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GEORGE ROMERO: COSA CI HA LASCIATO IL MAESTRO DELL’HORROR

GEORGE ROMERO: COSA CI HA LASCIATO IL MAESTRO DELL’HORROR

È scomparso all’età di 77 anni George Romero, vero inventore dello zombie cinematografico. Un regista visionario, che trasformò l’horror in cinema d’autore

George Romero è morto ieri nel sonno nella sua casa di Toronto. Accanto a lui la moglie e la figlia, che l’hanno accompagnato per anni nella sua lunga e tormentosa battaglia contro un cancro ai polmoni. Romero diresse nel 1968 La notte dei morti viventi. Un film rivoluzionario così come l’anno in cui uscì nei cinema. Un film di poche pretese, dallo scarsissimo budget iniziale. Il classico ‘drive in movie’ che riuscì, sorprendentemente, a incassare 18 milioni di dollari in tutto il mondo.

UN ESORDIO DA NON CREDERE

Romero, grazie al suo film d’esordio, cambiò letteralmente le regole del film di genere, ai tempi ancora rigidamente inchiavardati nelle retoriche dell’haunting movie o delle maschere – oggi buone solo per le feste di carnevale – della Hammer. A Frankenstein, Dracula, alla Mummia, Romero aggiunse una figura fondamentale nell’immaginario contemporaneo. Quella dello zombie. Una figura, fino al suo film d’esordio, raccontata già da altri registi (si pensi, tra tutti, a Jacques Tourneur) ma senza la carica inventiva, la violenza esplicita e la forza metaforica messa in campo dal regista newyorkese.

Il suo film d’esordio ci ha lasciato in eredità sequel, un’infinità di registi debitori e di fiacchi imitatori del suo talento. Tantissimi omaggi, ironici e meno ironici. Come The Walking Dead, serie tv disprezzata da Romero perché considerata come una sorta di soap opera con qualche cammeo zombesco…Il regista invece, prendeva assai sul serio le proprie creature. I suoi zombie non erano semplici mostri. Bensì creature tornate dall’aldilà, con dipinta sul viso l’agonia e la sofferenza dei revenants.

LO ZOMBIE COME METAFORA SOCIALE

Con La notte dei morti viventi l’horror diventa politico. I suoi zombie sono metafora della popolazione americana vittima dalla Guerra Fredda, del pericolo ‘rossa’. Ma anche di più sottili minacce ‘interne’: quella del razzismo ‘made in usa’ e sopratutto del consumismo, piaga che non uccide ma che priva le ‘vittime’ della capacità di discernere e pensare autonomamente. Una metafora, quest’ultima, esplorata con chiara evidenza nel seguito Zombie (1978), in cui i superstiti si rifugiano in un supermercato (l’ultimo paradiso dell’americano medio) e lì vengono attaccati da torbe di morti viventi.

Ma George Romero è anche l’autore di Wampyrgeniale film che associa i temi del vampirismo, del magnetismo sessuale e della droga. Un’opera che anticipò Cronenberg, ai tempi (1977) ancora esordiente. E omaggiato da Abel Ferrara nell’ancora più truculento ed esplicito The Addiction.

Addio George Romero. Riposa (è il caso di dirlo) in pace.

 

Boris Stoinich
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