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Il Fieno, una storia segreta di Ponza: quarta parte, di Giuliano Massari

Una storia segreta di Ponza: il Fieno

“Il Fieno: una storia segreta di Ponza” è il libro pubblicato su Mam-e.it di Giuliano Massari architetto originario di Roma che dagli anni 50 frequenta l’isola di Ponza.

Il Fieno, una storia segreta di Ponza: quarta parte, di Giuliano Massari

6 – ‘A marènna

Ha hain! Ricordava Giustino che questo suono-richiamo, questo sberleffo della voce, lo utilizzava Agostiniello, Agostino Mazzella di s.Maria, come richiamo agli amici del Fieno. Dapprima scherzo, divenne poi consuetudine di avviso soprattutto a quelli, invisibili tra i filari, che si era fatta l’ora d’a marènna, di poggiare la fatica e di avviarsi verso la cantina della voce. Il termine marènna, in italiano merenda (lat. merère > meritare) sta ad indicare qualcosa di meritevole e ben si addice a coloro che a metà mattino hanno già faticato molto e meritano una pausa di riposo. ‘A marènna era alle 9 del mattino.
Ed avveniva, nell’ultimo quarto del secolo soltanto tra parenti e qualche amico anche se la presenza giornaliera era ridotta a pochissime persone. C’era sempre qualcuno di loro, tra le piante o in cantina che rispondeva al richiamo, ognuno diverso per riconoscere l’autore.

Una era Giustino, impegnato nella vigna ma non meno nella caccia. Perché al Fieno la caccia migratoria era interessante: quella autunnale vedeva il passo di tordi, colombacci e beccacce (l’arcère), mentre in primavera c’era quello di quaglie e tortore. Indimenticabile la sua immagine quando, armato di fucile, percorreva le catene ormai abbandonate seguito a breve dalla fedele scorta Gaetano ‘a jatta pronto a porgere al braccio di Giustino, allungato sul retro, una fiasca che teneva a tracolla.

Qualche volta si fermavano la Bufera, Adalgiso e Gioì soprattutto se c’era qualcosa da commentare. L’altro era Ninotto, che aspettava ansioso, come di andare in pensione, l’ora della marènna da fare con qualcuno e bere un bicchiere di vino. Giustino non voleva salire nella cantina di Ninotto, quella posta più in alto, per poi ridiscendere nella sua cantina che era quella posta più in basso e poi salire ancora per andare a casa e Ninotto non voleva scendere nella cantina di Giustino per poi dover risalire. E poi Giustino aveva l’asino (Caterina) che lo tirava! E allora sperava che arrivasse qualcuno, anche un occasionale turista disposto a bere un bicchiere insieme. Spesso non arrivava nessuno e allora riprendeva la lunga via del ritorno.
Una volta lo incontrai poco prima d’u posature che tornava. Ero appena arrivato da Roma. Con un sorriso felice tornò indietro con me. Per lui la giornata non era persa.

Successe una volta che ero nella sua cantina quando comparve sulla porta uno sconosciuto turista. e subito lo invitò a bere un bicchiere di vino. Parlammo un po’ fino a che lo sconosciuto turista chiese a Ninotto, indicandomi, se fossi suo figlio. Lo cacciò dalla cantina (p.11). E poi spesso arrivava puntuale, Ciccillo ‘a tammiciana. Il ritrovo avveniva nella cantina di Giustino o nella mia, raramente da Ninotto che faceva poco vino. Sul tavolo, spesso coperto da una cerata, venivano posti dei pacchettini portati da casa, ritagliati dalla cena. Talvolta si scartavano cibi succulenti, ma non sempre. Qualche volta appena un pezzetto di formaggio, un poco di pane e magari un cioccolatino. Veniva tutto diviso in parti uguali tra i presenti. Senza commenti. Gabriele Panizzi, allora presidente della Giunta regionale del Lazio, oltre le sue quotidiane camminate al Fieno con visita agli amici quando era in ferie, una domenica mattina scese dalla nave di Sigaretta e con la barca di Salvatore ‘i Bonaria che lo aspettava sul molo, si recò al Fieno p’a merènna per ripartire nello stesso pomeriggio.

Scrive A De Luca che ognuno nel proprio zaino portava qualcosa di casa, preparato la sera prima, e nell’aprirlo vedevo un sorriso…spesso loro stessi non sapevano cosa sarebbe uscito da quello zaino. Comunque non si beveva prima di aver mangiato qualcosa.
Poi finalmente tutti alzavano il bicchiere accompagnando il gesto che precedeva, quasi all’unisono, il beneaugurante and good morning che veniva detto e inteso con l’onomatopeico eguddemonin.

Ancora oggi nell’isola qualcuno, tra coloro che sapeva o aveva saputo, fa questo brindisi accompagnato da un complice sorriso d’intesa.

Quando c’ero io, con la scusa dell’“occhio professionale” mi chiedevano di fare le parti, perché tutto e di tutto andava diviso in parti uguali. E ‘ facile con un salame o con un formaggio, meno con un residuo di aragosta o di un pezzo di coniglio. La mia incombenza comprendeva la frutta e consisteva nel ricavare dei pezzetti dalle piccole pesche del Fieno, quando c’erano, da mettere nel bicchiere di vino. Queste minuscole piante di pesco sopravvivevano abbandonate. Tuttavia continuavano a produrre dei frutti, delle pesche pelosette, quasi sempre bacate ma avevano un ottimo sapore e il profumo intenso persisteva a lungo sulle mani. Quelli forse erano i momenti più vivi, più seri, più veri, più e più della vita al Fieno.
Necessari, perché non era soltanto una questione di stomaco che certamente reclamava dopo tre e più ore di lavoro, ma perché quella colta ignoranza, per alcuni subcultura contadina, voleva essere ascoltata, voleva sapere dall’altro, chiedeva commento, ancora una volta cercava risposte.

Ci sono momenti in cui l’uomo è nudo, senza vergogna: è pudore senza vesti, è nudo perché non ha motivo di vergogna. Il problema è di chi si vergogna. Fu lo stesso Dio che provvide a coprire il nudo della prima coppia soltanto quando fu scacciata. Provavano vergogna (p.59). Non era problema loro. Anzi, perché la natura è senza vesti e nuda è bella e la loro natura era sempre senza vesti (p.62). Spesso infreddoliti, avvolti in panni pesanti, nella poca luce di una cantina in una giornata senza sole, quando si sente solo la voce della natura, lo stridere dei gabbiani e il “rombo cupo della risacca dagli scogli giù in basso”, incontravi nudo pudore, mai vergogna, il pudore dell’uomo senza paura né paura di vergogna.

Ma la serietà, con la malinconia, scompariva quando le persone aumentavano!
E allora si dava spazio alle confidenze più intime, ad esperienze spesso irripetibili, ma vere nella loro natura di creature coscienti di vulnerabilità, a discorsi licenziosi, fescennini, liberi per una cosciente debolezza. C’erano momenti in cui si parlava di sesso, spudorati e senza vergogna…Si parlava di individui che conducono vita solitaria, della naturale pulsione sessuale degli esseri viventi, si parlava di preti e del peso della loro scelta, dei giovani pastori in ogni letteratura e naturalmente, per la necessità di esemplificare, vennero fuori storie, non mitologia, di esperienze giovanili con animali e delle loro peculiarità.Il mio amico Emilio, costretto dai suoi impegni professionali ad una saltuaria frequentazione del Fieno, aveva raccolto giudizi ed esperienze raccontate in una di queste colazioni.

– la gallina? No. Non regge la botta!
– la capra? No, perché ce l’ha “emolliente”!

– la pecora? No, perché tira fuori la lingua e si mena a terra!
– la somara? Eh no! La somara no! È un’altra cosa, la migliore.

Naturalmente fu chiesto anche dei serpenti. Un vecchio ponzese americano mi diceva che quando andava con altri coetanei a trovare l’asina si portava appresso uno “scannetto” per raggiungere la giusta altezza. Assai piacevole era la lettura delle poesie contenute nell’antologia L’inferno della poesia napoletana: questo volume, consumato, spiegazzato, macchiato da dita non use a voltare le pagine… (p.62). Quando non c’erano estranei, facevamo queste letture. Ognuno aveva delle preferenze che non sto a indicare ma ‘o culo e ‘o pilo erano tra le più recitate. Giustino no. Lui preferiva argomenti più morbidi, più rosa, più carezzevoli e saltava tutta la sezione dedicata a Ferdinando Russo. Erano le prove generali per ricevere gli ospiti. Anche per le canzoni ognuno aveva preferenze e ” specializzazioni”.
A memoria futura, ‘a Bufera nel coro del Nabucco, il suo pezzo forte, sentiva un coinvolgimento eroico. Ma nella interpretazione di tu, ca nun chiagne, quando a sera fatta, dopo il tocco e ritornati amici, fuori della sua cantina ‘int ‘i craunelle, quando la luna illumina la notte, ci salutava con questo canto della sua grande anima, era in verità straordinario e commovente (p.63). E ‘a Tammiciana quando usciva dal suo riserbato silenzio di assaggiatore, perché il vino vuole silenzio e controllo di portamento, cantava Signorinella ma soprattutto La croce di oro. Noi tecnici di effetti speciali, avevamo introdotto la scena di un fiammifero acceso. Momenti struggenti! (p.64)

Questa era ‘a merènna. Spesso si faceva da Giustino. In verità avremmo preferito cantine a mezz’altezza, ma Giustino preferiva non salire due volte. E per non contraddirlo… e poi aveva il vino buono!

Quando poi era presente il prof. Furio Zucco, amico e medico, allora: fuori tutti e la cantina finiva per diventare una sala visite. In quelle occasioni ‘a marènna si allargava con quelli che di solito dovevano tornare a Ponza. E in tutto questo Furio, tornato a Milano, compensava la quotidiana drammaticità del suo impegno professionale con il pubblicare:

Regno sottovento (2016)

Ah, quell’isola nel mare Malvarosa era il profumo
Aria dolce da sognare
La grottella in fiancoa un pruno

La mattina di buon ora Con il sole ancora spento Con l’aurora si scendeva Verso un regno sottovento

Era quello di Ninotto, di Bufera e di Gioì
Di Giustino, di Giuliano e financo degli indiani In quel tempo di marende, di racconti lì per lì Processioni, canti in coro ed oniriche visioni

Già, quel succo delle vigne liberate dai rustini
Come il latte uscia dal seno
Della gran madre dei tini
Benediva San Silverio lì d’incanto “in coppa ò Fieno”.

Per tutto questo quel gruppo di interpreti ha rappresentato un momento irripetibile nella storia del Fieno e che poteva, e forse doveva, essere raccontato soltanto da chi lo ha vissuto.

7 – verso il ricambio

Talvolta capitava con Giustino di riandare a quelle giornate, a quando ci fermammo ad osservare la gonna di stoffa leggera di una signora che riposava, distesa a terra, volgendoci le spalle.
Una leggera brezza sollevava un poco la gonna e sembrava respirare il dietro delle sue gambe, quelle che la stoffa doveva coprire. Rimanemmo silenziosi per l’emozione: allora bastava una refoletta. E talvolta Giustino, con un breve sorriso di malizia, accennava a quel venticello. Scrive ancora M.C.Jacobelli: E’ l’appagamento totale psico-fisico, affettivo in un bene. Dalla pienezza raggiunta sgorga una gratitudine infinita che diviene creatività nell’effusione del bene raggiunto, la cui proprietà intrinseca è questo suo essere diffuso. (cfr.s.Tommaso, l, q.5, a.4 – bonum diffusivum sui). Dopo la perdita di Gioì, Adalgiso, Maurino, la Bufera, Benito, Ninotto, rimasero Giustino (2014) e Luigi (2015). Aveva piovuto tanto nei giorni prima del 4 novembre 2018. La frana, sembra avere concluso un percorso della storia del Fieno. E’ cominciata a mezza collina, ha abbattuto ‘u cieuzo e poi dalle catene di Giustino è scesa su quelle di Ninotto, si è allargata su quelle di Luigi ‘u nire e poi giù… Tutta la terra è disegnata in modo che il viso si sollevi e Io sguardo domandi (A.Camus) (p. 69).

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