ENRICO BAJ, IL GRANDE PICCONATORE

ENRICO BAJ, IL GRANDE PICCONATORE

Al Museo archeologico di Aosta un’antologica dell’artista milanese Baj con una selezione di dipinti, collage, meccani e altri diabolici capolavori  contro la tracotanza del potere.

E’ il 1951, a Milano si vivono le atmosfere eroiche di Brera e del bar Giamaica, cenobio bohémien di artisti tanto diversi e straordinari (si pensi a Lucio Fontana, Gianni Dova, Roberto Crippa, Piero Manzoni) quando Enrico Baj, un artista temperamentoso, decide di fondare con Sergio Dangelo e Joe Colombo (che poi lasciò la pittura per il design) il “Movimento nucleare”: un’alzata di scudo contro la potenza, l’arroganza e il pericolo di catastrofe atomica della guerra mondiale.

 

Il gruppo milanese coinvolge nomi internazionali come Asger Jorn, del Gruppo Cobra, Corneille, Yves Klein, Colla, Perilli… Baj lascia il segno con quadri da incubo, dove la sostanza pittorica sembra dilatarsi in forme umanoidi e zoomorfe in uno sfondo livido di umori e colature. Perfino il suo “Autoritratto”, del 1956, sembra lievitare da un sulfureo impasto informale. E’ l’inizio di una serie di lavori che incrementano la fama di Baj dada e surrealista e mettono salde basi alla sua polemica che diventerà incendiaria contro ogni forma di astrattismo (nel mirino perfino l’americano Pollock, che già nel ’50 esponeva al Naviglio di Carlo Cardazzo).

 

Le diaboliche creature sono il tema di un’antologica, “Enrico Baj. L’invasione degli ultracorpi” aperta al Museo archeologico regionale di Aosta fino al 9 ottobre, a cura di Chiara Gatti con Roberta Cerini Baj, la moglie dell’artista. In selezione, una cinquantina di opere (dipinti e collage, mobili, specchi, meccani, generali, modificazioni) che raccontano l’avventura del Baj anarchico e dissacratore, il discepolo neodada del dadaista Duchamp, il geniale surrealista e patafisico sulla scia dell’ “Ubu roi” di Alfred Jarry, simbolo di “status mentale di scetticismo attivo”, come scrisse in un saggio che il Nostro pubblicò nel 1982 col titolo “Patafisica”.

 

Baj era un anarchico, e aveva un’idea beffarda e giocosa della vita. Era un picconatore. Nel bene e nel male. Pittore, scultore, scenografo, e prima ancora studente di Medicina passato alla facoltà di Giurisprudenza, per volontà del padre avvocato, che in cambio gli concesse di frequentare l’Accademia di Brera. Una laurea finita nel cassetto, per proseguire una carriera bizzarra (e costellata di polemiche) che lo portò a essere straordinario uomo di mondo e di cultura, amico dei poeti e saggista, talento matematico e polemista feroce dalle pagine del Corriere della Sera.

 

Nato a Milano nel 1924, è scomparso nel 2003 a Vergiate, la cittadina del varesotto dove abitava da oltre vent’anni e dove nel 1993 era stato per cinquanta giorni assessore alla Cultura di Varese (se n’era andato sbattendo la porta in faccia a Umberto Bossi, accusandolo di “romanismo” e di essere un “boss”).

Un artista contro. Nel 1961 presenta alla galleria Brera il “Grande quadro antifascista collettivo”, cinque metri per quattro, realizzato con Roberto Crippa, Gianni Dova, Erró, Lebel e Antonio Recalcati. Arriva la polizia con l’ordine di sequestro da parte della magistratura. Perché tanta vis polemica? Per la presenza, al centro dell’opera di un “idolo” (ma no, signori trattasi di uno “generale”, dice Baj) con stampata sulla bocca l’immagine della Madonna, e più giù l’effigie di Papa Giovanni. L’opera viene sequestrata, sarà restituita all’artista soltanto nel 1988, in precarie condizioni. Sarà esposta a partire dal 1992.

 

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Melisa Garzonio
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