FASHION REVOLUTION: I GRANDI MARCHI SOTTO ACCUSA

FASHION REVOLUTION: I GRANDI MARCHI SOTTO ACCUSA

Fashion Revolution: i grandi marchi di lusso accusati di poca trasparenza

Fashion Revolution accusa le griffe d’Alta Moda di poca chiarezza circa l’approvvigionamento delle risorse utilizzate.

Ad essere sotto accusa sono Chanel, Versace, Dior, Tory Burch, Max Mara e Dolce & Gabbana.

Per il momento, sia chiaro, le aziende sopra citate non si trovano d’avanti a un plotone d’esecuzione ma sono chiamati a rispondere della loro segretezza.

Mame Moda Fashion Revolution i grandi marchi sotto accusa. Chanel
Chanel non ha chiarito la sua poca trasparenza sulla filiera di produzione

Infatti, l’obbiettivo di Fashion Revolution è mirare a sottolineare quanto sia importante che i marchi siano  trasparenti nei confronti dei consumatori e fornire i dati circa le loro catene di approvvigionamento come mezzo per individuare fornitori non autorizzati, gestire i rischi e preservare i diritti umani e ambientali.

In un precedente articolo abbiamo sottolineato che l’attività di Fashion Revolution si protrae da cinque anni, in seguito al crollo di una struttura fatiscente che causò la morte di oltre mille operai.

Ciò accadeva esattamente il 24 aprile 2013 a Plaza Rana, Bangladesh.

Da allora, Fashion Revolution si batte affinché non venga lesa la dignità dei lavoratori costretti a lavorare in condizioni precarie nelle periferie dei Paesi in via di sviluppo.

Solo la ricerca sul campo da parte di ONG, sindacati e accademici può rivelare il vero impatto delle politiche e delle pratiche dei marchi nelle situazioni del mondo reale”, hanno fatto sapere dall’organizzazione.

Maison Armani, raggiunta per convalidare la sua trasparenza, ha dichiarato: “Il gruppo richiede che gli stessi standard e impegni, soprattutto l’assoluto rispetto dei diritti umani, siano soddisfatti nella sua catena di approvvigionamento e quindi i fornitori siano accuratamente selezionati e programmi di audit regolari, sia sociali che ambientali, siano costantemente implementati per assicurare la piena conformità del codice di condotta dell’azienda “.

Alla griffe italiana si allineano anche Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Burberry, Calvin Klein e Tommy Hilfiger.

Tutto sommato, dopo essere stati sotto accusa negli anni passati, anche i grandi marchi del fast fashion come H&M, Asos, Zara, Marks & Spencer come anche Reebok, Adidas e Puma si stanno adattando alle regole imposte dalla trasparenza.

Quando un marchio può dirsi trasparente?

Quando tiene conto delle politiche sociali e ambientali della società e della loro attuazione.

Si rende indispensabile anche la disponibilità di informazioni sui fornitori che utilizza.

Il marchio deve tener conto anche dei problemi segnalati nelle strutture dei fornitori e supportare le iniziative adottate per affrontare questioni quali l’uguaglianza di genere, la sovrapproduzione e il pagamento dei salari di sussistenza a livello globale.

Fashion Revolution, infine, ha lanciato l’hashtag #whomademyclothes invitando tutti, in primis l’opinione pubblica, a dar man forte per debellare le pratiche di sfruttamento sul posto di lavoro e a salvaguardare la salute del nostro pianeta.

 

 

 

Stefania Carpentieri
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