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Il Fieno, una storia segreta di Ponza: seconda parte, di Giuliano Massari

Una storia segreta di Ponza: il Fieno

“Il Fieno: una storia segreta di Ponza” è il libro pubblicato su Mam-e.it di Giuliano Massari architetto originario di Roma che dagli anni 50 frequenta l’isola di Ponza.

Il Fieno, una storia segreta di Ponza: seconda parte, di Giuliano Massari

Noi intellettuali tendiamo a identificare la “cultura” con Ia nostra cultura: quindi la morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: che non usiamo la parola in senso scientifico; che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.

(Pier Paolo Pasolini,1974).

1 – La seconda metà del 1900

A partire dagli anni ’60 dello scorso secolo, si formò a Ponza una nuova economia, cominciò ad arrivare dalla terraferma il turismo. Prima “discreto e silenzioso”, poi sempre più “rumoroso”, aggressivo e avido di spazio. La faceva da padrone, ma aveva il consenso tacito di molti indigeni: Il confronto che poteva essere alla portata, la possibilità di proventi meno faticosi di quelli derivanti dalla attività su una terra strappata alla “montagna”, la vincente concorrenza dei prodotti agricoli venuti dalla terraferma… aveva provocato nei giovani il rifiuto del bidente…e il graduale straziante disincanto dei vecchi che venivano avvertendo…la vanità delle loro fatiche” (p.8). Ad essi venivano richiesti lavori stagionali meno faticosi e meglio remunerati e che permetteva loro nel restante lungo periodo dell’anno, in attesa della nuova “stagione”, di tornare alle antiche fatiche ma con ridotto interesse, scarso impegno e minore professionalità.
Qualche contadino del Fieno rispose a questo richiamo evitando la quotidiana fatica di scavalcare il monte, scendere la vallata e dopo una massacrante giornata di lavoro sotto qualunque cielo, fare a sera il percorso inverso. E così anche la zona del Fieno, come tutte le cose abbandonate o trascurate cambiò aspetto.

Vista dall’alto del crinale della Guardia Guarini, poteva sembrare una zona selvatica, col fascino dello stato naturale offerto dalla natura mediterranea. Ma scendendo si vedeva la vegetazione, ormai libera di ballare sulla fatica, succhiare dalla terra il sudore dei vecchi contadini e cercare spazio tra le pietre delle parracine che si menavano a terra assalite anche da sopra dalle radici dei vecchi impianti che premevano per farsi largo. Le numerose piante da frutto (pere, pesche, susine), quando ancora vive, erano inselvatichite e ridotte come vecchiarielle. Tuttavia capitava di raccogliere delle piccole pesche arrapicchiate e bacate da cui ricavare dei piccoli pezzi da immergere nel bicchiere di vino: una delizia. E chi provvedeva a questo incarico, ne conservava a lungo il profumo nelle mani. Ancora resisteva vicino al covino di Giustino Mazzella (cfr.I parte) un albero di susine nere (cosce ‘e monache). Lussurioso. Profumi e sapori oggi sconosciuti.

Le erbe assalirono le cantine, comparvero nei pavimenti e nelle pareti di roccia, le piante di ginestre (‘a janéste e ‘u ‘uastaccètte) aprirono fessure nelle volte e poi l’acqua fece il resto. Condizionata dal suo microclima, dalla presenza della salsedine contenuta dalla pioggia dei venti invernali lungo le pendici del monte Guardia, dove il lentisco (lentèsche) ed il mirto (murtella) strisciano al suolo per sopravvivere e dalla lunga insolazione estiva, si venne ricostituendo la macchia mediterranea con le essenze tipiche del Fieno: l’euforbia (cecauòcchie), l’erica (tric-trac), il fenucchie marine e la fenucchielle, il corbezzolo (‘a sorva pelosa), l’agave (cannafèule o zamprevìte), aglie e cepolla servateche, la paretàna e i rovi (i’ rustine).

2 – I vignaroli

Nella seconda metà del 1900, si erano venuti confermando soprattutto i nomi delle famiglie imparentate con gli eredi dei primi concessionari, quelli che aveva determinato il frazionamento della proprietà e che, nel tempo, preferirono o dovettero lasciare. I “nuovi” vignaroli erano diversi dalla generazione dei loro padri avendo vissuto le diverse esperienze di una diversa organizzazione della società. Alcuni di loro, che poi… caratterizzeranno questo periodo “fienile”, avevano fatto una scelta diversa: non dovevano obbedire alla necessità di coltivare quella terra ma, cosa del tutto nuova, la subivano. Subivano l’attrazione del posto e per questo continuavano ad esserne quotidiani frequentatori in ogni stagione ma soprattutto nella buona che consentiva agli amici di Ponza ed anche di fuori di arrivarvi più agevolmente via mare (p.27).

Rimasero coltivati quei terreni che appartenevano ai due che ancora campavano di quel lavoro e che decisero di continuare a lottare su quelle catene ma avevano terreni anche in altre zone meno faticose e beneficiavano di una pensione: Luigi Mazzella, ‘u niro, forse per il colorito bruciato dal sole e Silverio Coppa, ‘a Bufera, ed a quelli che, pur avendo un altro lavoro in paese forse più redditizio ma per certo meno faticoso, non volevano abbandonare il terreno e mantenere in vita la proprietà: Giustino Mazzella, arrivato dagli USA nel 1955, che vendeva la produzione nel suo locale con l’insegna THE BEST WINE IN TOWN, Silvio Mazzella detto Ninotto ma anche Mangiacarciòffule, prepensionato all’Ufficio del Registro (diretto da Gasparino Parisi un maestro del tocco o passatella). I due ultimi lavoravano alla vigna, ma non la terra per la quale si servivano di aiuti. Altri come Adalgiso Coppa, che aveva un incarico comunale alle acque, Giuseppe Albano, Gioì, assunto come ormeggiatore, Carminuccio Pagano detto ‘bboffacazone dal soprannome del suocero, motorista alla società elettrica SEP, Giulillo, Angelo Migliaccio, presidente della Coldiretti ponzese, Antonio Conte, impegnato nella attività commerciale del suocero andavano al Fieno quando era il tempo degli adempimenti essenziali per la vigna: fare la potarella, dare lo zolfo e il verderame, pulire dalle erbe i percorsi e poi preparare la cantina per la vendemmia.

Una telefonata di Giustino a Roma, era forse il 1970, comunicava a Giuliano Massari che avevano trovato al Fieno, in comodato d’uso gratuito, un terreno con annessa cantina.
In seguito anche Benito Costanzo ebbe con la stessa formula un terreno con la cantina detta Il falcone perché c’era un nido di falchi pellegrini. In totale negli ultimi trenta anni del secolo il Fieno era frequentato da una decina di persone alle quali si aggiungevano dei lavoratori saltuari, a cottimo o a giornata: Pasquale Mazzella, Pascale bum, così detto per un giovanile difetto di udito, Biagio Coppa ‘u cantoniere, Guido Scotti e Liberato Mazzella reduci dall’America e Gaetano Migliaccio ‘a jatta.

I nomignoli sono importanti perché sia la gente del posto che molti turisti abituali conoscono i personaggi soltanto in questo modo. Non era raro che si rivolgessero al signor Bufera, a Gioì o al signor Tammiciana. Più li frequentavo e più mi venivo convincendo che, se pur molto diversi l’uno dall’altro, avevano in comune la capacità di essere sempre padroni di se stessi nei loro giudizi pacati, con il rifiuto del modo villano, arrogante e strillato proprio grazie ad una innata sensibilità. La loro correttezza era reciprocità senza dazio, anche quando il vino li metteva alla prova. E non a caso Ninotto amava ripetere che la peggiore delle malattie è l’ignoranza. Li ho visti difendersi da un feroce agguato indiano ‘nt’i craunelle, dietro il sacrificio di un asino posto a forza di traverso nel sentiero, li ho visti soccorrere un compagno ferito dai rustini e aiutarlo a trasportarsi fino al riparo, li ho visti canta re felici per aver finalmente raggiunto la periferia sicura della Dragonara.

I nomignoli sono importanti perché sia la gente del posto che molti turisti abituali conoscono i personaggi soltanto in questo modo. Non era raro che si rivolgessero al signor Bufera. Un segnale di continuità venne ancora dopo quando Antonio De Luca (cfr. parte III) decise di riprendere la cura dei terreni di famiglia e di realizzare un ricovero che nel tempo…si è venuto trasformando in uno straordinario luogo di poesia dove spesso si ritira e vi accoglie gli amici che lo raggiungono dai più vari paesi del mondo (p.11). Una sorta di “Arcadia agricola-letteraria-alcolica” è stato scritto. Da uno di loro, Andrea Simi, di cui vanto un’amicizia pluridecennale, tra i tanti meriti importante grecista, ho avuto la giusta scrittura di una anacreontica che tradotta dice:

Quando bevo il vino dormono gli affanni
Del dolore, del pianto,
degli affanni, che m’importa?

C’era poi Francesco D’Arco, Ciccillo ‘a tammiciana.
Si acconciava con zaino, ombrello a spalla come un fucile e cappello da passeggio e dalla piazza C. Pisacane alla tavola p’a marènna impiegava mezz’ora (p.28). In bassa stagione prendeva un mese di ferie dal ristorante del suocero, L’Aragosta, e lo passava al Fieno, nella cantina di Ninotto. Scendeva a Ponza per qualche rifornimento e poi rientrava in giornata. Quando capitava qualche visita cucinava la pasta asciutta curando i tempi di cottura per ognuno dei commensali.

Eravamo a pranzo da lui che era lì in ferie, Miriam, Ninotto e qualcun altro. Avevamo parlato, mangiato e bevuto e Ninotto cantava. Ci stava prendendo “la cecagna”, e più i nostri occhi si volevano chiudere, più le nostre teste si venivano reclinando sul tavolo e più lui cantava, di tutto pur di vietarci una pennichella.
La cosa andò avanti per un po’, finché non vinse il sonno. Al nostro risveglio trovammo Ninotto che dormiva. Ricordo che cominciammo a fare rumore con qualunque mezzo, il più forte possibile, Ciccillo battendo un bastone sul tavolo, io colpivo un secchio di metallo e Miriam fuori della cantina, strillava e batteva le mani. Così forte da spezzare un anello che portava al dito: il brillante che vi era incastonato si perse nel verde o tra le pietre di una parracina e non fu più trovato. Era già accaduto a Miriam: mentre si adoperava per la vendemmia, si aprì il fermaglio di un braccialetto di Cartier abbastanza prezioso.

Quando se ne accorse era troppo tardi. Non seppe indicare dove poteva essere caduto. Lo cercammo inutilmente fino a sera. Dopo qualche mese, mi ero allontanato per un mio servizio veloce. Nel verde dell’erba mi divertivo a colpire un luccichìo che pensavo di sole su un pezzo di vetro: era il suo bracciale!

3 – La vendemmia

E non è d’oro! Pecché ll’oro è niente E senza ‘o sole non sarrìa lucente! L’oro e ‘o sole di Rocco Galdieri Quasi tutta la letteratura paesana, fiorita negli ultimi decenni, racconta con dovizia di aggettivi colorati, festosi, vinosi delle recenti vendemmie al Fieno e dell’affetto ammirato verso questi eventi ritenendo di poterli assimilare a quelli di un recente passato.

Anticamente la vendemmia forse festeggiava, ma non se ne hanno testimonianze, il completamento della enorme fatica di un intero anno, nella incertezza del risultato sempre appeso alle bizze della natura e con la speranza di ricavare quel tanto per vivere una nuova annata. Era sangue!
Da qui l’abbandono progressivo di questa terra che non poteva più dare il sufficiente per vivere, fino ad arrivare alla seconda metà del ‘900, dove tutti del Fieno, festeggiavano piccole produzioni, tra i 500 e la eccezionale annata di 3.000 litri di Giustino, spesso appena sufficienti per l’uso casalingo e qualche omaggio. La prova è che a fine stagione nelle cantine non c’era più vino. Carminuccio ‘bboffacazone, che aveva la cantina proprio sotto la mia, conservava per ogni evenienza una damigiana da 54 litri, senza protezione. Quando Ninotto se ne accorse, cominciò a frequentarlo e a circondarlo di attenzioni cercando di convincerlo a bere quel vino che sarebbe andato in aceto. Carminuccio resisteva e Ninotto covava rancore.

Un giorno, mentre noi facevamo ‘a marènna, il motorista Carminuccio si presentò con una falciaerbe a motore e la mise in moto: un inferno! Ninotto non aspettava altro. Si affacciò verso Carminuccio che stava sotto e gli strillò: Ti si potesse rompere subito! E subito questo avvenne. Carminuccio, dopo molti tentativi, infuriato riportò lo strumento in cantina ma andò a sbattere contro la damigiana che perse tutto sul pavimento. Lascio il resto a chi legge!

Ma ormai per loro era solo un impegno integrativo. Non potevano vivere di quello, e allora interessava più la qualità della produzione, l’abilità ed il plauso degli amici.
E una ragione di festa stava nel considerarsi eredi di una tradizione vitivinicola, nella presunzione di essere più bravi degli altri nella vinificazione e di avere dei segreti tecnici come Giustino che seguiva scrupolosamente le indicazioni in un quaderno di suo padre!

E se talvolta capitava di avere fatto un buon bicchiere di vino, rimanevano a lungo inorgogliti dal consenso dei presenti un po’ ruffiani e un po’ bevuti e comunque presi dalla magia del posto che rendeva tutto eccezionale soprattutto in un teatro la cui scena rimane straordinaria. C’era la preoccupazione deI tempo. Si cercava di non avere sorprese per cui se qualcuno decideva di vendemmiare, gli altri lo seguivano.
E poi gli aiuti erano sempre gli stessi e, da sempre, reciproci. I più erano parenti. Si trattava soltanto di trovare l’accordo sulla giornata. Donne e vecchi tagliavano, i più giovani portavano a spalla in cantina i recipienti pieni. Quelli che avevano finito di tagliare, rappucciavano tra i filari per togliere le pigne di uva dimenticate. Mi raccontavano che in tempi passati questo ripasso era un regalo che veniva fatto a chi, soprattutto donne spesso indigenti, era andato a tagliare. Non è nuovo. Nell’ Antico Testamento si legge di questa consuetudine anche nella raccolta del grano (p.51). Allora, in una quindicina di giorni, tra amici, aiuti e parenti, arrivavano al Fieno almeno duecento persone. Per il sentiero era un viavai e incontravi tanta gente. Ogni giorno era un pranzo di festa che si apriva anche ad estranei cui si mostrava: ecco dove siamo, che facciamo, questa è la nostra vita (p.48).

Lo spazio antistante la cantina di Giustino è unica. Protetta da una tenda, conclusa su due lati da cespugli di tutte le essenze mediterranee nate tra le pareti rocciose, a picco su un dirupo di qualche decina di metri pure coperto dalla stessa macchia mediterranea che cela un passaggio alle rocce che escono dal mare sottostante della baia di Chiaia di Luna, lo sguardo va dalla parete che arriva a Capo Bianco, e poi al mare che finisce sulla costa del Circeo ed infine, a concludere, alla magia di Palmarola. Qui Giustino accoglieva gli amici e gli amici degli amici. Ma qui, per il pranzo della vendemmia Giustino cedeva la direzione alle donne di casa.

4 – La mia cantina

Da questo punto la narrazione è di Giuliano in prima persona e segue il suo breve libro eguddemonin!

Avevo trovato una nuova cantina, più grande e in migliori condizioni statiche e con annessa una grottella. Mentre alcuni terreni della prima cantina si trovavano in zone scoscese, come u’ schiappetièlle (piccola scarpata) dove la vendemmia era difficile perché il sole sotto il monte Guardia veniva tardi e i sentieri, a gradoni molto alti e con la vegetazione ancora bagnata di rugiada, si percorrevano male soprattutto con i cofani pieni sulle spalle e si voleva finire presto perché non c’era voglia di scherzare (p.43), queste nuove catene erano in piano e poi c’era ‘a zotta, una meravigliosa carciofaia su un terreno a ferro di cavallo.

In questa nuova cantina ottenni un bellissimo spazio esterno con l’aiuto di molti miei amici che costruirono una nuova parracina, sopra la cantina di Carminuccio ‘bboffacazone, adiacente a delle piante di ginestra con le chiome alte 2/3 metri che trasparivano il mare. Il pergolato venne un capolavoro. Con il sole stendevamo una tela, non bella come il lenzuolo Burri della Bufera nella sua cantina int’i craunelle.

Vanno e vengono impalpabili fantasmi
I pensieri, simili a bianche vele, volteggiano come gabbiani
su un profondo mare azzurro. Penetranti profumi di salmastre ginestre sospirano al vento i nomi

di Benito e Ninotto.
Nell’anfiteatro naturale
In cupo eco della risacca
Trasmette all’infinito i nomi di altri morti. In questo eden nascosto,
tra fiori e farfalle,
noi presuntuosi baccanti
per qualche stagione
credemmo di aver fermato
il tempo.
Da Strade e Arcobaleni di Emilio Carlucci (2003)

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