Valentino vola in Qatar. Ora tocca a Hugo Boss?

La casa manterrà l’attuale direzione creativa e il “cuore” italiano. Ma, a dispetto dei 700 milioni sborsati dall’Emiro Al Thani, il boccone più grosso è la griffe tedesca, che oggi vale circa 6 miliardi

Ha destato sensazione la vendita di Valentino alla società di investimento del Qatar Mayhoola, riconducibile all’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani. Perché? Perché il valore dell’acquisizione – in mancanza di uno statement ufficiale – è stato indicato in 700 milioni di euro? Sono molti soldi, è vero, circa 25 volte il margine lordo del 2011, ma la griffe italiana, sottoposta negli ultimi quattro anni alla “cura” artistica di Maria Grazia Chiuri e Pier Paolo Piccioli – due solidi professionisti cresciuti all’ombra del maestro dopo la sfortunata parentesi di Alessandra Facchinetti –  presenta ottimi margini di sviluppo e i primi sei mesi dell’anno hanno portato a un incremento del fatturato del 23%, pari a 186 milioni. Nel 2011 il fatturato di Valentino ha superato i 320 milioni, con un incremento del 48% sull’anno precedente e con un’Ebitda di 22 milioni, triplicata rispetto al 2010.

I rumors che sempre circondano operazioni di rilievo internazionale raccontano poi che la vera artefice del closing svoltosi a Milano presso lo studio Bonelli Erede Pappalardo – sia stata la bella Mozah bint Nasser al Missned, favorita dell’emiro (che di mogli ne ha altre due, secondo la regola islamica), donna di gran classe, protagonista sul piano sociale (come vuole l’etichetta) ma anche ospite ambita di cene di gala, sfilate haute couture, eventi di charity internazionale. La signora aveva un debole per le creazioni di Valentino: quale occasione migliore, allora, per cogliere al volo le prime aperture ufficiali (“Valentino è in vendita”) fatte dall’amministratore delegato, Stefano Sassi, durante il salone fiorentino di Pitti Immagine Uomo lo scorso giugno.

Conclusa l’acquisizione della griffe italiana (con la benedizione del fondatore, che ha sempre coltivato uno speciale rapporto di sintonia con case reali, teste coronate e gente del bel mondo), l’attenzione degli osservatori si sposta ora su Hugo Boss, il “pesce grosso” del pacchetto acquisito da Permira nel 2007 tramite la società lussemburghese Red&Black Lux (partecipata all’80% dal fondo britannico e per il restante 20% da membri della famiglia Marzotto, che aveva rilevato la maison anni prima). Nel 2007 Permira sborsò 2,6 miliardi di euro per il controllo del Valentino Fashion Group, delle licenze M Missoni, Mcs Marlboro Classics e appunto per la maggioranza del colosso tedesco, che oggi viene valutato alla Borsa di  Francoforte –  dove è quotato – circa sei miliardi di euro. Per rientrare dall’ingente investimento effettuato cinque anni fa (periodo trascorso il quale i fondi solitamente realizzano per investire altrove), Permira dovrebbe cedere anche Hugo Boss.

Se l’emiro qatariota è stato pronto a staccare un assegno da 700 milioni per Valentino, sarà in grado di compilarne un altro da sei miliardi per Hugo Boss? Crediamo che perfino a lui tremerebbe un po’ la mano e non basterebbe lo sguardo amorevole di Moza per rassicurarlo.

Il mercato del lusso si è confermato negli ultimi anni uno dei pochi ambiti in cui la crisi globale non si è avvertita, ma forse sarebbe meglio dire che si è avvertita con tempi e modalità differenti. Sono pochi i grandi conglomerati in grado di valutare seriamente un dossier come Hugo Boss. Due in particolare: Lvmh e Ppr, i colossi francesi che però non hanno finora mostrato interesse per il gruppo tedesco guidato da Claus Dietrich Lahrs. A farsi avanti potrebbe dunque essere un nuovo player globale con sede in Cina o nel Far East, un gruppo coreano come Samsung oppure E-Land, o ancora un conglomerato immobiliare come il thailandese Central Retail, che sta rilanciando la Rinascente. O, infine, Labelux, gruppo austriaco che negli ultimi anni ha notevolmente rinforzato il proprio portafoglio marchi con nomi come Jimmy Choo e  Belstaff, andati ad affiancarsi a Bally, Zagliani, Derek Lam e alla casa orafa Solange Azagury-Partridge. Solo una cosa appare certa: nessun gruppo italiano potrà essere della partita. Le dimensioni contano e il nostro Paese oggi è semmai terra di conquista. Prima di Valentino, nell’ultimo anno e mezzo era toccato a Bulgari, Ferré, Brioni, Allegri, Coccinelle e Mandarina Duck diventare di proprietà estera, mentre Prada ha preferito quotarsi a Hong Kong invece che a Milano. Non è detto che sia un male, ma per il sistema Italia non è che l’ennesimo segnale che il made in Italy è a una svolta.

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