconsapevole. Se incontrerai qualcuno alla ​Jangada de Pedra, ​La zattera di pietra, il mio rifugio-marino che volge a libeccio e guarda il Faro della Guardia, con l’orizzonte marino rivolto verso la Tunisia e l’Algeria, vagli incontro. Sarai il benvenuto tra i vigneti del rosso Utopia, di Musa il bianco e di Bohème, il rosè, che inonda di salino il tuo palato, il tuo corpo.

Il rifugio la ​Jangada de Pedra ​lo costruii negli anni universitari. E subito divenne qualcosa che mai finirà di essere terminato. E’ come una nave, sempre in movimento. Coinvolsi un ristretto gruppo di amici con i quali fondammo una specie di Comune, tra anarchia ed Epicuro. Fu costruito con materiali di risulta sopra una vecchia garitta dell’epoca fascista tra i vecchi vigneti semiabbandonati. Il nome portoghese è da un libro di José Saramago, l’equivalente italiano è la zattera di pietra.

Questi vini non sono in vendita: sarai fortunato a bere un bicchiere se convinci il poeta o il vignaiolo Enzo Raso, presentandoti come artista o vagabondo. Allora sarai ospite desiderato, in un mondo di magie, misteri e racconti. Potrai bere e sederti a tavola con loro, raccontando la tua storia. Al Fieno ora potrai comprare solo il vino delle Antiche Cantine Migliaccio. Emanuele Vittorio e Luciana Sabino producono il Biancolella: la loro avventura in queste difficili terre ha sinora portato il vino del Fieno dai paesi scandinavi fino all’America e al Canada. Viaggiatore riprenderai il cammino e arriverai alla casa-grotta di colui che parlava alla vigna e dava da mangiare ai pettirossi. Giustino Mazzella amava la terra che arava a mano e la vigna, a lui sacra.

Come un capo indiano che protegge il suo popolo fino alla morte, così Giustino ha protetto e curato la sua terra, la sua amata vigna, fino agli ultimi giorni. La proteggeva dalla modernità imperante e volgare, dalla violenza dei venti e dallo scorrere inesorabile del tempo. Aveva un diario, segreto, ereditato dal padre, dove ogni anno annotava i giorni della vendemmia, il tempo e le quantità. Giustino è stato un cacciatore, finchè è arrivato a ripugnare anche il solo rumore dello sparo di un fucile; allora tutti i giorni, alla stessa ora, gli uccelli animavano il cortile fuori la cantina, dove Giustino portava loro molliche di pane e semi vari. E’ stato, io credo, il vignaiolo più vicino agli dei: inconsapevole, la sua religiosità era di puro e alto paganesimo. Il suo vino dolce arrivava dall’antica Grecia: dal colore dell’ambra il bianco, dal colore della pece il rosso.

Giustino da vero simposiarca, durante le merende del giorno dava il tempo e la parola. Le merende erano riti. Alle 9.30 i contadini si chiamavano e si ritrovavano in una delle cantine, dove si mangiava ciò che le mogli avevano preparato la sera precedente. Una volta sulla tavola i cibi si dividevano. Ma spesso si cucinava anche, poiché tutti erano bravi a preparare le antiche ricette. Nella cantina sopra il mare, rivolta verso Chiaia di Luna, Giustino Mazzella pigiava l’uva, conservava il vino nelle antiche botti e accoglieva gli amici contadini che al Fieno condividevano la vita tutta.

Anche Silverio Mazzella è stato uomo di grande sapienza contadina. Altruista e magnanimo, aveva una grande preparazione storica pur non avendo terminato le scuole. Era un comunista vero; aveva fatto la guerra, durante la quale era stato prigioniero in Jugoslavia. Raccontava di essersi salvato nascondendosi tra i cadaveri ammassati. Durante la stagione estiva, quando il lavoro lo permetteva, alcuni di loro andavano a pescare, poi tutti insieme si preparavano pranzi ricchi di cibo e di vino.

Al fresco della sua cantina o fuori alla loggia sempre luccicante di calce bianca hanno vissuto in allegria Silverio Coppa, Adalgiso Coppa, Ninotto Mazzella, Gioì Albano, Ciccillo D’Arco, Biagio Coppa, Luigi Mazzella e l’allora me giovanissimo, studente liceale al Collegio Barnabita di Napoli. Pasquale Mazzella è stato personaggio straordinario: grande lavoratore, dalla stazza di uomo vichingo e dalla forza straripante, produceva un grande vino bianco ambrato.

Un contadino è uomo esemplare, di grande virtù

Anche Aldo Michelotti da Trento, uno dei pochi superstiti al disastro di Marcinelle, è venuto al Fieno per coltivare la vigna del suocero Angelo Migliaccio. Aldo, persona buona e di grande compagnia si integrò al Fieno. Divenne uno di noi. In quegli anni, in quei Simposi, questi ultimi contadini del Fieno mi trasmettevano l’eredità della loro sapienza contadina, la passione per una natura ancora selvaggia, il loro amore per la vigna. Questi uomini sono stati, inconsapevolmente, gli ultimi testimoni di quella cultura contadina arcaica già descritta da Esiodo, Platone, Virgilio. Ricordati di Aristofane, viaggiatore, quando ti racconta che devi bagnare la mente di vino per dire qualcosa di intelligente, o di Ovidio, che col vino prepara i cuori all’amore.

Al Fieno sempre qualcuno ti offrirà del vino. Camminando viaggiatore raggiungerai tra i nascosti sentieri della macchia mediterranea la Punta Fieno. Qui nelle stagioni invernali i venti soffiano forti da Mezzogiorno e da Ponente, perciò la vegetazione cresce bassa e rada. Potrai allora assistere alle forti onde che rompono sulle scogliere oppure osservare la calma quiete primaverile ed estiva della risacca.

Tra gli scogli e le alghe noterai il proliferare di granchi e patelle o qualche lumaca marina arrampicarsi all’ombra della marea. La scogliera grigia di trachite basaltica ti ricorderà Pablo Neruda, i suoi scogli del Cile, la casa del poeta. Gli scogli che porterà con sé nel suo esilio, nel suo continuo peregrinare. Non di rado nella primavera, tra questi scogli nerudiani potrai vedere qualche seppia, murena o polpo alla ricerca di cibo. Oppure camminando tra i terrazzi, viaggiatore, vedrai arrivare le quaglie dall’Africa durante le stagioni di passo. Se sei fortunato nella baia di Chiaia di Luna potrai assistere al saltare di delfini, alla ricerca di totani e calamari.

Nel febbraio del 2008 una coppia di balene ha sostato a lungo tra la punta Fieno e il faro della Guardia. Saltavano. Giunte forse anch’esse per ammirare tanta bellezza e godere di questo silenzio. Viaggiatore, finalmente ti volterai indietro: ti trovi al centro di un palcoscenico, sei a Punta Fieno. Ogni cosa ti circonda come gli spalti di un teatro greco e tu sei l’attore unico della tua vita mediterranea. Qui nel Mito del Mare Nostrum, qui dove son passati neandertaliani fenici greci romani, pirati e imperatori, cortigiani ed esuli, uomini di ogni religione e di ogni arte ed infine l’uomo della modernità, il più pericoloso, che tutto può distruggere.

Ma tu, viaggiatore, sii sentinella e custode di tanta memoria, di tanta bellezza, ovunque tu sia nel mondo. Riprendi ora con la dovuta lentezza il tuo Nostos. Siediti su queste pietre, che il vento e il mare nel tempo hanno modellato, e ascolta ogni cosa, abdica a te stesso. E’ in te la barca per tornare a casa. Sei tu qui il poeta, l’uomo fatto di parole, ora di essenze e di passato, l’uomo a cui la storia ha concesso di godere di tanta bellezza e mistero. E nell’ora dei vespri, mentre ritornerai su per la salita che ti riporta in paese, sentirai la campana della chiesa con la rossa cupola borbonica, simile al Pantheon adrianeo.

E’questa viaggiatore, la tua Ora di Barga, ​il suon dell’ora, il ritorno al cantuccio nella tua anima dopo tanto vissuto, ​la voce che persuade.​ Ritornerai alla tua dimora con le voci pascoliane. E’ l’imbrunire: ​la via lattea s’esala nel cielo, per la tremola serenità. Ora non dimenticherai più il tuo inatteso viaggio in questo non-luogo. Portalo con te come il più bello dei segreti da custodire. Condividilo con quelli che sono come te, viaggiatore, con gli uomini che di queste rive mediterranee hanno fatto la loro vera patria. La vera patria esiste là dove vivono uomini che si assomigliano.

Una patria è una terra di valori umani e di culture condivise, di sentimenti e di emozioni, di lavoro, di gioie e dolori, di amori e passioni. Questa patria ha una sola madre: la madre mediterranea. Queste braccia fatte di terra e di mare, di dei e di uomini, di desideri essenziali, di donne e bambini, da Genova ad Odessa, da Marsiglia a Istanbul, sono l’abbraccio di un solo popolo, di un solo identico essere umano: e quello sei tu viaggiatore. Fai vanto di conoscere il significato ultimo delle cose, il senso e la bellezza dell’esistenza.

Hai camminato in un non-luogo, hai conosciuto i suoi misteri e l’incanto, hai immaginato ogni oltre, ora hai aperto ogni campo del possibile. Il Fieno, questa terra, ti ha fatto conoscere un’utopia. Ti ha tolto la maschera della civiltà per farti riscoprire più libero.

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