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IGGY POP: I 70 ANNI DELL’IGUANA DEL ROCK

IGGY POP: I 70 ANNI DELL’IGUANA DEL ROCK

Il padre putativo del punk, Iggy Pop, compie 70 anni. Una vita di straordinari eccessi e dischi incendiari, la carica infinita di un mito che non ha mai smesso di cantare e comporre e mai ha rinnegato sé stesso. L’ultimo vero Highlander del rock

Esiste una foto, la si può trovare sul booklet di ‘Transformer’ di Lou Reed e, con un po’ di pazienza, nel mare magnum di Internet. Ritrae la triade degli eccessi e delle meraviglie del rock, in stato di abbraccio: Lou Reed (sorridente, sfrontato e schermato dai vasti Ray Ban), Bowie (più affettuoso che nelle algide foto di rito) e Iggy Pop, biondo crinito, con un pacchetto di Camel tra i denti, come lo terrebbe un cane, con lo sguardo solo apparentemente stupido e casuale di un cane affettuoso e scodinzolante, proprio lui che ‘voleva essere un cane’. Pop, all’anagrafe James Newell Osterberg Jr., è l’unico sopravvissuto dei tre miti del rock, proprio lui che sembrava il più rozzo, quello più incapace a dosare droghe e alcool, il più suicida e stupido dei tre, ha dimostrato e continua a dimostrare d’essere uno dei più grandi artisti e performer rock viventi.

Dagli esordi con gli Stooges, che diedero via libera alla nuova (de)generazione rock, il punk, estremizzando sui dischi e sul palco le attitudini fine anni ’60, già considerate oltranziste, di gruppi seminali come Velvet Underground e the Doors (del cui leggendario leader, l’Iguana era fanatico allievo). I cantori di una nuova epopea, giustamente omaggiati anche al cinema dall’ultimo splendido documentario di Jim Jarmush, ‘Gimme Danger’: una band frastornante, oscena e blasfema come nessuna prima di allora. Ma soprattutto, animata da un fuoco centrale, il cui nome era appunto Iggy Pop, che sul palco, nelle sue performance migliori, appariva di volta in volta ‘stonato’, tarantolato, furiosamente autolesionista.

Dopo la stagione degli Stooges Iggy sembrò perdersi, per poi ritrovarsi con David Bowie, che lo portò in Europa dove l’aiutò a comporre ‘The Idiot’, registrato tra Francia e Germania e (uscito 30 anni fa). Un capolavoro, a partire dalla copertina: Iggy si fa impressionare in mezzo profilo e  in posa da manichino, indossando solo la troppo corta giacchetta della fidanzata d’allora, nonostante il gelo e il peso della pioggia battente. Un album dissonante e alieno, con gli inni ‘China Girl’ e la tamburellante ‘Nightclubbing’ diventati suoi clssici, e poi le deprimenti e strazianti ‘Tiny Girls’ e l’industrial ante-litteram di ‘Mass Production’. Bowie fu fondamentale per Pop, che non fu però mai il suo servile accolito: Iggy è sempre stato consapevole delle sue scelte e dei suoi rischi, molto meno ignorante di quanto si potesse pensare (assai poco ingenuo, culturalmente, anche se messo a confronto con Bowie). La sua cultura ed energia è evidente in quella che è la sua ultima giovinezza, perfettamente in luce nei suoi ultimi tre dischi, splendidamente diversi l’uno dall’altro: il raffinato ed intenso album di cover dedicato agli chansonnier d’oltralpe (in cui il nostro eroe sfodera una pronuncia francese doc), l’album di puro rock n’ roll prodotto con Josh Homme dei Queens of The Stone Age, composto da brani che potrebbero tranquillamente figurare in una futuribile e definitiva selezione del meglio della rockstar (‘Gardenia‘; ‘Paraguay’;American Valhalla’) e l’ultimo Asshole Blues, un album di blues ruvido e diretto: questa l’ultima pelle, questa la nuova vita dell’Iguana.

Boris Stoinich
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