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GALLERIA FEDERICO RUI. DIALOGHI

GALLERIA FEDERICO RUI. DIALOGHI

Prosegue con questo secondo appuntamento la serie di eventi  dedicati al dialogo tra maestri e contemporanei. I protagonisti di questa intima e raffinata  nuova mostra sono Attilio Forgioli e Martina Antonioni che abbiamo intervistato.

Sono in mostra nella doppia personale alla galleria Federico Rui  – curata da Emanuele  Beluffi –  le opere pittoriche di Attilio Forgioli (1933) e di Martina Antonioni (1986). Due artisti di diverse generazioni a confronto e in dialogo, che mostrano aspetti comuni, anche nella scelta dei colori. Stemperati in forme dai contorni evanescenti   evocano tracce di figurazioni e suggestioni di elementi reali.

Mame arte GALLERIA FEDERICO RUI. DIALOGHI Martina Antonioni La strategia del tiglio, 2018 acrilico, matita, vernice spray e smalto ad acqua su tela
Martina Antonioni – La strategia del tiglio

Cosa vedrete alla Galleria Federico Rui

Il visitatore noterà certamente  tratti comuni e di continuità nella ricerca di  questi due artisti artisti anche se  lontani sia dal punto di vista  anagrafico che geografico.

Tratti riconducibili comunque alla pittura, alla figurazione, non intesa come mera rappresentazione della forma, ma come interpretazione della stessa. Attraverso un confronto fra le opere, appare evidente un dialogo in divenire e di continui rimandi, dove l’eredità del mondo classico e moderno viene elaborato in chiave contemporanea.

Noi di Mam-e abbiamo visto la mostra   alla Galleria Federico Rui in anteprima ed intervistato la giovane artista Martina Antonioni.

Mame arte GALLERIA FEDERICO RUI. DIALOGHI Forgioli
Attilio Forgioli Ritratto, 2018 pastelli a olio su carta

Attilio Forgioli

Compie gli studi artistici presso l’Accademia di Brera a Milano, dove ha come insegnanti Funi e Reggiani. Ha eseguito i suoi primi lavori nel campo della Nuova Figurazione, riuscendo  ad affrontare temi di grande impegno civile e politico. In tal senso, ha scelto di dedicarsi alla raffigurazione di paesaggi dai toni cupi e drammatici.

Del 1962 è il ciclo di pastelli La Senna, dipinti dopo un soggiorno a Parigi. Nel 1965 ha completato il ciclo Animali nel paesaggio e nel 1968 il ciclo delle Isole. Nel 1976 è stato invitato alla Biennale di Venezia e negli anni Ottanta ha iniziato l’importante sequenza delle Montagne.

Ha esposto in Italia, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Svizzera, in Belgio, in Germania. Attilio Forgioli alterna il suo lavoro di pittore tra gli studi di Milano e quello di Alagna, in Valsesia.

Martina Antonioni

Vive e lavora a Milano dove e’ nata nel 1986. Le sue prime mostre sono – nel 2011 –  allo Spazio Oberdan e al Teatro del Verme e da allora questa giovane artista  ha continuato la sua ricerca  sull’equilibrio tra forma e sostanza, tra detto e non detto, tra pieni e vuoti, laddove il colore, quando usato, serve a rimarcare la vitalità di un elemento e ad enfatizzare la sua essenza nella composizione.

Mame arte GALLERIA FEDERICO RUI DIALOGHI Antonioni
Martina Antonioni
NO (particolare), 2017

L’intervista

 Ci racconti come ti sei avvicinata all’arte?

Non ricordo un momento preciso. Nella mia vita l’arte c’è sempre stata.

Quali  sono le correnti artistiche che preferisci ? Quelle che invece ti piacciono meno?

Ciò che preferisco cambia con me. In questo momento apprezzo molto Bacon.  

Nel passato ho avuto un amore grande per Jean-Michel Basquiat, che starà con me per sempre, ma non credo che con Bacon sarà diverso. Quando qualcosa mi entra dentro attraverso gli occhi è difficile che se ne vada. 

Anche Claudio Bonichi è parte di me e tutti questi giganti mi fanno sentire meno sola. 

Come definisci la tua produzione artistica? Quali i tuoi riferimenti (se ci sono)?

Definirei la mia produzione artistica “sincera”. Una tela, una polaroid o una scultura, non sono altro che una parte di me e allo stesso tempo uno specchio. Per questo il mio mestiere implica una certa follia e un certo coraggio. 

Non ho riferimenti precisi, perché cambiano con me. In questo momento, per esempio, mi interessa il colore. Guardo molto Matisse e la vibrazione che dalle le sue tele si sprigiona. Mi interessano molto anche i suoi gouaches découpés. Iniziò ad elaborarli in seguito ad un intervento chirurgico che in tarda età lo costrinse sulla sedia a rotelle e attraverso il ritaglio di carte precedentemente colorate iniziò a creare elementi animali, vegetali ed astratti, combinandoli in composizioni sempre più complesse. La loro essenzialità mi distrugge. 

Rimanendo sull’argomento..

Rimanendo sull’argomento, quali sono i generi e i modi espressivi che preferisci?

Ciò che mi interessa, di qualunque atto creativo si tratti, è la verità. 

Quanto il passato ha influenzato il tuo modo di fare arte?

Il passato influenza la mia vita, dunque anche il mio modo di fare arte. È terreno fertile in cui mettere radici e far nascere nuove possibilità che fermo e cristallizzo in mappe del sentire.

Lasciandone traccia sulla tela riformulo il mio destino, producendo insoliti paradossi e lasciando agli elementi che ne fanno parte la libertà di sviluppare il loro racconto.

La memoria individuale è quindi il punto di partenza per la creazione di corpi fantastici.

Cos’è che ti ispira? Come nasce una tua opera?

Trovo ispirazione in molte cose. La natura in tutti i suoi aspetti. La musica senza dubbio, la poesia, il cinema e le arti in generale sono tutti nutrimento prezioso. 

Anche le piccole cose imperfette che caratterizzano la vita sono molto importanti. 

Tutte le mie opere nascono dal bisogno di fermare l’esplosione di un’idea. 

Come in una caccia al tesoro perpetua, ricerco gli elementi della vita che per me sono significativi. Scomponendo una realtà fatta di memoria individuale, registro e archivio gli indizi che diventano elementi liberi di raccontare la propria storia. Attraverso la creazione di mappe del sentire, in cui il ricordo è libero di sviluppare le proprie potenzialità, la perdita di un centro diventa lo strumento primario e necessario allo sviluppo di racconti possibili. La creazione di corpi fantastici diventa così strumento di emancipazione e dissimulazione del peso della realtà.

Qual’è il rapporto fra l’arte e la società di oggi?

L’arte è sempre contemporanea, perciò rispecchia e racconta la società in cui chi le ha dato vita vive. Questa è la sua funzione primaria. La memoria del suo tempo.

Nella società in cui viviamo oggi, prima di tutto l’arte dovrebbe insegnare la calma e il silenzio, sia perché sono strumenti necessari alla fruizione di un’opera d’arte e secondariamente, perché sono strumenti necessari alla conoscenza di noi stessi e dell’altro. Inoltre, come diceva Picasso, deve scuotere dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni, confortando il disturbato e scuotendo il comodo. 

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Bruna Meloni
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