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GRAN TORINO: IL TESTAMENTO ARTISTICO DI CLINT EASTWOOD

GRAN TORINO: IL TESTAMENTO ARTISTICO DI CLINT EASTWOOD

‘Gran Torino’, il miglior film dell’ultimo Clint Eastwood: un’opera semplice, asciutta, priva di compromessi e retoriche. L’epopea del cowboy disilluso, costretto a svernare in una casetta della periferia americana. Ecco la nostra recensione.

Vecchio, violento, burbero, razzista. Ciononostante, un eroe. Solo Clint Eastwood poteva riuscire in un simile miracolo in un’epoca funestata dal politicamente corretto e dalla rimozione di ogni riferimento alla chance violenta per l’uomo solo e indifeso, munito, come il protagonista di ‘Gran Torino’, del proprio grugno virile e di un nome perfetto, che coagula il senso dell’identità americana e l’emarginazione dello straniero integrato. Walt Kowalski è un ex veterano della Guerra in Corea ed ex meccanico della Ford, che vive in un sobborgo di Detroit abitato per la maggior parte da immigrati coreani. Qui, con spirito di sfida e superiorità, raccoglie le provocazioni della bande giovanili che vi proliferano. A permettergli di sopportare la situazione, sarà proprio la nuova famiglia di vicini di casa: riusciranno, con mille difficoltà ad avvicinarsi al cuore dell’uomo affinché si allontani dalla violenza e dall’intolleranza.

‘Gran Torino’ è una sorta di compendio filosofico della cinematografia di Eastwood: il tema del rapporto tra padre e figlio, il conflitto tra morale individuale e sociale, tra memoria del passato e responsabilità per il futuro di chi ci seguirà su questa terra. Un film insolito, secondo i consolidati canoni hollywoodiani, frutto di una sceneggiatura povera di battute ma ricca di significato, piena di tempi lenti ma illuminata da fulminanti epifanie di violenza. Il capolavoro dell’Eastwood maturo, assieme a ‘Mystic River’: ma tanto il giallo del 2003 appare corale, ridondante, ricco di intrecci e possibili interpretazioni, quanto Gran Torino’ è sentenzioso, lapidario, levigato come una gemma.

Boris Stoinich
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